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Ogni orizzonte della notte



La raccolta di racconti che proponiamo è di Maurizio Vicedomini e si intitola Ogni orrizonte della notte, edito da Augh! nella collana Le frecce.

Questi racconti hanno l’elemento comune della presenza costante e ammaliante della natura. C’è il mare e ci sono le stelle, c’è il fuoco e la dicotomia tra la luce e l’oscurità.

La raccolta si apre con Nova, un titolo evocativo per gli amanti delle stelle. Come il protagonista di questo racconto, che evoca i ricordi del passato, illuminando con le sue immagini l’oscurità della sua storia. Una lampadina, una scintilla della saldatrice, un cielo notturno; sono scene che si aprono nella mente del protagonista, tracciando il viaggio di una stella (la sua vita) che osserva nel cielo. È una nova, la stella che lui osserva, colei che rinascerà a nuova vita, ritornerà dall’universo dove si è addormentata. Poiché la nova è il viaggio e la supernova è la morte, la voce narrante celebra il ritorno, un uroboro personale, dimenticando forse che in fondo, siamo tutte stelle, solo più imperfette di quelle che ci guardano dal cielo cosmico. Poiché le stelle sono belle e perfette e in qualche modo eterne, danzatrici argentate nell’oscurità della notte.

Nel secondo racconto: Odissea d’autunno, incontriamo due personaggi, due storie che si intrecciano ad un certo punto della loro vita. In una di queste due storie, c’è un ragazzo che segue le luci; quelle di Natale, quelle delle insegne, seguendo la propria curiosità, illuminando un viaggio altrimenti avvolto dal buio della notte.

Nell’altra storia non ci sono luci, ma ricordi offuscati dall’alcool, un vecchio circondato dall’oscurità e dal proprio passato. Il ragazzo incontra per caso il vecchio in un bar ed i due si ritrovano su una panchina. È un dialogo tra il passato ed il presente, un vecchio Ulisse (da qui si può ricordare il titolo del racconto), che spinge il giovane Telemaco a tornare a casa. Quella panchina assume la funzione di una “sliding door”, un punto di incontro dove può compiersi un cambiamento, o un altro. Il ragazzo potrebbe essere il vecchio e viceversa. E mentre l’autunno crea una cornice di freddo e foglie, il vecchio oltrepassa il suo cancello, ritrova la sua isola di rimpianti e rimorsi. Un’Itaca desolata senza la sua regina, la sua Penelope. Il ragazzo rimane sulla panchina ad aspettare una nuova luce, quella dell’alba. Forse la stella che gli indicherà la direzione da prendere. Il suo nuovo viaggio. O forse è una luce che potrà ricondurlo a casa. Ma questo non possiamo saperlo, il ragazzo (Telemaco), non ce lo dice.

Il terzo racconto ha un altro titolo evocativo, appena pauroso, L’uomo al buio. Il buio è una presenza reale, ha la consistenza palpabile di una figura di cui non riusciamo a delimitare i contorni. Il buio inghiotte ogni cosa, togliendoci ogni senso di cui disponiamo, specialmente la vista. Senza il dono della vista, occlusa dal buio, il nostro è un mondo di tenebre. In questo racconto, un uomo (o forse sono due) intraprende il suo viaggio nel buio. La sua è una ricerca e una lotta, una fuga e un gioco. È l’uomo che attraversa i vagoni del treno di notte. È l’uomo che scorge (o forse è solamente la sua ombra, il suo alter-ego), una figura dall’altra parte del tavolo. Signore della solitudine, l’uomo, nella sua ricerca, trova la verità: non esiste buio che non abbia la sua luce. E non c’è luce senza l’oscurità. Chiudendo gli occhi, la luce ritorna in quel nero che ci circonda, oscura paura che nasconde l’animo umano, nel silenzio irreale. E, chiudendo gli occhi, l’uomo diventa il creatore, dio di luce ed energia. Un dio che però chiude gli occhi, che non guarda l’uomo che ha di fronte. E non si accorge che, nonostante il suo viaggio, la sua ricerca della luce, l’uomo che ha di fronte non è nessun altro se non se stesso. il suo riflesso. E non può essere completo senza. Creatore senza visione della perfetta danza tra luce ed ombra.

