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Stelle ossee



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Questa settimana la proposta di lettura si intitola Stelle Ossee di Orazio Labbate, per Liber’Aria edizioni nella collana Penne.

Lo scrittore classe 1985, propone questi racconti brevi, già apparsi in diverse riviste letterarie, in questo volume. Un’invocazione ad atmosfere gotiche, piccoli Penny Dreadful dal cuore vittoriano d’oltreoceano.

Il primo racconto della raccolta è Un innamorato dell’Apocalisse, che ci porta in una casa alla fine del mondo. La casa è infestata dai fantasmi della vita del protagonista. Un romanzo, un cane, Nathalie, la neve fuori copre ogni cosa, tranne il dolore. Unica presenza viva in un’esistenza di morte.

Il secondo racconto è Case incendiate. L’elemento che unisce i due personaggi principali della storia è il fuoco. Entrambi marchiati da una fede distorta. Le case sono prigioni e prigioniere, dimore di anime che devono essere liberate e restituite alle stelle del cielo. Il fuoco è la purificazione e la luce che scaccia le tenebre. Le case sono la pelle di spiriti inquieti. Spiriti come Malcom e Horace, che compiono il rituale nel corso degli anni. Spiriti che cercano la voce di Dio nel crepitio delle fiamme, senza però trovare la redenzione, se non nel fuoco stesso, forse.

Il terzo racconto si intitola Dentro una bara. Parliamone. Il mestiere del becchino non è sicuramente quello più ambito, ma quando si discende da una famiglia che ricopre tale ruolo da generazioni, non si ha poi molta scelta. La morte si conosce meglio della vita, è una compagna fedele che si muove tra le lapidi, le luce dei lumini e l’odore di fiori appassiti. Negli occhi di un morto si scorge l’anima, il viaggio verso il paradiso o l’inferno. Rufus, il becchino, vuole individuare quegli occhi, i suoi, durante il trapasso. Questo è il motivo che lo spinge a farsi seppellire dai fratelli, vivo. La morte però tarda a venirlo a prendere. In fondo, Lei e la famiglia Wright sono amici da tempo. L’attesa di Rufus si protrae nel tempo, diventa uno spirito la cui anima potrebbe venire intrappolata nel legno e nella seta, nei pensieri che indugiano sulla dipartita del padre, e in quello specchietto dove, una volta la madre rifletteva il suo viso. La morte arriva per tutti, ma forse, il becchino, questa volta non la guarderà negli occhi. Passiamo al quarto racconto, Il cimitero e il coniglio, quest’ultimo fa giusto una piccola apparizione nelle ultime righe. È una presenza che racchiudere il significato della morte, o forse no. Il vero protagonista è il cimitero, città notturna per i morti che si nutrono dell’acqua delle fontanelle, i lumini creano le luci come fievoli fari per le anime che vagano in quel labirinto di pietre e di lapidi. Una figura, forse un uomo, si aggira nel cimitero, in una ricerca silenziosa, spezzata solamente dai suoi pensieri confusi e dalla musica della notte, che si compone con i tremolii delle fiammelle, lo scricchiolio delle foglie e i sogni dei bambini morti.

Il quinto racconto si intitola: Lavanderia slava. È notte. Compagna delle creature oscure. Un uomo va a caccia di cibo, deve nutrirsi di carne e di sangue, di un altro animale, per trovare la pace. Forse un maiale, forse un volatile. L’unico luogo dove può trovare la sua preda è il cimitero degli animali, appesi ai ganci di metallo e vegliati da un custode d’eccezione: il becchino col grembiule sporco di sangue, il coltello affilato in mano e la pelle scura, che lo aiuta a mimetizzarsi nel buio. Solo il sorriso è bianco e luminoso, un faro di cinico dialogo con gli avventori che vengono a disturbare il suo lavoro. L’uomo non lo sa, ma i morti non si devono disturbare la notte; i vivi devono nascondersi in casa, e lasciare che le creature tenebrose si nutrano di sangue, vampiri avidi di una vita a metà, intrappolati in un limbo che sfuma nell’alba.

Il sesto racconto è: Buio sotto il letto. Il buio fa paura. Quando siamo bambini temiamo che mostri spaventosi possano uscire da sotto il letto, dove noi vorremmo invece nutrire i sogni. Quando diventiamo adulti, non abbiamo più paura del buio e dei mostri, e sotto il letto ci vivono calzini e scatole piene di ricordi. Un uomo – bambino crea un mondo sotto il suo letto, rifugio contro il presente. È una capsula del tempo che evoca i fantasmi dei genitori. Unico luogo dove può ritrovare un dialogo con loro, dove può trattenerli nella sua infanzia perduta. Nella notte, nella voce dei genitori morti, l’uomo esorcizza il suo lutto, un dolore che forse troverà sollievo all’alba, quando la notte lascerà il posto al sole.

