• Reader for Blind

Tre semplici parole.


(Illustrazione originale di Giulia Antonelli)


Vorrei essere uno di quelli che la mattina, dopo essersi grattati la schiena e aver sganciato un rutto davanti allo specchio, la radio accesa su 100.7 fm, senza neanche lavarsi i denti, senza pensare all’alito cattivo, ai germi, ai capelli fuori posto, al vicino di casa che sente le bestemmie perché lo speaker ha detto che la Roma non combinerà niente in questo campionato – senza pensare a tutti questi dettagli insignificanti, che non cambiano la vita a me e non la cambiano al vicino di casa – se ne scendono al bar sotto casa e chiedono il solito.

Ma neanche “chiedono”. Basterebbe un grugnito, un leggero spostamento del mento in direzione del barista, un tizio rasato che neanche merita un cognome, una massa di steroidi col tatuaggio del pupone sul polpaccio e quello del duce sulla spalla. E via: cornetto e cappuccino.

Magari quel giorno mi gira bene, allora si parla un po’.

«Allora Fabie’?»

«Allora Renati’, che si dice?»

«Le solite. Visto che Roma ieri, eh?»

«Eh sì. Questo è l’anno buono.»

«Eh sì. Questo è quello buono.»

Due cazzate su Totti e De Rossi, un insulto a Giorgione, il grassone pelato con la maglietta della Lazio – ma poi gli offri il caffè, perché Giorgione, anche se è un peracottaro, è sempre Giorgione – e via a pagare.

Eccola là, poi: la barista bionda tinta con le unghie finte talmente lunghe che è costretta a pigiare sull’iPhone-nuovo-cover-leopardata con la penna per scrivere alle amiche su Facebook che Cristiano è meglio di Lorenzo, che almeno c’ha avuto le palle di portarla da Amelindo a Fiumicino a mangiare il pesce fresco, le ha comprato pure le rose buone, non quelle dei pakistani che le fregano dal Verano.

Alzata di mento, sguardo piacione, grugnito.

«Allora Debby?»

«Allora Renati’?»

«Che se dice?»

«Le solite. Guarda che belle unghie. L’ho fatte ieri.»

«Te sei tutta bella.»

E ride, sghignazza e tossisce per il fumo incatramato nei polmoni, assorbito sotto le dita gialle, incastrato fra i denti macchiati, dove la gomma fa fatica a staccare il puzzo di Marlboro rosse.

Ride, sghignazza, cerca di fare la vamp, coi suoi quarantacinque anni tristi e magri senza figli, un matrimonio fallito, una vita da commessa in un bar di perdenti di periferia, la cui unica aspirazione è raggiungere salvi la domenica per la partita allo stadio, dove inneggiare contro i nemici laziali, juventini, milanisti. Tutti cornuti.

«Me lo dai un bacio, Debore’?»

E me lo stampa questo bacio, lasciandomi addosso quel profumo scadente comprato sulle bancarelle dei negri a Ponte Mammolo, il rossetto in offerta a Roma Est, la Peroni scolata di nascosto dal boss.

Un bacio sulla guancia, marcio come quella donna lurida, e buona notte.

Più tardi inviarle il messaggio su WhatsApp, tre semplici parole – “Nove da me?” – e intanto andare a lavorare senza grattacapi, solo bestemmiare per un’ora sul raccordo a insultare perfetti sconosciuti con 100.7 fm a palla, insultare il governo, le tasse, Renzi, inneggiare Salvini e Grillo, sperare che i mussulmani (con due esse, certo) non ti esplodano sotto casa, guardare male il frocio nella macchina accanto. Digitare numeri e lettere sul computer, passare otto ore nell’ufficio a rubare lo stipendio, facendo finta di inserire dati contabili. Mangiare un panino svelto con la mortadella, scansando l’insalata fra una battuta di Zelig in streaming e un’occhiata al culo della segretaria polacca. Tornare a casa, mettersi in mutande, grattarsi la pancia e le palle, aprirsi una Moretti, svernare davanti alla TV fino a sera.

E alla sera arriva Deborah, già impestata di alcol e trucco messo malamente, i capelli acconciati in un cipollone per evitare che cadano durante il pompino preliminare. Lei lo sa, io lo so.

Un paio di dita per scongelarla, qualche complimento sul tatuaggio con la farfalla stile Belen, magari anche un bel paragone, così, per bontà d’animo.

E poi scoparsela senza indugi, senza rancore, senza pensieri, botte secche, i capelli ora sciolti aggrovigliati fra le mani.

L’unico dilemma della giornata – usare il preservativo o il salto della quaglia? Magari con una parola gentile ingoia senza problemi – verrebbe fuori poco prima di andare a dormire, mentre già la testa sta alla soglia della porta, al saluto di fretta, alla puzza del suo alito che sa della parte peggiore di me, a quel “Domattina ti porto una rosa”, tanto le compro lì dietro al Verano.

Il mio primo dilemma, invece, mi tormenta il cranio appena sveglio, mentre lo sguardo passa sul messaggio inceppato che cerco di comporre da venti minuti. Tre semplici parole lampeggiano là sopra, maledette come la cazzata che ho fatto ieri – Lucrezia, io, l’alcol.

“Colpa mia, scusami.”

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