• Reader for Blind

Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…



Quando ho scritto Superwoobinda, dieci anni fa, volevo raccontare una generazione di trentenni privi di futuro.

Il futuro, lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle, non è ancora arrivato.

Siamo ancora tutti, nostro malgrado, dei bambini.

La letteratura e la narrativa si distinguono dalla realtà, anche quando trattano di argomenti verosimili, perché non parlano di cose reali. Parlano, come spesso gli autori affermano nel colophon o nelle prefazioni, di fatti o persone inventati, e qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.

Aldo Nove invece, per trattare un tema che sin dagli esordi gli appartiene, preferisce tagliare qualsiasi distanza e affondare gli artigli nel nostro mondo, presentando quattordici interviste ad altrettanti lavoratori precari o disoccupati dei primi anni zero.

Leggendo i vari racconti io, che di anni ne ho trenta esatti e che il presente descritto da Nove lo vivo quotidianamente anche attraverso i miei coetanei, non ho potuto fare a meno di ritrovarmi nelle parole di Roberta, cosentina trasferitasi a Roma e all’epoca insegnante in una scuola per studenti lavoratori; di Alessandra, grafica pubblicitaria costretta a pagare (anziché essere pagata) per lavorare nella Milano bene; di Riccardo, attratto e deluso dal mondo patinato della televisione.

Ma non finisce qui: ci sono storie di pastori sardi schiavizzati dagli industriali, di “operai globalizzati”, di caporalato e mafia che hanno dietro di sé gli stessi nomi, di lavoratori interinali utilizzati come merce di scambio fra agenzie e multinazionali.

Fra tutti gli obbrobri che emergono da queste interviste, una colpisce subito al cuore: lo stagismo. Scrive Aldo Nove al riguardo:

Lo stage è una forma di sfruttamento e di ricatto.

Si differenzia dall’apprendistato (dagli antichi ragazzi di bottega che, in contesti più umili, «imparavano un mestiere») perché non insegna nulla.

Così ci si ritrova a fare fotocopie per il prof. che una volta morto, tra trent’anni, se qualcuno meglio raccomandato di te non ti farà le scarpe, ti lascerà la cattedra.

Proprio su questo perverso meccanismo voglio soffermarmi un momento. Lo stage è un continuo ricambio di carne fresca; un espediente che, se tutto va bene, consegna allo stageur delle competenze acquisite con mesi di lavoro gratuito, e che potrà riutilizzare (forse) altrove… sempre che non gli venga chiesto di portare avanti un altro stage, nel qual caso il ciclo diventa infinito. Se invece non tutto va come dovrebbe, il tirocinio risulta in una forma di sfruttamento che nulla lascia a chi lo compie, ma garantisce all’impresa ospitante manodopera qualificata (in quanto proveniente da corsi di alta formazione o master) e gratuita. Quella che dovrebbe essere esperienza formativa a tutto vantaggio del lavoratore si risolve spesso in un processo per lui alienante, laddove per l’impresa diviene un modo per tagliare i costi sul personale.

Nel libro di Nove tutto ciò è presentato con un linguaggio diretto e crudo. Le parole degli intervistati, che sulla propria pelle hanno vissuto ciò che raccontano, vengono commentate da uno scrittore che sin dall’inizio, da quel Woobinda uscito per Castelvecchi nel 1996, è politicamente e ideologicamente schierato dalla parte dei lavoratori.

Anche di politica si parla nei racconti-interviste. Il libro, vale la pena ricordarlo, è uscito nel 2006, dunque prima della crisi finanziaria ed economica che ha investito il mondo intero e che ha provveduto a rendere ancora peggiore la situazione descritta nel testo di Aldo Nove.

È l’epoca del berlusconismo, poco più di dieci anni dopo Tangentopoli, Mani pulite e la fine di quella prima repubblica in cui si sono formati i protagonisti di Mi chiamo Roberta, tutte persone fra i trenta e i cinquant’anni.

È l’epoca di uno sviluppo tecnologico senza pari, dell’avvento di internet in tutte le case e della conseguente obsolescenza di tv e carta stampata; uno sviluppo tecnologico che tanti lavori ha contribuito a mandare al macero.

È un’epoca di cambiamenti, di globalizzazione e rivoluzione.

Le voci di quel 2006, che da questo nostro 2017 di social network, smartphone e tv ultra hd ci appare così lontano, sono quelle di lavoratori spesso iscritti a partiti di sinistra e cresciuti in un’epoca di fermento ideologico. Catapultati in un panorama lavorativo a pezzi, si sono ritrovati con nulla in mano se non una valigia e un biglietto dell’aereo.

Ciò che emerge dal testo di Aldo Nove è un panorama desolante e avvilente; una società che sembra aver scordato che al centro di tutto dovrebbe esserci l’essere umano, non il capitale.

Cosa ci può salvare?, chiede lo scrittore a Leonardo, giornalista web. E la risposta è complessissima nella sua semplicità:

La cultura. La cultura vera. Che non sta nella produzione e nel consumo di cultura, ma nello studio serio, articolato nel tempo, della realtà e del linguaggio che lo informa. Non si tratta di assumere più informazioni perché ne siamo bombardati, ma di selezionarle, di discernere quelle importanti.

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David Valentini: è nato a Roma nel 1987. Ha pubblicato due romanzi con piccole case editrici indipendenti e diversi racconti su riviste e blog letterari. Fra le altre cose scrive recensioni e coordina il collettivo Spaghetti Writers.

Sito web: Tracce di libri

Spaghetti Writers

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