• Reader for Blind

Cattedrale di Raymond Carver (385 parole)



Illustrazione originale di Giulia Antonelli

385 parole

Rintoccano le campane mentre scrivo.

Forse sono le campane della cattedrale. Un uomo racconta il passato della propria moglie, così come le viene riportato da ella stessa, in cui i personaggi si susseguono su un nastro, in una voce registrata. Lo stesso narratore in fondo, è un personaggio senza nome. Lui è il marito. Quello precedente era l’ufficiale dell’aeronautica. Anche la donna, la moglie, non ha nome, nonostante sia la sua la storia che viene raccontata. E al fulcro del racconto c’è questo “tizio” cieco, di cui il narratore traccia un profilo attraverso le parole riportate dalla donna. È lui l’ospite che entra nella loro casa. Ed è l’unico il cui nome viene ripetuto spesso. Robert. Questa donna, sappiamo, rispondendo ad un annuncio sul giornale: Cercasi lettore per cieco (HELP WANTED—Reading to Blind Man), trova lavoro presso Robert.

Il loro rapporto, si protrae nei nastri che si spediscono nel corso degli anni, tenendo un filo invisibile ma forte, fatto di parole sussurrate e segreti che trapelano dalla loro intimità. Il giorno in cui Robert arriva, il nostro narratore, già saturo di fantasiosi preconcetti sui ciechi e sul passato di lui con sua moglie, si ritrova quasi ospite in casa propria. Robert e la donna tengono stretti i nastri che li legano da anni, ne si avverte la complicità ma anche la stanchezza. Un rapporto protratto da parole e privo di sguardi e di carezze probabilmente ormai logoro. Come se Robert nel suo sguardo senza luce, nella sua folta barba e nell’odore delle sigarette, volesse ascoltare una voce nuova parlare, quella dell’uomo che siede al suo fianco. La donna, avverte quel distacco come una violenza e cerca di riprendere il suo posto in quello strano triangolo che si forma, ma si addormenta. In quell’incontro, Robert il cieco e il marito senza nome restano a condurre la serata davanti alla televisione, e nell’ascoltare entrambi un documentario, si registra un nuovo nastro. L’uomo non sa descrivere una cattedrale e sotto la guida della mano di Robert comincia a disegnarne una. È così che gli anni incisi su nastro tra la donna e il cieco si recidono. È così che da ascoltatore, Robert diventa il lettore, colui che attraverso la sua vista, permette in qualche modo all’uomo di vedere. I ruoli si invertono, mentre la cattedrale emerge sotto le loro mani.

Sinossi:

Un uomo racconta la storia della propria moglie e di una figura enigmatica, un cieco di nome Robert, che viene in visita presso la loro casa. Dal passato della donna, emerge questa persona che, in qualche modo, da estraneo diviene protagonista di questa storia di Raymond Carver .

Incipit:

C’era questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, che doveva arrivare per passare la notte da noi. Gli era appena morta la moglie. E così era andato a trovare i parenti di lei in Connecticut. Aveva chiamato mia moglie da casa loro. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andata a prenderlo alla stazione. Non l’aveva più visto da quando aveva lavorato per lui un’estate a Seattle, dieci anni prima. Comunque, lei e il cieco si erano tenuti in contatto. Registravano dei nastri e se li spedivano per posta avanti e indietro. Non è che fossi entusiasta di questa visita. Era un tizio che non conoscevo affatto. E il fatto che fosse cieco mi dava un po’ di fastidio. L’idea che avevo della cecità me l’ero fatta al cinema. Nei film i ciechi si muovono lentamente e non ridono mai. Avolte sono accompagnati dai cani-guida. Insomma, avere un cieco per casa non è che fosse proprio il primo dei miei pensieri. Quell’estate a Seattle lei aveva bisogno di un lavoro. Non aveva un soldo. L’uomo che avrebbe sposato alla fine dell’anno frequentava un corso per ufficiali. Non aveva un soldo neanche lui. Ma lei era innamorata di questo tizio e lui era innamorato di lei, eccetera eccetera. Insomma, lei aveva visto un annuncio sul giornale – CERCASI LETTORE PER CIECO – e un numero di telefono. Aveva chiamato, era andata per un colloquio ed era stata assunta su due piedi. Per tutta l’estate aveva lavorato con questo cieco. Gli leggeva della roba, relazioni, rapporti, cose del genere. Lo aiutava a mandare avanti il suo ufficetto nel dipartimento assistenza sociale della contea. Erano diventati buoni amici, mia moglie e il cieco. Come faccio a sapere queste cose? Me le ha dette lei. E mi ha anche detto un’altra cosa. L’ultimo giorno di lavoro, il cieco le aveva chiesto se poteva toccarle il viso. Lei gli aveva detto di sì. Mi ha raccontato che lui l’aveva sfiorata con le dita dappertutto: il viso, il naso… perfino il collo! Lei non se l’era più scordato. Aveva addirittura cercato di scriverci su una poesia. Era sempre lì a cercare di scrivere una poesia, lei. Ne scriveva una o due all’anno, di solito subito dopo che le era successo qualcosa di molto importante. Quando abbiamo cominciato a uscire insieme, me l’ha fatta leggere, quella poesia. Rievocava le dita di lui e il modo in cui s’erano mosse sul suo viso. Nella poesia, parlava delle sensazioni che aveva provato all’epoca, di quello che le passava per la testa mentre il cieco le toccava il naso e le labbra. Ricordo che non è che mi piacesse molto, quella poesia. Naturalmente, non glielo dissi mica. Sarà che io la poesia non la capisco proprio. Devo ammettere che non è la prima cosa che prendo quando ho voglia di leggere un po’. Ad ogni modo, il tizio che per primo aveva goduto dei suoi favori, il futuro ufficiale, era stato il suo fidanzatino di sempre. Perciò, va bene. Quel che voglio dire è che, alla fine dell’estate in cui aveva lasciato che il cieco le toccasse il viso, gli ha detto addio, ha sposato il suo fidanzatino eccetera, che intanto era diventato ufficiale, e se ne è andata da Seattle. Però si erano mantenuti in contatto, il cieco e lei. L’aveva cercato lei per prima, più o meno un anno dopo. L’aveva chiamato una sera da una base dell’aeronautica in Alabama. Aveva voglia di parlare. Parlarono. Lui le chiese di mandargli un nastro e di raccontargli cosa faceva. Lei lo fece. Gli mandò il nastro. Nel nastro gli raccontava del marito e della loro vita insieme nell’ambiente militare. Gli disse che amava suo marito, ma che non le piaceva per niente dove vivevano e il fatto che lui facesse parte del coso, del complesso militare-industriale. Disse al cieco che aveva scritto una poesia e che c’era dentro anche lui. Gli disse pure che ne stava scrivendo un’altra per raccontare che cosa voleva dire essere la moglie di un ufficiale dell’aeronautica. Quella poesia non l’aveva ancora finita. La stava ancora scrivendo. Il cieco registrò un nastro di risposta. Glielo mandò. Lei a sua volta ne registrò un altro. Ed è andata avanti così per anni. L’ufficiale di mia moglie veniva trasferito da una base all’altra. Lei mandò al cieco nastri dalla base Moody, da McGuire, McConnell e infine da Travis, vicino Sacramento, dove una sera lei s’era sentita sola e tagliata fuori dalla gente che continuava a lasciarsi dietro in quella vita vagabonda...

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