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Intervista a Stefano Friani (Racconti Edizioni)



Nasce la casa editrice Racconti Edizioni dedicata interamente alle shortstories, noi di ReaderForBlind ne abbiamo parlato con Stefano Friani, uno degli ideatori di questo interessantissimo progetto che debutterà al Salone del Libro di Torino 2016.

In un’Italia dove le parole «crisi» e “cervelli in fuga” sono quasi all'ordine del giorno, come nasce Racconti edizioni?

Mi pare che difficilmente si possa prescindere dalla parola crisi per definirci. Siamo figli della crisi. Sia essa una crisi filosofico-morale, che attraversa la società italiana praticamente da sempre salvo rarissimi episodi di riscatto, sia una crisi effettiva dell’industria culturale e in particolare del comparto editoriale per come si è manifestata in questi ultimi anni. Dico un’ovvietà: con la contrazione del mercato si sono aperti degli spazi che solo qualche anno fa erano impossibili da immaginare. Con i grandi conglomerati che perseguono strategie miopi e non puntano sui lettori veri, su libri che stimolino e spingano chi li legge a fare uno sforzo, creando e immaginando nuovi mondi e non replicando l’esistente, si creano inevitabilmente dei margini per chi voglia fare questo lavoro con passione e idee.

Racconti nasce perché due ragazzi, io ed Emanuele Giammarco, stanchi d’aspettare la loro occasione, hanno bevuto qualche bicchiere di troppo e in barba alla prudenza hanno deciso di gettarsi anima e corpo in un’impresa meravigliosa, gratificante e avvincente.

A noi si sono uniti Leonardo Neri come redattore per il web, che cura con una meticolosità certosina e una dedizione sovrumana il blog Altri animali (www.altrianimali.it), vera e propria esondazione della casa editrice, e Giulia Marzetti, che dal suo avamposto longobardo ci fa indomitamente da ufficio stampa e prodigiosa factotum.

Una casa editrice che pubblica solo racconti, come mai questa scelta?

Per vari motivi. Anzitutto, perché ci piacciono le forme brevi, la possibilità che un racconto offre di soddisfare il bisogno, l’esigenza sempre più attuale di lettura nel minor tempo possibile. Quella sua sfida di inventare un universo nello spazio di poche pagine. L’epifania che con un’immagine scioglie una tensione che si andava accumulando, la difficoltà di cesellare frasi parole virgole che debbano essere perfette, la capacità di stenderti con un bel K.O.

Poi, anche per una ragione di mancanza nel panorama editoriale: secondo l’adagio, i racconti non vendono e quindi vengono da sempre bistrattati e trascurati dagli editori, ma costituiscono una forma irrinunciabile con cui cimentarsi per gli autori e hanno un loro pubblico di accaniti lettori, che finora è stato disperso e non ha trovato una sua casa.

Come selezionate i racconti da pubblicare?

Il programma editoriale è stato costruito minuziosamente e dentro ci si trovano tutta una serie di autori, libri, luoghi, storie, scritture, idiosincrasie che ci rappresentano e vogliono costituire le fondamenta di quell’edificio che sarà il catalogo della casa editrice, in un sistema di rimandi e richiami tipico dell’editoria italiana e francese e già teorizzato da Borges prima e da Calasso poi col famoso «serpente di libri».

Abbiamo passato un anno e mezzo, ma forse sarebbe più giusto dire una vita, a leggere e a cercare gli autori e i titoli che volevamo pubblicare. Per quanto mi riguarda, è l’aspetto più esaltante e visceralmente romantico dell’intera casa editrice. Si setacciano etere e biblioteche intere per trovare il libro che fa scoccare una scintilla, lo si legge e, se per un qualche miracolo imperscrutabile quella scintilla deflagra in un innamoramento, allora abbiamo trovato un libro di Racconti.

In base al panorama mondiale, le short stories italiane come sono? Quanto riusciamo a competere con i cugini americani, ormai consolidati in questo settore?

