• Reader for Blind

Trip



Siamo arrivati al Wonder bar, caldo e accogliente con quell’odore di alcol da quattro soldi, avventori infreddoliti dagli occhi vitrei sorseggiavano immondizie sintetiche nei bicchieri verdastri. Le luci rosse nascondevano scritte segrete, poesie da bagni allucinati, processi apocalittici di infusioni chimiche. Stoner collassati giacevano abbandonati su cuscini gluo, esaltati in quattro dimensioni, sciolti come zucchero nell’assenzio blu. Sopra di me – intorno a me – fra le tubature otturate di scarichi viola, sentivo i passi. Passi sopra di me, passi fra le crepe del muro, il colore di quei suoni alterati, mix bombardati di canzoni raggaeton, frequenze sonorovisive.

Ero nel bagno del Wonder, un bugigattolo con un cesso crepato e incrostato di escrementi. Un colpo di tosse e il cartoccio con l’indirizzo del Jordan hostel è finito a terra fra croste di vomito e macchie di piscio. Cadaveri tremanti nell’oscurità.

Come cazzo ci arrivo adesso? chiedeva la mia voce, un sibillio infernale. Il rumore assordante degli schizzi nella tazza martellava le tempie coprendo i passi sopra di me. Sul muro caldeggiavano colori sfocati, firme sbandate e pezzi di un passato non mio.

Here I stay

broken-hearted

tried to shit

but only

farted

«Gesù, come sono finito qua dentro?»

L’illuminazione mi ha colto mentre mi pulivo con la manica della felpa.

Ero per le strade infangate, alla mia destra le luci gialle abbacinanti di un bar notturno, alla sinistra il canale, un cigno e due o tre anatre.

Quando avevamo varcato la porta del Wonder bar? In che quartiere ci trovavamo? Che ora era?

L’orologio parlava una lingua sconosciuta.

«Dove cazzo stanno oooocchiali?»

Se li avevo persi era la fine, avrei vagato per sempre nel labirinto di morte.

«L’appartamento su Airbnb, dove…?»

Ho tirato fuori dalla tasca il cellulare. Spento. Morto. Residuo di un mondo perduto.

Ho preso a colpire il muro putrefatto, la mano pulsava di dolore caldo, avvolgente, un lampo viola negli occhi. Della polvere è caduta dal soffitto, sul quale…

«Elena!»

Si trovava ancora lì, a pochi passi da me, confusa fra i passi. I passi. I passi.

Poi quella voce mostruosa. «C’mon man, get the fuck out of there! I need to pee!»

Fissavo i muri ciondolando come un’amaca. «Shut up, go fuckyooourself!»

Un colpo ottuso sulla porta, le scritte hanno brillato nel tunnel.

«Fuckyou man, I’m gonna fuckin’ beat the shit out of you. Get the fuck out!»

«Oh, calm down, I’mcomming. I’mmm just drunk.»

La porta resisteva. Ho sentito il fiume rosso del sangue scorrere dalle mani alle gambe. Il tizio continuava a sbraitare onde sonore.

«Devi solo togliere gggancio, poi sarai liberooo» ho detto a me stesso.

«What?»

«Shut up, Immacomming.»

Era una maschera di carnevale, capelli biondi da nord europeo su una faccia viola puntinata di neon. La maglietta psichedelica raggiava combinazioni.

Sativa. Indica.

«Jesusss, didn’t mean to make you waitte. Wasfeellinga crap.»

«Oh, shut up and get the fuck out.»

«Ma muori, stronzo.»

«What?»

«You’re welcome.»

Mi ha spinto via, mi sono ritrovato addosso alla bartender bionda dalle braccia da bodybuilder. Un tonfo acuto, il puzzo di irish coffee si è sparso sul pavimento.

«Oh, what the hell! Look atwhatyoudid!»

«Sorrry, lady, I… do youknowhow to reach the Jordannnhostel?»

«What? Are youfuckingkidding me? Get out of here, need to clean up thismess!»

La mano mi si è mossa a caso. Gli sguardi intorno a me ridevano e si incazzavano, il bruciore rosso di un joint mezzo finito bruciava nell’aria, una faccia ne godeva come per un orgasmo. Il vapore l’ha avvolta. Brucaliffi. Bruca. Liffi.

