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Il nuotatore di John Cheever (247 parole)



Illustrazione originale di Giulia Antonelli

247 parole.

È una domenica di mezza estate e noi ci crogioliamo al sole sul bordo della piscina, un po’ intorpiditi dal troppo vino rosso che abbiamo bevuto. Siamo in una zona altolocata, dove le famiglie da bene vivono in ville opulenti, dove giardini e piscine fanno da scenario ai loro giorni di pigra indolenza. E così che noi conosciamo Neddy Merrill, ospite presso una villa di amici, mentre accarezza con una mano l’acqua verdastra della piscina. Viene quasi voglia di fare un bagno in sua compagnia, lui, all’apparenza così sicuro e rasserenante. E poi l’idea, la scoperta. La mente di Ned crea una mappa che percorre le piscine della zona, creando un fiume solamente per lui. Da bagnante ad esploratore egli parte per il suo viaggio. Noi lo seguiamo, lo vediamo insinuarsi nell’intimità dei suoi amici e conoscenti, scivolando quasi indisturbato nelle sue abluzioni. L’acqua (a volte pulita, a volte maleodorante), diventa non solo elemento di passaggio, ma di purificazione. Anche quando viene colto dalla pioggia, egli non rinuncia. E in ogni casa che lui attraversa, in ogni piscina che lui viola, perde una parte di se stesso. Come se il tempo ed i suoi ricordi si sciogliessero a contatto con l’elemento. E la vera scoperta non è il potere magico – mistico dell’acqua, ma della verità che non può essere cancellata ed è lì che lo aspetta, davanti casa sua. Povero Ned, ci viene da pensare, in fondo, era meglio essere un pesce rosso in una boccia di vetro.

Sinossi.

John Cheever traccia un racconto intorno alla figura di Neddy Merrill, “esperto cartografo” e alle sue stranezze. L’idea di attraversare tutte le piscine che vanno dalla casa degli Westerhazy, dove è ospite con la sua famiglia, fino alla sua, diventa una specie di sfida che si impone. E così, tappa per tappa, casa per casa, piscina per piscina, raggiungerà la sua meta. E forse capirà che la sua non era poi una grande scoperta.

Incipit:

Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: "Ho bevuto troppo ieri sera." Si poteva udire i parrocchiani che lo bisbigliavano all'uscita della chiesa, si poteva udirlo anche dalle labbra del parroco, mentre si infilava faticosamente la tonaca nel vestibolo, si poteva udirlo nei campi di golf e di tennis, e anche nella riserva per la protezione della fauna, dove il presidente della locale associazione ornitologica era in preda a una feroce emicrania. "Ho bevuto troppo," gemeva Donald Westerhazy. "Tutti abbiamo bevuto troppo," gli faceva eco Lucinda Merrill. "Dev'essere stato il vino," osservava Helen Westerhazy. "Ne ho bevuto troppo di quel vino rosso." Ciò avveniva ai bordi della piscina di casa Westerhazy. La piscina, alimentata da un pozzo artesiano con un'alta percentuale di ferro, aveva l'acqua d'un pallido colore verdastro. Era una bella giornata. A occidente si vedeva una massiccia formazione di nuvole cumuliformi, ed era così simile a una città vista in lontananza dalla prua di una nave che s'avvicina, che si sarebbe potuto darle un nome, Lisbona o Hackensack. Il sole era caldo. Neddy Merrill era disteso vicino all'acqua verdognola, una mano immersa nell'acqua e l'altra stretta intorno a un bicchiere di gin. Era un uomo snello, con quella particolare snellezza della gioventù, e pur essendo tutt'altro che giovane, quel mattino era scivolato giù dalla ringhiera di casa sua, dando poi una pacca sul sedere della statua in bronzo di Afrodite sul tavolino nell'atrio mentre trotterellava verso l'odore del caffè in sala da pranzo. Merrill poteva essere paragonato a una giornata d'estate, in particolare alle sue ultime ore, e anche se non aveva una racchetta da tennis né una borsa da vela, evocava un'immagine di gioventù sportiva e di tempo clemente. Aveva appena finito di nuotare e ora respirava profondamente, come se volesse mandar giù nei polmoni tutte le componenti di quel momento, il calore del sole e l'intensità del suo piacere; sembrava che tutte venissero aspirate dentro il suo petto. Abitava a Bullet Park, una quindicina di chilometri a sud, dove le sue quattro splendide figlie dovevano aver terminato di pranzare e stavano forse giocando a tennis. In quel momento gli venne l'idea che, seguendo un percorso ad angolo in direzione sud ovest, sarebbe potuto arrivare a casa sua a nuoto. La sua vita non era condizionata, e il piacere che gli dava questa constatazione non poteva essere spiegato con un complesso di fuga. Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, quella catena di piscine, quel corso d'acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d'acqua l'avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie. Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario. Era una bella giornata, e gli sembrava che una lunga nuotata ne avrebbe esaltato la bellezza...

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