Il quarto racconto è Nove. Il numero nove scandisce come i rintocchi di un orologio, le fasi della vita del protagonista di questa storia. Sono nove, infatti, i paragrafi di questo racconto. Ognuno dei quali è segnato da una delle maschere di teatro incise su un anello di metallo che il protagonista acquista in una bancarella durante la sua adolescenza. Il ragazzo, poi uomo e infine anziano, interpreta un po’ la figura di Dante, segnato dal numero nove (quadrato di tre che rappresenta la perfezione e il sacro), o almeno questa è la sua convinzione. Ogni maschera incisa sulla fascia dell’anello, rappresenta un ruolo che egli interpreta nella sua vita. Un ruolo e poi un altro, una maschera che si oscura, lasciando il posto a un’altra. E la storia del padre diviene la storia del figlio. I gesti, i comportamenti le situazioni, si compiono ancora e ancora, ruotando il cerchio perfetto dell’anello. Un nuovo Orfeo nascerà, cercando la sua Euridice. Il valore della vita e della morte, racchiuse lì, nell’amore, in quel piccolo cerchio di metallo con nove facce incise sopra.

Il quinto racconto si intitola Ego. Un uomo e una donna ripercorrono la loro storia d’amore. Non c’è dialogo tra di loro, anche se l’uno completa i pensieri dell’altra. Come in un’intervista a uno sconosciuto o un monologo allo specchio, scopriamo l’involuzione del loro rapporto di coppia. Le speranze e i sogni nel cassetto, lasciano posto all’amarezza e a una vita fatta di successo e di responsabilità. Ci si sveglia una mattina e il proprio mondo, quello che si desiderava, non era poi così perfetto come ci si sarebbe aspettato. Non sempre accade che un sogno realizzato sia fonte di felicità. In questa storia, l’uomo e la donna costruiscono un percorso seminato di libri. I libri che lui comprava a lei con i propri risparmi. I libri che lei leggeva insieme a lui, nelle rispettive poltrone. Il libro che scrive lui, lo scrittore. E il libro dell’anima. Il libro che lui ricerca in maniera convulsa, una sorta di elisir per curare i suoi timori e le sue insicurezze. Non capisce che il libro della sua anima, lo possiede già, è il romanzo della sua storia. È lei. E proprio lei scriverà il capitolo finale del libro dell’anima, andando via. È il finale perfetto. Tutto finisce nel modo in cui è iniziato. E la poesia del suo romanzo, lui, lo scrittore, la perderà nell’ultima pagina.

Nel sesto racconto: Long Island, mescolato bene, si aprono due dialoghi, entrambi del protagonista. Il primo dialogo è con un terapeuta, l’altro è con la vita del protagonista che si sviluppa all’interno del mondo lavorativo (precario). Ogni scena che si apre rivela un tassello della vita di questo giovane uomo, segnato dall’anno 1994 e da ricordi musicali legati ai Nirvana e al suicidio di Kurt Cobain. La sua infanzia è il mare, il cellulare della madre che squilla e Kurt Cobain. E Katia. Katia è una collega di lavoro per cui lui non prova attrazione ma un senso di protezione. Tutti loro sono parte del passato del protagonista, della voce narrante. Essi sono tutti gli ingredienti di questa storia, parti del Long Island che si fa servire il protagonista. E mescolato bene, per gustarne il sapore. La ricetta prevede: 2/10 di gin, 2/10 di vodka, 2/10 di rum, 2/10 di triple sec,1/10 di succo di limone (più una fetta per guarnire) e 1/10 di coca cola a colmare. Alcuni mettono la tequila o il rum bianco, a me personalmente però non piace la coca-cola. (Se vi serve qualcosa di frizzante, meglio la birra). E mi raccomando, bevete responsabilmente.

Arriviamo al settimo racconto, intitolato Mangiafuoco, che ha l’incanto di una fiaba. L’ho letto ascoltando Angelo Branduardi, grande menestrello, che intonava La candela e la falena:

Io ti canto dolce candela, che tu sia di tua luce amante, sono la fiamma e la falena. […] per amore danzo nel fuoco […].

