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Il vestito rosso di Alice Murno (115 parole)



Illustrazione originale di Giulia Antonelli

115 parole.

Cosa si nasconde dietro ad un vestito di velluto rosso? Forse solo stoffa, filo e cuciture. Leggendo l’inizio di questo racconto di Alice Munro, viene da pensare che tutto giri intorno al confezionamento di un abito da parte di una madre per la propria figlia, che deve partecipare ad una festa di Natale della sua scuola. Sbirciamo nella normalità di un rapporto madre – figlia, in una quotidianità familiare. La madre, tra spilli e ginocchia scricchiolanti, fiduciosa nelle sue qualità sartoriali; la figlia, con bigodini e pizzo, recalcitrante ma ormai arresa nonostante gli sforzi, al passaggio obbligato del ballo. E così l’abito rosso diventa il passepartout di sogni, paure e ribellioni sulla soglia dei tredici anni.

Sinossi.

Una madre, in occasione del ballo della scuola della propria figlia, decide di confezionare un abito rosso. Una figlia, che ben conosce le ingegnosità della madre, vorrebbe evitare l’evento cercando di ammalarsi. Tra i meccanismi sociali obbligati, la figlia andrà al ballo e dopo un incontro con un’amica, avrà un finale (quasi) inaspettato.

Incipit:

Mia madre mi stava facendo un vestito. Per tutto il mese di novembre, tornando da scuola, la trovavo in cucina, circonda­ta da tagli di velluto rosso e modelli di carta velina.

Lavorava su una vecchia macchina a pedale accostata alla finestra per vederci meglio, ma anche per guardare fuori, oltre i campi di stoppie e gli orti spogli, e vedere chi passava per la strada. Ra­ramente passava qualcuno.

Il velluto era una stoffa – difficile da cucire, tirava; mia ma­dre, inoltre, aveva scelto un modello complicato. Non era una sarta molto abile. Le piaceva confezionare vestiti, il che è di­verso. Cercava di evitare i lavori come imbastire e sti­rare e a differenza di mia zia e mia nonna non andava affatto fiera di quelle che sono le finezze della sartoria, come la rifini­tura delle asole e il sopraffilo delle cuciture. Lei partiva con un’ispirazione, un’idea fastosa e abbagliante; da quel momen­to in poi,il piacere andava scemando. Per cominciare, non riusciva mai a trovare un modello che la soddisfacesse. Non c’era da meravigliarsi: non esistevano modelli che corrispondessero alle idee che sbocciavano nella sua testa. Nel corso de­gli anni mi aveva fatto: un vestito di organza a fiori ac­collato, con un colletto di pizzo che mi dava prurito e un cap­pello uguale a larghe tese; un completo scozzese con una giac­ca di velluto e un berretto anch’esso scozzese; una camicetta ricamata con le maniche a sbuffo da portare con un’ampia gonna rossa ed un corpino nero ornato di merletti. Ai tempi in cui ero ignara del giudizio del mondo portavo questi abiti con docilità, a nche con piacere. Ora che mi ero fatta più avveduta, desideravo vestiti come quelli che la mia amica Lonnie acqui­stava al negozio di Beale. Dovevo provarlo. A volte Lonnie veniva a casa con me do­po la scuola e si sedeva sul divano a osservare le prove. Mi im­barazzava il modo in cui mia madre mi girava furtivamente intorno, le ginocchia scricchiolanti, il respiro affannoso. Par­lottava tra sé e sé. Quando era in casa non portava corsetto né calze, ma scarpe con la zeppa e calzini alla caviglia; aveva le gambe solcate da vene sporgenti verdeazzurre. Mi sembrava volgare in quella posizione accoccolata, quasi oscena; cercavo di parlare a Lonnie in continuazione, per distogliere la sua at­tenzione quanto più possibile da mia madre. Lonnie aveva di­pinta in viso quella sua espressione educata, composta, piena di stima che costituiva il suo travestimento in presenza di adulti. In loro assenza, rideva di loro e li scimmiottava feroce­mente, e nessuno lo veniva mai a sapere. Mia madre mi strattonava a destra e a manca riempiendomi di spilli. Mi faceva voltare, allontanare, stare ferma immobile. « Che cosa ne dici, Lonnie? » chiedeva con la bocca piena di spilli. « È bellissimo » rispondeva Lonnie in tono pacato e since­ro. La madre di Lonnie era morta. Lei viveva con suo padre che non si accorgeva neppure della sua presenza, e questa cir­costanza, ai miei occhi, la rendeva al tempo stesso vulnerabile e privilegiata...

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