• Reader for Blind

Il canto del cigno



(Francis Boucher, Leda e il cigno)

Johnny Macina se ne restava seduto là, con la fronte appoggiata contro il volante della Multipla, a motore spento, il referto medico vecchio di tre giorni che continuava a stropicciare tra le mani, mentre nella testa non smetteva di riecheggiargli la traduzione spicciola che ne aveva reso il suo medico curante: «Tumore alla gola. Asportazione e tracheotomia. Non c'è altro da fare.»

Riprovò ancora una volta, lui, solo, lì, nell'abitacolo che puzzava di sigarette senza filtro, a fare quella sua risata chiassosa, impostata, più falsa dell'orgasmo di una baldracca, con cui era solito inframezzare i brani della scaletta, prima e dopo le due parole di circostanza, giusto per mantenere alto il morale del pubblico pagante, ma non gli uscì: sentiva la gola raschiare dannatamente, gli sembrava di avere un tizzone ardente a fare su e giù per la strozza.

Alzò per un attimo la testa: una lunga fila di persone imboccava già l'entrata della chiesa davanti a cui aveva parcheggiato.

Era una vita che non ci entrava. E dire che ci era stato battezzato col doppio nome di Giovanni, in omaggio al nonno paterno, e Francesco, in omaggio al nonno materno (ci avrebbe poi pensato la carriera e l'esigenza di esotismi acchiappafan a ribattezzarlo ulteriormente), ci aveva fatto la prima comunione, ci era stato cresimato.

Più in generale, era una vita che non metteva piede nella sua città: la professione di cantante lo aveva rapito in età da militare per portarlo in giro senza più sosta per festival, concorsi, trasmissioni televisive, concerti dentro i teatri e poi, via via, col trascorrere degli anni, per feste di piazza, serate in balera, trasmissioncine passate dalle radio locali più periferiche, compleanni e matrimoni.

Aveva girato mezza Italia, ma tutto era partito da lì: lui bambino, lasciato a giocare in cortile, che cantava a squarciagola le canzonette di Bennato e della Nannini, con le finestre che si aprivano e le massaie che si scordavano di girare il ragù per affacciarsi e applaudire all'unisono: «Bravo! Bravo Ninetto! Che voce d'angelo! Canta la Anna Oxa adesso!»

Quello gli aveva dato la forza, era quello che lo aveva spinto a iscriversi alle prime gare canore.

Poi, nel maremagnum della musica leggera nazionale la sua bella voce non era bastata più, era una tra le tante, senza un timbro particolare, senza un'impronta riconoscibile. Era stato repentinamente declassato a cantare a richiesta, canzoni di altri, quelli famosi davvero, sino a finire a fare da sostegno professionale nei bar che organizzavano i karaoke, a dare manforte ai cantanti improvvisati, provvisti di consumazione obbligatoria. Con babbo che ogni volta gli gridava dentro la cornetta: «Ma cosa stai a fare il cretino sempre in giro? C'hai cinquant'anni. Torna a casa. Trovati un lavoro serio. Fatti una famiglia. Fammi morire tranquillo. Basta con quelle bambinate da Mimmo Modugno mancato.» Ma Johnny si era sempre rifiutato di tornare. Che cosa avrebbe raccontato alle vecchie amicizie? Che figura ci avrebbe rimediato?

Ora le sue corde vocali cedevano. Lo abbandonavano una volta per tutte. Tempo sei mesi, a voler esagerare. Ma babbo era riuscito a precederle.

Una telefonata gli aveva interrotto il sonno più gustoso, in una fredda mattina appena passata. La voce della mamma: «Babbo non gliel'ha fatta.»

Johnny era stato costretto a far ritorno. A casa sua. Alla vecchia chiesa, dove lo avevano battezzato, comunicato e cresimato, dove andava a cantare nel coro – la sua voce che spiccava su tutte le altre – e dove da lì a mezzora si sarebbero tenuti i funerali del padre.

Entrò nella chiesa già gremita. Lo scricchiolio dei suoi stivali pitonati ruppe il silenzio in cui l'assemblea dei fedeli era raccolta, mentre misurava a larghe falcate la navata centrale, scuotendo i capelli tinti raccolti in una coda di cavallo lunga venti centimetri. Un brusio collettivo ne accompagnò il percorso per tutta la sua durata, sinché non si sedette in prima fila, tra la madre e i fratelli, a capo chino, senza spiccicare una parola, conscio di essere bersaglio di centinaia di sguardi convergenti, primi fra tutti quelli dei più stretti consanguinei.

Il prete proseguì la funzione. Le preghiere, l'orazione, l'aspersione del feretro.

Verso la conclusione della cerimonia funebre, Johnny gli lanciò un'occhiata rapida ma risoluta. Il prete afferrò al volo. Gli fece cenno di salire accanto a lui sull'altare.

Johnny si alzò, nella sorpresa generale. Andò a affiancare il sacerdote, lo stesso che lo aveva tenuto a battesimo, agguantò il microfono e, prima di attaccare Meraviglioso, la introdusse così, mentre spostava lo sguardo da sinistra a destra sulla folla attenta: «Questa a babbo piaceva tanto. Voglio salutarlo così.»

Si schiarì la voce e la intonò.

Non volava una mosca. Tutti commossi. Qualcuno singhiozzava persino. Sembravano fregarsene delle stecche e dei cali di voce.

Erano anni che non si esibiva davanti a un pubblico tanto ben disposto. “Finalmente a casa,” pensò, subito prima del gorgheggio finale.

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