• Reader for Blind

Il diavolo e la sirena.



Era un grande cumulo di nuvole che oscurava il sole. Ed era arrivato d’improvviso, mentre il cielo era sereno e le pareti erano illuminate da lampade di felicità. Aveva portato pioggia, una pioggia durata giorni e notti intere, inarrestabile. Aveva portato tuoni e lampi e fulmini. Ma la cosa peggiore che aveva portato con sé era stato il freddo. Si era espanso in fretta dentro al suo corpo, ricoprendone prima la superficie, poi scendendo in profondità, sempre di più, fino ad arrivare al cuore. E lui se n’era accorto. Aveva perso il fiato. Aveva sentito il sangue pulsargli in gola e nelle orecchie. Il freddo era dunque arrivato, si era detto gettando a terra la prima cosa che gli era capitata tra le mani. Tremava. Immobile guardava lo sfacelo davanti ai suoi occhi. Quell’ammasso informe, insignificante, assolutamente ingiustificato. Inaspettato. Si era sentito debole ed impotente. Nella sua stanza spoglia, chiuso tra quattro pareti, con i cocci dei barattoli ai suoi piedi e le lacrime di ghiaccio ferme ed ostinate sulle sue guance.

“Vieni con me” gli aveva detto una voce da dietro lo specchio.

Si era guardato e non si era riconosciuto. Il viso completamente trasformato dal gelo che risaliva dalle sue viscere.

“Vieni con me e vedrai quello che eri e quello che non sei più. Puoi essere ancora, se vieni con me. Ti porterò lontano, ti lascerò il tempo di piangere quello che dovrai abbandonare. Perché dovrai abbandonare qualcosa, e tu lo sai. Ma in cambio avrai altre cose. Cosa? Non te lo posso dire. Prendere o lasciare.”

Si era rannicchiato nel letto avvolto nelle pesanti coperte invernali. Una mano gli aveva accarezzato la spalla nuda e graffiata dalle sue stesse unghie.

“Soffriamo entrambi allo stesso modo. Io ti capisco, sai.”

L’aveva guardata negli occhi e si era messo a piangere come un bambino. Lei lo aveva preso tra le braccia e gli aveva sussurrato parole dolci come una ninna nanna. Diceva di capirlo. Diceva di essere come lui.

Quando le lacrime erano andate via e lui era riuscito a riaprire gli occhi incrostati di fiocchi di neve l’aveva guardata con più attenzione. La sirena gli aveva sorriso. Stava lì, seduta sul bordo del letto, con quel ragazzo contro il petto come un neonato e con la sua bella e lunga coda azzurra appoggiata sul palchetto lucido.

“Vieni con noi” gli aveva detto.

La voce che prima aveva udito dietro lo specchio ora si era rifugiata nell’angolo più buio della stanza.

“Vieni con noi. Possiamo ridarti te stesso. È un affare, non credi? Tu ci dai tre anni della tua vita e noi ti ridiamo la tua anima vera.”

“Però dovrai darci davvero tutto. Non potrai tenere niente. Neanche un ricordo, neanche un pezzo di carta. Non saranno tollerate debolezze” aveva detto la sirena irrigidendosi.

“Perché hai detto di essere come me? Perché soffri tu?” aveva chiesto con un filo di voce.

Lei era rimasta in silenzio. Aveva guardato fuori dalla finestra. La marea si alzava e si abbassava ad una velocità impressionante, tutto girava ad alta velocità. Era un gioco troppo pericoloso, una giostra poco sicura, un terreno scivoloso, una corrente troppo forte.

Il mondo là fuori non era fatto per loro. Era fatto per chi non aveva paura. E lei ne aveva. Lui ne aveva. Solo la voce nell’angolo non aveva paura di niente. Stava lì, respirando meccanicamente, tossendo ad intervalli regolari. Era lui che muoveva tutto. Era lui che l’aveva trovata, quel giorno, abbandonata sulla spiaggia. Morente e dissanguata. Il mare l’aveva abbandonata su quella costa priva di sensi, con la sua bella coda tagliata brutalmente dall’elica di un peschereccio. Anche lei aveva provato quello che provava il ragazzo tra le sue braccia in quel momento. Sapeva cosa voleva dire nuotare ed essere improvvisamente risucchiata in un turbine di morte. Si era salvata, ma non avrebbe mai dimenticato la paura di quei brevi istanti.

“Soffro perché ho perso qualcosa” gli aveva risposto in fine.

“Tu che ti nascondi nel buio. Tu chi sei?”

La voce aveva riso sguaiatamente a quella ingenua domanda.

“Vuoi davvero che mi faccia vedere?” gli aveva chiesto.

“Vieni con noi, avrai la tua vendetta.”

“Vento, porta via le nuvole. Tornate da dove siete venute. Ero felice prima che arrivaste voi. Nulla poteva toccarmi. Provavo emozioni. Ora è solo freddo. Scappo e non arrivo da nessuna parte. Cerco porte che non si aprono ed indirizzi inesistenti. Vento, mi spazzavi via quel giorno. Io me lo ricordo bene, eri così secco ed aspro. Mi spingevi indietro, mi impedivi quasi di respirare. Non volevi che andassi dove stavo andando. Vento, perché mi fai questo? Perché sono entrate nella mia vita? Io non volevo quelle nuvole. Non le meritavo. Ora non son più vivo. Cammino nella notte e non ho paura. C’è il deserto intorno a me e due voci mi dicono di seguirle. Lo farò. Venderò tutto quello che ho. Non è molto, ma è metà della mia vita. E poi sarò libero. “

Quando si fece giorno la porta della camera era spalancata. Le finestre sbattevano agitate dalla corrente d’aria. Sul letto sfatto era stato abbandonato un biglietto colorato di nero. La vernice era ancora fresca ed appiccicò le dita di chi lo raccolse per primo. Libertà era stata fatta, quella notte, in quella stanza. Ad un prezzo esageratamente alto. I due furfanti se l’erano portato via. Lui aveva scritto qualche parola dettata dall’odio e poi era andato, perduto, per sempre. Sarebbe stato impossibile trovare una sua traccia. Non c’era una sola parola per la donna che aveva detto di amarlo. Chi trovò quel biglietto non seppe che cosa dirle. Aveva scacciato le nuvole con un gesto brusco della mano ed era semplicemente scomparso.


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