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Intervista a Marco Proietti Mancini



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“A me invece Roma piace moltissimo: è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene.” (Dal film La dolce vita)

  • Leggendo la tua biografia risalta subito agli occhi che hai iniziato a dedicarti al mondo della scrittura in “età matura”,come mai questa scelta? Com'è nato il tuo bisogno di scrivere ?

In età matura mi sono dedicato al mondo editoriale, nel senso che la mia prima pubblicazione è arrivata intorno ai cinquant’anni, ma la scrittura è la mia forma espressiva da sempre. Solo che prima avevo da fare “altro”, obiettivi, interessi, famiglia, lavoro. Quando si sono verificate le condizioni per pubblicare, senza togliere nulla a nessuno e a niente altro, allora ho cominciato a progettare la pubblicazione. Quindi il bisogno di scrivere c’è da sempre, quello di pubblicare è arrivato da sé, perché ha trovato finalmente spazio per essere accontentato.

  • Diverse sono le tue pubblicazioni, e diverse le argomentazioni . Dai racconti sulla Capitale,a quelli sulla profezia Maya, alle storie d'amore, fino al tema più cruento e attuale degli ultimi anni: il femminicidio. Come nascono le tue idee e questa capacità di spaziare fra i vari argomenti?

Se sapessi da dove “nascono le idee” temo che non ne nascerebbero più. Sono quasi sempre frutto di ispirazioni improvvise, di osservazione, di emozioni che hanno forma e origine diversa. In qualche caso l’argomento mi è stato “assegnato”, come nel caso dell’antologia sulla profezia della fine del mondo o di quella contro il femminicidio, ma come sviluppare questi temi è sempre stata una mia scelta, di pancia e di cuore.

Forse è questo il segreto per poter scrivere di tante cose, lasciar andare i sentimenti più che le idee, assecondare le ispirazioni più che il pensiero razionale.

  • Roma ricorre molto nei suoi libri. Com'é il tuo rapporto con la città eterna?

E’ perdermi. Roma è immensa, un labirinto di differenze e opposti. Per quanto si possa avere la presunzione di conoscerla si trova sempre un altro quartiere, una strada o un angolo che non si era visto mai e ci stupisce, ci colpisce con una luce diversa o con dei colori che non ricordavamo di aver mai visto prima. Roma è fusione di muri, cemento, alberi, prati e persone, i giorni più belli sono quelli in cui posso vagare senza appuntamenti, orari, destinazioni precise. E’ paradossale, ma riesco a perdermi più dentro Roma che in qualsiasi altra città che non conosco. Poi potrei scrivere un sacco di cose razionali su Roma, su l’abbandono civico e politico, sul saccheggio e la trascuratezza, ma che senso avrebbe? Roma non morirà di queste cose e tra cento anni, quando i barbari che l’hanno ridotta così saranno solo polvere, lei sarà di nuovo bellissima.

E’ nata da l’editore Stefano Giovinazzo di Edizioni della Sera; dopo aver pubblicato la mia raccolta “Roma per sempre” – visto il buon ritorno di interesse e vendite – ha avuto l’idea di creare un marchio editoriale tutto dedicato, dandogli per nome proprio “Roma per sempre”. La prima pubblicazione non poteva essere altro che una sorta di costola della mia raccolta, ma a più voci, lo stesso spirito dei miei racconti che si moltiplicava in tante altre voci diverse.

  • Gli autori dei racconti sono diversi, come diversi sono i generi, leggendolo mi è venuta in mente una frase di Alberto Sordi che diceva: .Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi, questa raccolta esprime Volevo chiederti: Come hai scelto i racconti da includere in questa raccolta?

Non ho scelto racconti, ma autori. Persone. Scrittori che frequento e che leggo, paradossalmente non tutti romani, anche se il titolo è “Romani per sempre”. Proprio per il senso di dire che Roma ti assorbe e una volta che ci sei entrato e l’hai vissuta, rimarrai per sempre suo. Ho dato loro assoluta libertà di scelta dei temi, titoli, argomenti e stili, l’unica indicazione è stata quella di leggere prima i miei racconti per “sentire” come volevo che Roma fosse protagonista. Tutti hanno centrato perfettamente il senso e lo spirito.