Dovevo trovare Elena, chiederle di portarmi a casa, usare il GPS per l’ostello. Finalmente avrei potuto dormire, recuperare le energie. Mi sarei svegliato con un terribile mal di testa da hangover. Col tempo il mio corpo si sarebbe depurato di tutta la merda.

Ma cos’era, poi?

Sativa? Indica?

Space cake.

Le scale erano scogliere a picco sul mare, gradini come tasselli della schiena di un millepiedi. Brucaliffi. Bruca. Liffi. Macchie bianche di cosa?

Elena era su – era su ancora? Sicuro? Chiamare un taxi, forse, mandarlo al Jordan. Ma ero senza documenti. Ce li avevo?

«Guarda ’sto coglione se si leva.»

Dietro di me la scritta “I AmSterdam” flashava bianca sulla maglietta nera.

«Scusa, mi sposssto.»

«Ah, sei italiano! Fico! Da dove vieni? Noi da…»

Chissene. Frega. Dovevo trovare Elena, prendere la roba – taccuino, portafogli, poi? – e andarmene. Boom nell’aria, musica BPM altissimi. Sulle scale tutte le facce mi osservavano in attesa, ma mille chilometri mi separavano dal piano di sopra. Altrove. Techno. Bruca. Liffi.

Sarei morto lì dentro: infarto, collasso neuronale, embolo. Boom. Boom.

Elena era nella stanzetta rossa seduta su una ruota medievale. Maschera con tre fessure che sbandava con la testa sulla sigaretta accesa. Cenere lunga e obliqua.

Non ero morto, non era morta. Il mondo esisteva ancora. Occhi flaccidi mi osservavano dal divano arabo, grandi hookah emettevano vapori condensati.

«Oh.»

«Ehi.»

«Cazzo, scusa l’attesa. Quannnto sono stato via? Un’ora?»

«Cinque minuti. Non impanicarti, Diego. Smettila d’impanicarti. Vuoi un tiro?»

«No, basta con quella merda. Sta risalendo l’onda del tttrip, cazzo c’era in quei cosi?»

«Erano funghi, che vuoi ci fosse?»

«Sì ma…»

«Smettila d’impanicarti. Goditi la…»

«Non hai visto il bagno, Ele! C’erano suoni di scarafaggi, i colori fuori dalla tazza. Cristo santo, qui ci crepo.»

Mi ha scosso dalla spalla spezzando la magia della cenere obliqua. L’ho vista volteggiare per eoni, dipanarsi nel tempo allungato di un respiro. È finita sull’iPhone e sul cake smozzicato. Bruca. Liffi.

Sativa. Indica.

Space cake.

Magic mush.

«La smetti d’impanicarti? Goditi il cazzo di flow, Diego. Sentilo, respiralo!»

Boom.

«Voglio andare vvvia da qui, andiamo a cassa.»

«Non abbiamo prenotato niente.»

«E quel Jordan hostel?»

«Che Jordan hostel?»

«Quello…»

Era stata la barista a darmi l’indirizzo. Perso.

Elena cercava di accendere il joint, la mano le tremava. Sbuffava odore di whisky verde nauseante

Mai e poi mai avrei scopato con una che puzzava di whisky, così dicevo. Boom. Odiavo quella stronza, mi aveva fatto prendere tanta di quella merda in quei due giorni che…

«Lascia fare, stai svalvolando.»

«La so accendere una canna.»

«Ti tremano le mannni» sembravano vermi impazziti.

«Ma fottiti!»

Ho acceso il joint e aspirato. La gola grattugiava, i polmoni si gonfiavano di bruciore. La techno arrivava attutita ora, le luci erano spente. Fluttuavo nel vuoto sospeso. Poi sono tornato. Elena fumava, la testa abbandonata sulla ruota di legno.

Ho preso il telefono scolorito allungato cyborg.

«Jordan. Hostel. Amsterdamme.»

«Ma che cazzo di posto è, si può sapere?»

«A venti minuti da qui. Per dormire.»

«Ma non ho sonno.»

