• Reader for Blind

La civetta dell'ossario.



Era fatto interamente di ossa. Ogni singolo angolo, ogni arcata. Pendevano candelabri e lampadari di clavicole e di costole, appesi al soffitto di tibie e sterni, tra le volte di falangi, sospesi sopra ad altari di femori. Ossa di oltre 40mila persone, incise e scavate, adattate ed ornate, con fiori bianchi scolpiti tra le vertebre. C’erano bacini lucidi e pronti ad accogliere le mani giunte dei visitatori, anche piene di acqua fredda per cancellare i peccati mortali e ossa facciali impietrite davanti alle preghiere disperate e alle richieste irrealizzabili. Non c’erano finestre. La polvere si posava e poi scompariva da sola, come se anche lei avesse paura. La luce filtrava da piccole e sottili fessure tra le cupole. Luce gialla e morta, luce ammuffita e l’odore di un tempo che era passato e che continuava a passare inesorabilmente mentre i tessuti ossei continuavano ad impregnarsi del dolore delle persone nei secoli dei secoli.

Ogni ora un uomo avvolto in un telo ingiallito e sgualcito usciva da una piccola porticina sul retro della cappella. Faceva il giro delle navate laterali, controllava che tutte le candele fossero accese, rimaneva per un attimo immobile sotto all’enorme lampadario umano e poi tornava da dove era venuto.

– Ho bisogno di corpi.

– Signore non…

– Ho detto: ho bisogno di corpi. Trovameli.

– ..non siete l’unico.

Si alzò e cominciò ad andare avanti e indietro nel piccolo ufficio.

– Chi altri?

– Gli uomini dell’ospedale.

– Maledetti, hanno gli obitori pieni, cosa vogliono ancora?

– Non lo so, signore. Ma pagano profumatamente. Dicono che non possono andare avanti con i maiali.

– Cosa significa?

– Nel senso che non possono continuare a sperimentare gli interventi sui maiali, hanno bisogno di corpi umani.

– Mh.

Tornò a sedersi dietro alla scrivania di mogano nero. Intrecciò le lunghe dita all’altezza della bocca che non si vedeva. Era anch’essa, come tutto il volto, nascosta dal grande telo bianco che lo avvolgeva dalla testa ai piedi.

– Vai. Ma trovami qualcosa.

– Sì, signore.

Aveva bisogno di corpi umani. Il fratello del turno della mattina gli aveva riferito che alcuni bracci del lampadario iniziavano a cedere, che alcune costole si stavano incrinando. Era troppo tempo che erano lì, sospese, continuamente in trazione. Scivolò un po’ più in basso nella poltrona di pelle ed emise un sospiro soffocato.

I chirurghi avevano monopolizzato la compra-vendita di cadaveri. Nonostante ci fosse stata un’epidemia di febbre tifoide pochi mesi prima, i corpi scarseggiavano. Loro avevano bisogno di aprirli in due per studiare, lui aveva bisogno di prendere le ossa fresche e vigorose per riparare alcuni angolini della sua cappella.

– È tutto quello che sono riuscito a recuperare.

– Devi aver fatto fatica a rubarla. I dottorini non ti avranno di certo ceduto un cadavere fresco come questo.

– Non l’ho preso all’ospedale.

– Non mi interessa dove l’hai preso. Tieni. – Gli mise in mano una fascetta di banconote. – Se trovi ancora qualcosa portamelo.

– Sì, signore.

Rimase pensieroso nella sala sotterranea adibita ai restauri. Dove poteva aver trovato quell’omuncolo un cadavere così bello? Di certo quelli dell’obitorio comunale avrebbero pagato molto di più pur di averlo e poterlo mettere ben in mostra dietro alle loro vetrine con un’etichetta legata alla caviglia. Era una fanciulla. Bianca, con i bei capelli biondi ancora lucidi sparsi attorno al viso rilassato. Il collo era lungo, la curva delle spalle era morbida. Ma quando tirò via del tutto il telo bianco che la copriva capì tutto. Ma a lui non importava. A lui importavano le ossa.

Tre fratelli scesero nei sotterranei facendosi luce con le lampade a gas. La stanza era illuminata di una luce giallognola e i muri piastrellati erano dello stesso colore. Non si accorsero subito che c’era qualcosa che non andava nella stanza. Un uomo avvolto in un mantello nero stava acquattato in un angolino non illuminato nascondendo il viso sotto ad un grande e floscio cappuccio.

– Non toccatela – ringhiò quando i fratelli si avvicinarono al corpo. I cappucci rigidi ed ingialliti si immobilizzarono. L’uomo con uno scatto fu sul corpo della fanciulla. Aveva zampe da rapace e un bagliore dorato negli occhi. Teneva le braccia conserte contro il petto, il collo teso straordinariamente in avanti e la schiena curva.

– Chi sei?

– Non toccatela!!!

I fratelli non si mossero. Rimasero sparsi dove si trovavano, con le loro ombre lunghe stagliate sul pavimento anch’esso piastrellato. Dietro alle loro spalle c’era un lavandino incrostato di ruggine e un armadietto. Niente di più. Tra le mani tenevano pinze e seghetti. Non sollevarono i cappucci. Sotto la luce al neon che si rifletteva sul tavolo di acciaio distinguevano la sagoma dell’uomo appollaiato sul ventre della fanciulla.

L’uomo scoppiò in una risata diabolica. I fratelli non dissero nulla. Il volto dell’uomo cominciò a trasformarsi. Il bagliore dorato si fece più intenso e doppio. Erano gli occhi. Il naso, già aguzzo, spuntò sinistramente dalla piega del cappuccio. La bocca scomparve. Il bianco di mille piccole piume luccicò sotto i raggi della luna. Stava diventando una civetta.

Grandi ali sbucarono dalle larghe maniche del mantello nero.

I fratelli fuggirono lasciando cadere le lampade che si ruppero in mille pezzi.

Dal suo ufficio sentì un gran trambusto nei sotterranei. Sollevò la testa dal libro e decise di andare a vedere. Scendendo le scale trovò solo silenzio e buio, i fratelli erano scomparsi. Accese un fiammifero e illuminò la stanza dei restauri. Vide una grande civetta appollaiata sul cadavere e un mantello nero sotto ai suoi artigli. Afferrò la civetta per le ali. Si dimenava e cercava di beccarlo, lo graffiava con le unghie e con la punta aguzza del becco. La scaraventò con violenza in un armadio e lo chiuse a chiave cercando di non far caso ai rumori demoniaci che provenivano dall’interno. Prese le pinze e i seghetti e si mise a lavorare.

Il giorno dopo i bracci del lampadario erano perfetti.

Ma da quella notte, per tutti i giorni e per tutte le notti che seguirono, per cento anni, una grandissima civetta bianca visse aggrappata ad un braccio del lampadario facendolo pendere leggermente verso sinistra.

Illustrazione originale di Roberto Cremonese


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