• Reader for Blind

Il Re nero.



Mentre mi stavo sistemando le forcine nei capelli, arrivò il messaggio di Stefano: non sarebbe venuto e ci faceva tanti auguri.

Che bastardo. Guardai l’orologio, avevo ancora un’altra mezzora prima di raggiungere Marco in chiesa. Mi accesi una sigaretta e aprii il frigo. C’erano solo birre sciape, commerciali, di quelle che comprava sempre Marco, mai che ne prendesse una come si deve. L’ultima birra decente l’avevo bevuta proprio con Stefano, qualche settimana fa. Mi aveva chiamato per invitarmi a uscire. Ero sola, già in pigiama, e quella telefonata era stata una variante non calcolata. Gli dissi di sì, mi infilai una cosa e lo raggiunsi al pub. Presi una Weiss, bianca e dritta come una Torre. Lui aveva preso una Guinness, un Re nero che sembrava aspettare il momento giusto per muovere. Quella sera Stefano non aveva il suo solito sguardo col sopracciglio alzato che stendeva chiunque lo incrociasse, quello sguardo che conoscevo bene. Anche la voce era diversa, aveva qualcosa di metallico. In quei giorni non pensavo ad altro che ai preparativi per il matrimonio, e la conversazione andò a direzionarsi proprio in quella casella. Gli dissi che il grande giorno lui sarebbe stato un ospite di riguardo, seduto a un tavolo speciale, vicino a quello mio e di Marco. Stefano giocherellò col boccale, guardando la birra scura all’interno, come si fa con i fondi del caffè. - Così sarò abbagliato dalla luce del brillocco che ti farai infilare al dito,disse. Poi bevve un ultimo sorso, abbassò lo sguardo e si mise le mani in faccia. Rimase così per un po’. La sua birra era finita, il Re nero era diventato vuoto e incolore. Mi sembrò di vedere una lacrima in bilico sul suo mento, pronta a cadere sul tavolino e unirsi agli umori che l’avevano preceduta, cliente dopo cliente.Ma forse mi sbagliavo, c’era poca luce. Guardai le scritte incise sul tavolino di legno scuro, iniziali legate da + o circondate da cuori spigolosi. Mi chiesi se quelle promesse fossero ancora valide. Poi aveva mormorato qualcosa. - Che hai detto? gli chiesi. Si era passato una mano sul mento. - Ma perché non sono Marco. Aveva mormorato di nuovo. - Diosanto, Stefano, sei mio cugino. Cosa vuoi? gli dissi. - E l’Irlanda? disse lui, battendo le mani sul tavolino. - L’Irlanda è stata un bacio da sbronzi un secolo fa. Un gioco. Non dirmi che… Ma non riuscii a finire la frase. Stefano aveva appoggiato una banconota sul tavolino, si era alzato ed era uscito dal locale. Pensai all’Irlanda, al sapore della Guinness e a quello della sua saliva di consanguineo. A un abbraccio e al sarcasmo come arrocco. Alle mosse calcolate con leggerezza e alle loro conseguenze. Lo vidi mettere in moto e scomparire nella strada. Alzandosi, aveva rovesciato il boccale, regalandomi l’ultima immagine che avrei avuto di lui: un Re caduto che sanguinava residui di schiuma biancastra.

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