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Uomini Uccello



Racconto tratto dalla raccolta: Lettere dalla notte (Edizioni LaGru 2015) Clicca sul link per la pagina.

Uomini come uccelli neri cadevano dal cielo, passando davanti alla luna, in quella notte di pioggia.

Lei stava rannicchiata in un angolo della stanza e di tanto in tanto guardava fuori dalla finestra. Con le braccia si cingeva le ginocchia e aspettava.

Si schiantavano al suolo e rimanevano morti a terra. Servitori in frac nero tiravano fuori dalle borse di plastica fogli di giornale da buttare sui corpi. Si muovevano come corvi, saltellando sulle lunghe e magre gambe per evitare di calpestare le pozze di sangue che si andavano formando negli incavi della strada dissestata.

Lui camminava in fretta sotto i portici, con la mano destra teneva sotto al cappotto un pacchetto blu per proteggerlo dalla pioggia.

Il rumore al momento dello schianto era assordante, ma mentre li si vedeva scendere dal cielo si sentiva solo il silenzio della notte. I servitori con le lunghe orecchie appuntite e i grandi occhi neri correvano di qua e di là facendo cigolare le scarpe lucide e sventolando dietro di loro le ali del frac.

Alcuni uomini in maniche di camicia scavavano la fossa comune. Nel centro della piazza si apriva una voragine nera che il mattino dopo sarebbe stata accuratamente coperta. Le persone vi avrebbero camminato sopra e tutti avrebbero fatto finta di niente.

Ma con la pioggia continuavano a cadere gli uomini, alati, morenti, con le piume strappate e gli occhi lacerati. Cadevano dal cielo ma non si sapeva da dove venissero. Tutti uguali, tutti esanimi ed esangui, nella loro caduta accompagnati soltanto da un flebile raggio di luna.

Lei era persa e piangeva per lui. Era sola e molto probabilmente sarebbe morta quella notte.

Lui svoltava l’angolo e chiudeva gli occhi davanti ai corpi ancora mossi dagli spasmi del dolore. C’era una strada e il buio. “Non so dove vai, non so cosa sai davvero.”

Di quei cuori straziati si conservava solo l’atrio destro. Dottori in camice bianco sollevavano i fogli di giornale buttati dai servitori in frac e aprivano i petti con forbici argentate. Si chinavano sui cadaveri, spaccavano le costole e senza tanti complimenti prendevano ciò che volevano. I corpi rantolanti cessavano di muoversi immediatamente. I dottori si rialzavano scrollandosi le piumacce nere di dosso e passavano di uomo in uomo. Portavano a tracolla grandi sacche di plastica bianca lerce di scie e grumi di sangue dove riponevano con noncuranza il bottino.

Le prime volte avevano atteso quelle notti con ansia e agitazione, nella paura di non sapere cosa fare. Ma ormai i gesti erano divenuti ripetuti e meccanici nelle loro mani e nelle loro teste. Petti, costole, sterni, polmoni, cuori.

Lei si era stretta la testa fra le mani e aveva urlato. Aveva visto con la coda dell’occhio uno di quei dottori aprire il petto degli uomini-uccello e tirarne fuori il cuore. Aveva urlato non per il disgusto, non per il freddo che le si era insinuava dentro. Aveva riconosciuto dietro a quelle piume bruciate, dietro a quel becco da rapace, dietro a quegli artigli un viso amato teneramente. Le labbra violacee e gli occhi rovesciati all’indietro avevano deformato per sempre il suo ricordo, bello e candido. In quel momento si era impresso il colore della morte nella sua mente e tutto era rimasto macchiato. Aveva urlato perché aveva visto se stessa correre su quel corpo e lottare con il dottore che si preparava a portare via quel cuore. In quel cuore c’era lei e lo sapeva. Quell’uomo caduto dal cielo l’aveva amata a sua volta. Ora piangeva e le lacrime si mescolavano al sangue e il canale di scolo della strada non aveva argini.

Lui non l’aveva trovata in casa. Aveva gettato il cappotto fradicio sul divano ed era corso in cucina. Ma la casa era buia e probabilmente era troppo tardi per tutto. Stringeva il pacchetto fra le mani tremanti. Era tornato per lei, con il regalo di quel compleanno che non aveva dimenticato.

Si sedette a terra e nascose la faccia tra le braccia, la scatolina blu abbandonata accanto a lui.

Lei si sdraiò sul corpo cercando di coprirlo interamente. Le due figure si sovrapposero. Intorno a loro la morte dei cadaveri scomposti e squartati abbandonati a loro stessi in attesi di una squallida sepoltura. La notte svaniva e arrivavano le prime luci dell’alba e non c’erano più né dottori in camici bianchi né servitori in frac neri.

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