  • Quasi tutti i tuoi libri sono pubblicati con editori indipendenti ma di ottima qualità. Cosa ne pensi dell’editoria indipendente? La promozione e la divulgazione di un libro pubblicato con “piccoli editori” è così difficile come molti affermano?

La parola “difficile” non rende l’idea, forse “impossibile” è più rispondente. Ma non può essere data una colpa specifica, singola, precisa. L’argomento richiederebbe un trattatello di decine di pagine e io non sono un saggista, ne un editorialista. Basti dire che in Italia – mercato editoriale dove si legge pochissimo – esistono migliaia di case editrici e ogni anno escono circa cinquantamila NUOVI titoli. Ovvero, comprendendo tutti i giorni, circa 140 libri al giorno. La scelta di pubblicare con editori “indipendenti” – ovvero padronali – mi permette di avere un rapporto diretto con chi decide, valutare e sviluppare le azioni, mi permette di avere conoscenza dei meccanismi, di interagire e decidere insieme cosa si può fare. Se dovessi avere proposte da parte di altre case editrici, comunque proverei ad avere un rapporto forte di conoscenza e collaborazione, altrimenti non è che le cose cambino molto. Non basta avere “Mondadori” in copertina, per assicurarsi visibilità e attenzione. Basta entrare in una libreria per rendersene conto.

  • Com'è Il rapporto di Marco Proietti Mancini con il racconto breve? Leggi spesso raccolte di racconti?

Ne scrivo molti, perché sono l’immediato di una percezione, lo sviluppo in parole di una emozione che sto vivendo. La maggior parte rimane nella memoria del PC, qualcuno lo pubblico su un paio di portali con i quali collaboro. I più brevi diventano post di Facebook. Il racconto è un’istantanea. Un’immagine catturata e rappresentata. Riguardo al leggerli; li leggo. Li amo. Ma se ne trovano pochi, perché gli editori sono riluttanti a pubblicarne, sono più faticosi da curare e proporre al mercato.

  • Un tuo racconto preferito?

Mio? Sono due. Ma non dirò mai quali, perché sono quelli che non riesco neanche a rileggere, quelli che durante le presentazioni rifiuto di commentare o far leggere ai relatori. Troppo intimi, metterli sotto forma di racconto mi è servito a liberarmi di un dolore.

  • Oltre al ruolo dello scrittore, hai vestito, per diverse edizioni, i panni del giurato in due concorsi letterari :“concorso letterario Città di Subiaco” e “Fieramente il libro”. Come mai questa scelta?

Semplicemente perché mi hanno invitato. Subiaco è il paese di origine dei miei nonnni e genitori, sono conosciuto e mi hanno reso questo onore. Che si replicherà anche nell’edizione del 2016. Mettermi anche l’abito del “giurato”fa parte di quel percorso di conoscenza del settore editoriale che mi piace compiere, per vedere con gli occhi di tutti gli attori come funzionano le cose.

  • Il ruolo di giurato ti ha dato la possibilità di poter avere una visione più ampia di questo panorama letterario italiano? I giovani come si rapportano alla scrittura?

Sinceramente? Temo di rendermi sgradito, ma la maggioranza lo fa con grande presunzione e supponenza. Senza nessuna umiltà e voglia di capire e imparare. La cosa mi ha spiazzato all’inizio e purtroppo – lo dico con rammarico – mi ha reso diffidente. Poi – grazie a Dio – ci sono le eccezioni; persone che hanno voglia di sapere, confrontarsi, mettersi in gioco. E’ difficile fa capire a chi non ha mai pubblicato che il talento non basta, senza applicazione, umiltà e voglia di correggere alcune parti di quel che si è scritto.

  • Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

  • Che domanda! Scrivere! Comunque a settembre uscirà il prossimo romanzo (titolo ancora riservato) con edizioni Historica.. E poi si vedrà, la cosa fondamentale è scrivere. Pubblicare è solo una conseguenza, per nulla scontata.

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