«Crepa quassevvuoi.»

Ho scansato una tipa gin tonic nella mano e ripercorso il verme giù per l’inferno. La techno boom boom più forte, il neon flash bianco verde giallo. Sulla vetrina, rabrednoW, rabrednoW fuori. Dovevo solo raggiungerla e seguire il telefono, Google Maps mi avrebbe salvato.

«How mucccchmystuff?»

La barista era un irish coffee sprecato, ho allungato un occhio nella scollatura, tette stupende pulsavano verde gialle blu.

Boom. Bruca. Liffi. Tette.

Esplodevo nelle mutande, colpa del red light district e delle sue macchie rosa infuocate sotto le luci al neon. Latex, pizzo, pelle, mostri stroboscopici.

Cinquanta euro per un pompino? Ma che scherziamo? Elena. Lei era fidanzata. Ma forse non se ne ricordava. Boom. Sex, herbal ecstasy.

L’avrei stuprata se necessario.

«Twentyeuros.»

«Wotdefuckkk?»

«Twentyeuros, please.»

«Com’è… howpossibool?»

Era roccia lei. Ero roccia io.

«Red bull, twowhiskeys, irish coffee, paprika chips. Twentyeuros.»

Portafogli vuoto. Panico da boom flash panico da luci al neon. Sudore. Nelle tasche della giacca fradicia un pezzo da cinquanta accartocciato.

Poi ero fuori. Biciclette, drin, drin, lampioni gialli, palazzi deformi obliqui, nuvole di ferro. Qualcuno vomitava nel canale, qualcuno pisciava.

«E ora dove andiamo?» ha chiesto Elena.

Che paura la sua voce, un mostro ruggente, avrei scopato con un mostro? Avrei scopato con un mostro.

Cinquanta euro per un pompino no.

«A sinistra duescceento metri, poi… non lo so.»

«Ma sono quasi le due, sarà chiuso, no?»

«Se chiuso butto giù porta accalci.»

«Sì, vabbè.»

Fissavo lei, la sua bocca mi scendeva addosso, le mani su e giù calde, la lingua mi allisciava il cazzo. Immaginazione alterata. Bruca. Liffi. S.ex. Gliel’avrei tappata quella bocca, non sprecato niente di me. Rumore sordo nelle orecchie, il sangue pulsava e rombava nelle vene.

Venti minuti, stava calando tutto. Il Jordan, un ragazzo con la croce al collo. Parlava lei, osservavo quella bocca, di nascosto mi toccavo. L’avrei scopata. Stuprata.

Mi ha guardato scocciata. «Femmine al primo piano, maschi al secondo.»

Volevo ammazzare quel Paul con la croce e il suo christianhostel del cazzo.

«Alle otto domattina, Die’?»

«Col cazzo, dieci in sala comune.»

«Ma che ce l’hai con me?»

«Lascia stare. A domani.»

Un bacio sulla guancia. Sulla guancia. Sulla guancia.

Per salire sul letto a castello ci ho messo un’eternità. Mentre le lenzuola cadevano giù insieme alle scarpe infangate, sentivo l’energia sciogliersi. Una macchia rivoltante sul soffitto. Mi sono gettato come un sacco di carne morta e putrescente. Comodità.

Qualcuno russava nella stanza, chissenefrega. Stavo esplodendo, ho iniziato a slacciarmi i pantaloni.Poi un’incisione sul muro accanto al cuscino.

The LORD looks down from Heaven

Never sin!

È calato tutto. Volevo solo dormire.

Cinquanta euro per un pompino forse non erano così male.

Quel rosso era esploso mentre ondeggiavo fra le strade elettrizzate. Prima del Jordan hostel mi ero ritrovato in un doner circondato da arabi e dall’odore di carne marcia. Sul pavimento oleoso macchie verdi brillavano come fari; fuori, fra i vicoli accartocciati di immondizia capitalistica – la M gialla su sfondo rosso, il colonnello del Kentucky, la sirena dei frappuccini andati a male – la pioggia disegnava figure lovecraftiane.

Mi dicevo: segui il percorso, non deviare verso il buco nero del fiume, il percorso è importante!

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