Secondo alcuni italianisti, il nostro mercato editoriale avrebbe forzato e snaturato l’essenza della letteratura italiana — di suo ancorata alla forma breve della novella e dei versi — cercando di ingabbiarla dentro la struttura del romanzo, propria di altre tradizioni letterarie. Personalmente non sono così sicuro di un dominio statunitense quanto alla forma racconto, sebbene si tratti di una forma certamente più radicata e nobilitata da quelle parti, ma per questo allargherei il discorso al mondo anglosassone in generale. In Italia si scrivono e talvolta si leggono grandi libri di racconti. Noi speriamo di contribuire nel nostro piccolo a promuovere e sostenere scrittori e scrittrici della nostra stessa lingua.

Cosa o chi ha ispirato al vostra idea?

L’idea di Racconti è un’idea raccolta al balzo, che era nell’aria e ci ha ammaliati sin da subito. Quanto all’ispirazione, ci è impossibile non citare le lezioni illuminanti del professor Luca Formenton, ma anche quelle di Mattia Carratello, Monica Aldi e di tanti altri al master in Editoria giornalismo e management culturale della Sapienza; alcune esperienze in case editrici del calibro di Einaudi e Il Saggiatore, la gavetta per case editrici meno blasonate, e soprattutto una prospettiva di precariato esistenziale altrimenti irreversibile.

Quali sono le differenze tra i vari tipi di racconto?

Il racconto è uno spettro talmente ampio e privo di confini che questa è una domanda a cui è impossibile rispondere. Esistono racconti che constano di una sola frase – celebre quello crudelissimo di Hemingway («Vendesi scarpe da neonato: mai usate») – e le cosiddette, all’inglese, novellas che sfiorano il romanzo breve o addirittura volendo possono essere definite proprio così. Sono margini decisamente labili. Almeno per la questione esiziale della durata, che poi volendo ridurla in soldoni è quanto differenzia effettivamente il romanzo dal racconto. La varietà degli stili in letteratura è sterminata quanto la letteratura stessa: per cui sia Hoffmann sia Katherine Anne Porter scrivono racconti, ma magari le analogie si fermano lì.

Da lettrice e da studentessa universitaria, mi sorge spontanea una domanda: quanto noi giovani siamo capaci di scrivere? Vi arrivano molte richieste valide dalle penne dei giovani letterati del terzo millennio?

Se mi è lecito, da lettore, sosterrei che la maturità in letteratura si raggiunge lentamente e col tempo, mediante un processo di prova ed errore, di pubblicazione e di confronto con il lettore. Ci sono arrivate moltissime proposte da autori e autrici nostri coetanei e li stiamo leggendo con l’entusiasmo e la curiosità dei neofiti, anche se dubito che questi testi costituiscano un qualche specchio (seppure deformato) dello stato della scrittura in Italia presso i cosiddetti giovani. Del resto si sa in Italia si è giovani ben oltre i cinquantanni e un’intera classe politica si è fatta largo ultimamente sgomitando sotto il vessillo del giovanilismo. In casa editrice leggiamo con passione moltissimi italiani, alcuni dei quali davvero interessanti e sotto la soglia dei quaranta. Una bella panoramica d’insieme la offre senza dubbio l’ultima antologia di minimum fax L’età della febbre, con autori e autrici come Emmanuela Carbé, Claudia Durastanti, Vincenzo Latronico, Vanni Santoni, Rossella Milone e sicuramente ne sto scordando moltissimi. Ma ce ne sono molti altri: Paolo Cognetti, Marco Peano, Nadia Terranova, Christian Raimo, Marco Balzano. Non so, potrei continuare per ore.

Infine, hai un racconto preferito ?

Ecco un’altra domanda a cui è improponibile rispondere. Hai tutta la giornata? Te ne dico due che mi sono piaciuti moltissimo e ho letto relativamente di recente: The North London Book of the Dead di Will Self (uno dei miei idoli assoluti) e The Thing Around Your Neck di Chimamanda Ngozi Adichie. Il primo è stato tradotto negli anni Novanta in un’edizione Feltrinelli, che aveva inspiegabilmente un Big Ben per copertina e si presentava con un titolo stravolto (Cordiali saluti da un mondo insano), mentre il secondo è da qualche parte in un cassetto in attesa di essere conosciuto dai lettori. Quindi forse di Racconti edizioni c’era un po’ bisogno.


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