Il settimo racconto si intitola L’asino di Notte. Nel viaggio presso la casa di campagna, un vecchio e suo nipote si confrontano con la notte, la morte e Dio. È un lungo addio illuminato da una torcia, dove il nonno troverà l’ultima dimora della sua vita, la vecchia casa custode di ricordi e paure. La mattina sorprenderà il ragazzo e l’asino di fronte alla morte, protetti e imprigionati da quelle vecchie mura e dal vecchio cancello arrugginito e chiuso.

L’ottavo racconto è L’ombra della neve. La neve ci fa pensare al Natale, al vin brulé, al camino acceso e al profumo della cannella dei biscotti con una punta di aghi di pino. La neve di questo racconto invece, copre, nasconde ed isola. È una neve crudele, silenziosa e complice dell’oscurità del nostro animo. Un uomo, (non un giovane Peter Pan che ha perduto la sua ombra), nutre la sua ombra, il suo lato più oscuro e profondo, la sua malvagità, il suo uomo nero. Per nutrire questa sua ombra, di cui ha paura, arriverà ad uccidere. È l’inizio di un rituale macabro che lo inghiottirà nella sua medesima oscurità, senza la speranza di rivedere una luce. Mentre la neve continua a cadere, occultando ogni cosa, persino le ombre.

Il nono racconto è Luce Accesa. In una camera immersa nel buio, un uomo si fa avvolgere dai propri pensieri. All’inizio non si muove, immobile, bloccato da mostri di cui sembra avvertire la presenza. Poi quel buio diventa un rifugio, scatola di cartone dai confini rassicuranti. Tana in cui avvolgere la propria malinconia. La luce arriva quando la realtà lo scuote da quella fantasia nutrita dal buio.

Il decimo racconto si intitola Passeggiata per la defunta. La morte chiama, quando meno ce lo aspettiamo. Un giorno arriva la notizia, la consapevolezza coglie anche te. Bisogna uscire e andarle incontro. Un viaggio come accompagnatore di chi sta andando via. Un uomo riceve la notizia della morte imminente della nonna. L’invito urgente a raggiungerla al suo capezzale. Non sappiamo mai reagire alle cose inaspettate. Chissà se compiendo un passo verso la morte pellegrina, sarebbe come accettare il suo volere. Chissà se attraversare i luoghi dove la persona amata ha vissuto, non renderemmo omaggio alla sua memoria. O se invece, tutto questo non fosse per chi sta morendo, ma per chi rimane. Perché chi muore abbraccia la morte come una vecchia amica. Ma chi resta, deve accettarne la presenza, terribile ladra di amore e di vita.

Arriviamo all’undicesimo racconto, con La trasformazione del guardiano. Una passeggiata notturna verso il cimitero di un uomo, si trasforma in un rito di passaggio per il becchino. Egli, guardiano della morte, teme la sua vecchia compagna, il suo potere sui morti e gli abitanti del cimitero. L’uomo inconsapevole (o forse no), sfida la paura e la morte stessa, chiedendo al becchino di farsi seppellire vivo. Il demonio così non recriminerà le anime al guardiano. L’uomo e il becchino invertiranno i ruoli, cambiando entrambi per sempre.

Il dodicesimo racconto si intitola Il corvo del mausoleo. Il corvo, messaggero dell’oltretomba e guardiano dei cimiteri, è la guida di una storia sepolta. Ogni passo dell’uomo e ogni gracchiare del corvo, alla fine, conduce tutto in quel luogo, tempio di amanti dannati, nutriti da un bacio affogato nel sangue. Nel nettare della vita.

Il tredicesimo racconto è: Il divano. Nel corso della nostra vita, esistono oggetti e luoghi che nutriamo con i nostri umori, le nostre lacrime, le nostre emozioni e le nostre storie; così da creare un’anima, intrappolata nei confini tangibili della loro materialità. Così il divano di questo racconto, testimone di una storia d’amore, resta presenza scomoda e al tempo stesso indissolubile vincolo della nostra felicità. Il divano è il legame con ciò che c’era prima, rudere di un passato andato in pezzi. Perché gli oggetti che restano sono la storia della nostra vita, impronta sul passaggio in questa esistenza. Nonostante tutto.