È una notte d’inverno, c’è una folla stipata attorno ad una figura misteriosa, canti gregoriani spezzano il silenzio notturno, mentre la torre con i suoi merli e il suo orologio osserva dall’alto. Il protagonista di questa storia si trova tra gli spettatori, quando emerge Ifrit il mangiafuoco. Tra le fiamme che danzano nella piazza, i ricordi del protagonista si illuminano, assumendo colori intensi nella notte. Il verde della calligrafia su un biglietto, il rosso delle linee di un quadro. Il mangiafuoco evoca il potere del fuoco, un drago che con il suo ruggito scaccia le tenebre e con le sue fiamme illumina i cuori; traccia rune, arcaici incantesimi contro il gelo dell’inverno. E quando il drago sconfigge il buio, riporta la luce nella torre. È una fiaba moderna che insegna che non sono i draghi esistono, ma non sono poi così cattivi se riportano la luce e illuminano il passato, celando i segreti della loro magia attraverso le mani del mangiafuoco.

L’ottavo racconto è Il rinoceronte. C’è un rinoceronte. Un rinoceronte bianco, l’ultimo settentrionale maschio. È lui al centro di ogni divagazione. Ha una sola caratteristica che lo rende diverso da tutti gli altri della sua specie. Il colore. Come se una sola peculiarità invece di qualificarlo e renderlo speciale in realtà lo rendesse diverso. Qualcosa da proteggere certo, ma da tenere lontano dagli altri. Povero rinoceronte. Magari lui avrebbe voluto essere “normale”. Un rinoceronte come tanti, con una vita insieme ai suoi simili e non tenuto sotto stretta sorveglianza dagli uomini, che pure loro, penserà il rinoceronte, vorrebbero essere come gli altri e non discriminati per il colore della pelle o per qualsiasi altra cosa.

Il nono racconto, Chiaro di Luna, compone una melodia estiva in una notte d’estate, per ogni lettore che si avventuri in queste pagine. È il concerto d’Aranjuez di Joaquin Rodrigo, e non Debussy, che possiamo ascoltare da una chitarra nera strimpellata dal protagonista di questa storia. Una notte, il richiamo del mare lo porta sulla spiaggia, le sue note sono per la luna che danza sulle onde. Ma quella musica inghiottita dal vento, diventa l’incanto per una sirena che emerge dalle onde. È una creatura pallida come la luna, eterea come il vento e salata come il mare. Una ninfa e un musico celebrano un rituale notturno, sera dopo sera. La realtà si consuma nelle mattine pigre e nei pomeriggi afosi, tra pile di libri da studiare, pc e cellulari che squillano. È una realtà transitoria, in attesa di un incantesimo al chiaro di luna. Un incantesimo, che, purtroppo, dividerà per sempre Selene dal suo Endimione al sorgere del sole, la chitarra ormai dormiente.

Il decimo racconto si intitola: Una storia senza importanza. Le storie senza importanza sono quelle che ci portiamo dietro tutta la vita, quelle in cui ci ripetiamo i se e i ma. Una di queste storie ci viene raccontata dal protagonista, tornato al paese dopo cinque anni trascorsi all’estero. La sua storia, quella definita da egli stesso senza importanza, ritorna sotto forma di una semplice festa tra vecchi compagni di liceo. E il passato ritorna, quella storia che porta il nome di Camilla. E la consapevolezza che, le storie senza importanza sono quelle che contano per davvero.

L’Undicesimo e ultimo racconto, Compassione, chiude la raccolta. C’è un uomo sul ponte, osserva la città, gli uomini e le donne che vi abitano. Ognuno di essi è collegato ad un altro, in una fitta trama di umanità. È un uomo. È una donna. La figura sul ponte, passaggio tra i mondi. È un uomo. È una donna. La figura al capezzale della morte. Tutti, prima o poi, saliamo su quel ponte, in attesa dell’alba.

I personaggi nei racconti di Vicedomini, tracciano una mappa di sentimenti, di emozioni, di musica, di orizzonti. È una mappa di luci e di ombre, che incarnano la nostra umanità. Leggere questi racconti ci conduce in un viaggio cosmico, quello che dovremmo vivere almeno una volta nella nostra vita. Suggerimento di lettura: gustare un buon racconto con un pezzo di cioccolata fondente, (magari al 90%).

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