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Intervista a Massimo Vitali.



Intervista allo scrittore bolognese Massimo Vitali

1. Ogni scrittore ha, più o meno, in mente il momento in cui ha deciso di trasportare su di un foglio tutto quel mondo che aveva nella testa. Qual è stato il suo?

Lo so che non si risponde a una domanda con un’altra domanda, ma hai idea di quanto deve essere grande questo foglio di cui parli se deve contenere tutto il mondo che ha in testa uno scrittore? Io sto ancora trasportando.

2. Il suo romanzo d'esordio “L’amore non si dice” (edito da Fernandel, 2010) tratta di un argomento non argomentato: l'amore ed utilizza come mezzo di comunicazione la cara e vecchia lettera. Come mai questa scelta così romanticamente atipica?

Perché come diceva Cicerone e come citato in epigrafe al romanzo, “la lettera non arrossisce”. In realtà nemmeno a una mail, un fax o un messaggio sms/whatsapp capita di arrossire, però vuoi mettere, a meno che a scrivere non sia un medico, il fascino di una calligrafia?

3. Solitamente il primo romanzo è il bambino prediletto ove riporre gran parte della propria esperienza. Quanto c'è di Lei in Edoardo?

Fortunatamente non sono caduto in quell’errore tipico di tutti gli esordienti che scrivono il loro primo romanzo come se fosse un’autobiografia. Le autobiografie degli autori esordienti non interessano a nessuno. Nel mio caso il protagonista Edoardo lavora in un ufficio clienti, e io pure. Edoardo si era iscritto a un corso per diventare bagnino, e io pure. Edoardo è un appassionato di cucina, e io pure. Edoardo è attratto dai tramonti sulle tangenziali, e io pure. A Edoardo gli piace il pistacchio solo quando sa di pistacchio, e a me pure. Come vedi le differenze ci sono, eccome. Quindi io e Edoardo, a parte il modo in cui scriviamo e pensiamo, non abbiamo assolutamente niente in comune.

4. “Se son rose” (edito da Fernandel, 2011) è il suo secondo romanzo. Tutto ha inizio con l'imposizione di una pausa di riflessione. Un licenziamento inaspettato ed una crepa nel matrimonio stabile con Emilia. Dei chili di troppo ed una porta che Gregorio Roversi pone tra sé ed il mondo, nel bagno di un cinema. Il bagno, potrebbe essere la poltrona dello psicologo e la porta il soffitto che solitamente il paziente fissa, visto che tutti i personaggi che proveranno ad interagire con lui non riusciranno a fargli aprire/superare quell'ostacolo. Come è nato questo romanzo? Cosa l'ha spinta a scegliere questo disagio interiore?

Premettendo che a un certo punto della storia uno psicologo va davvero a bussare alla porta di Roversi, io credo che in questo caso ci sia un sostanziale problema di valutazione del testo. “Se son rose”, anche se ambientato in un bagno, è un romanzo d’avventura. Un romanzo d’azione, pieno di colpi di scena che non lasciano spazio a tante riflessioni e disagi interiori. Infine, nell’unico momento in cui il protagonista riesce a riflettere sulla sua situazione, succede una cosa che non si può dire perché “Se son rose” è anche un romanzo giallo. Sul come mi sia venuta l’idea di raccontare la storia di un uomo che per diversi motivi vive nel bagno delle donne di un cinema, posso dirti che la prima regola per uno scrittore che si rispetti è “scrivi ciò che sai”. Quindi ho barato. Spero che non se ne accorga nessuno.

5. Come vede il panorama letterario moderno? E quali consigli si sente di dare ai giovani che difficilmente riescono a farsi largo in questo vasto ed ostico panorama?

Dipende cosa consideriamo per moderno. Ad esempio nelle facoltà di Lettere per periodo moderno intendono dal 1500 al 1700. Se invece parliamo di un periodo più recente, diciamo intorno al 2015, allora ti rimando all’ultima lezione del mio corso di scrittura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Ecco il titolo: “Come non diventare uno scrittore di successo. Case editrici, contratti, agenti, concorsi, autoproduzione, presentazioni, social: qualunque strada pur di non farcela.”

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