Il quattordicesimo racconto si intitola Santino buio. In questo racconto la fede è la vera protagonista, indiscussa presenza che si insinua tra i legni scricchiolanti del confessionale e tra le pieghe del saio di un giovane frate. È la fede che anima il confessore e la giovane postulante. Ed è sempre la fede che divide i due giovani, li allontana, poiché la sacralità di un Dio (o l’amore per esso) non possa essere tradita dallo sciocco desiderio di un amore umano e non divino. Nella ricerca della salvezza dell’anima si sacrifica quella del cuore, una dannazione peggiore di quella di Dio. Non vince nessuno questa guerra, neanche il santino, che brucherà tra le fiamme, ultimo amuleto di una fede ormai perduta.

Il quindicesimo racconto è La notte della pianura. I pensieri di un uomo percorrono la notte insieme ai suoi passi. Il buio lo rende un guardiano dell’oscurità, un faro spento che non indica una riva a cui aggrapparsi ma si prende nei rumori della notte. Eccoci al sedicesimo racconto, con Tempesta di stelle. Nella bella Sicilia, dove il mare è il signore di questa terra, seguiamo un viandante lungo i suoi ricordi, le sue immagini, il suo lutto. Il dolore per una perdita si affievolisce nel corso degli anni e rimane in un angolo, a ricordarci chi o cosa abbiamo perduto. In ogni passo, avvertiamo lo sciabordio delle onde, il profumo di salsedine. E capiamo che, tutto viene dal mare e torna al mare, anche i morti. E che forse, Dio e la Morte sono la stessa cosa. Sono il mare.

Il diciassettesimo ed ultimo racconto, che chiude la raccolta, è Madonna verde. Questa storia si discosta dal volume proposto, aprendo una finestra sul nostro passato di italiani immigranti e immigrati. Il racconto abbandona le tinte misteriose e gotiche delle storie precedenti, creando un mondo nostalgico e doloroso. È la storia di Vincenzo Caliddu, che si imbarca come altri italiani, siciliani e napoletani, in terza classe, verso una terra che promette speranze e opportunità. È una nave come tante, dove gli immigranti si ammassano smaniosi e boccheggianti; un bagaglio dove sono stipati i resti di una vita dall’altra parte del mondo; nel petto è cucito quel poco denaro racimolato ed una foto della persona amata; lo stomaco stretto da pugni e da morsi. La Madonna verde, con la sua fiaccola di fiamme gelide e lo sguardo metallico, è la custode di Nuova York, sacro passaggio per le anime che si sacrificano nella traversata, vestale di sogni che sfumano nella nebbia. Così Vinny Butera arriva a Nuova York, immigrato tra i immigrati, è lui a vedere per primo la magnificenza della statua della libertà, presagio di fortuna. Vincenzo ingoia l’amarezza e va alla ricerca di un pezzo d’Italia, la sua, in questo nuovo mondo. E la trova. La sua nuova vita non è poi così diversa da quella precedente, dove ha lasciato una moglie, Concetta, a vivere un matrimonio senza marito, vedova di lacrime e fede. Un giorno però Vincenzo capisce che non è siciliano e non è americano. È un immigrato. Un uomo in mezzo tra il vecchio e il nuovo mondo, anima a bordo della nave sull’oceano, lo sguardo della Madonna verde ad indicargli la direzione. Le stelle ossee di questi racconti sono le cicatrice che ci portiamo sulla pelle, nelle viscere pulsanti. Ricordi indelebili dei nostri dolori. La Morte è il frammento e la stella oscura, vera sovrana tra le parole di queste storie. È una morte che assume diversi ruoli, con il mantello e la falce, in un duello con Dio e la religione. La fede diviene scudo e scusa, responso sibillino ad una realtà di labirintiche paure. L’animo umano, con le sue speranze e le sue angosce, è la pedina di questo gioco a scacchi tra Dio e la Morte. Non alfiere, cavallo o torre, ma ingenuo pedone (e lettore) di un dialogo tra i potenti.

Questa raccolta ispira la lettura (o il ripasso) dei classici del romanzo gotico. Il corvo di Poe, l’enigmatico Lovecraft, le visioni di Stocker, per citarne alcuni. Non adatto ai lettori dal cuore tenero. Consiglio di lettura: leggere anche un racconto al giorno (le pagine sono esigue e il tempo per leggere si trova), possibilmente la sera, al buio, con qualche candela accesa per scacciare le ombre. O almeno quelle dentro di noi.

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