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Nascosti davanti a tutti



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Oggi parliamo della raccolta di Fabrizio Manzetti, Nascosti davanti a tutti pubblicata da Augh! edizioni (Alter Ego) nella collana Frecce.

È l’esordio letterario di questo giovane classe 1988, che ci propone i ritratti di persone comuni, in una vita ordinaria. Sono scatti fugaci, istanti di un momento impressi con l’inchiostro sulla carta. Sono uomini e donne che hanno a che fare con una vita all’apparenza normale, con ognuno le proprie labirintiche situazioni sentimentali, volte al cambiamento.

Parliamo del primo racconto, Io aspetto, tu che scusa hai? La scena si svolge su un treno, un vagone che unisce degli estranei sulle poltrone vecchie che si affacciano su vetri sporchi. E nei paesaggi che cambiano sotto lo sguardo carico di aspettative, tre vite si incrociano, legate da un libro; e nell’ultima pagina, un messaggio, un invito. E la speranza disattesa di un’aspettativa per il futuro. È un futuro che scorre sui binari, la destinazione è ignota. Qualcuno scenderà alla prossima fermata, qualcuno non salirà più.

Il secondo racconto, Mattina, l’amore, sera; si apre su una casa avvolta dall’oscurità. Un uomo torna dalla moglie dopo il turno di lavoro. Il letto è il ponte che unisce il giorno alla notte. Unisce i due coniugi ma li separa, due vite che si incrociano in quella casa che cambia colore.

Il terzo racconto, La neve sui tigli, ci porta a Berlino. Cominciare una nuova vita fuori dall’Italia, un miraggio la Germania. C’è chi realizza i propri sogni, e chi no. Lavori precari, una casa, due figli. E perdersi. Senza capire perché un matrimonio finisce, o capire dove le strade si sono divise. Per poi, forse, ritrovarsi, sempre sotto il cielo di Berlino carico di neve e di promesse.

Con il quarto racconto, Cosa serve per uscire, incontriamo Fosco. Fosco ha una vita ordinaria e solitaria, con un’unica presenza costante, il suo cane, Inquey. Inquey è il diminutivo di inquietudine, compagna fedele che cerca di spingere il proprio padrone fuori di casa e anche dalle sue paure, dalla sua solitudine. Un po’ custode e un po’ sua ombra, il cane proietta, con la sua vitalità, il desiderio di Fosco di imparare finalmente ad amarsi.

Con il quinto racconto, intitolato: Non c’è bisogno di asciugarsi, facciamo la conoscenza di un altro amico a quattro zampe, stavolta un gatto. L’acqua è un elemento di purificazione, toglie ogni macchia, ogni sporco, ogni patina dal corpo e dall’anima e ci da la sensazione di farci rinascere. L’acqua ci permette di recuperare una purezza e un’innocenza ormai perduta. Il gatto però, costretto a quel riturale dalla sua padrona, non è della stessa opinione. Tutti i gesti che la donna compie diventano inutili, perché si ripeteranno sotto la pioggia. È un’acqua sporca che punisce coloro che sfidano la sua forza, con gocce di ghiaccio. E la natura, l’acqua, sconfigge sempre quella creatura fragile che è l’uomo.

Il sesto racconto si intitola: Conigli in gabbia. I conigli in gabbia sono gli uomini, e Rieger, il protagonista era uno di questi. Rieger ha perso tutto. Vive alla giornata nella sua città, Roma. Una volta aveva una famiglia, una moglie, un lavoro, un passato. Una volta aveva la scrittura. Ora la sua vita gira intorno all’asfalto di Roma, alle cicche di sigarette, alle file per un letto e un panino. È una vita da reietto, maledetto tra maledetti; eppure Rieger ha trovato la propria serenità, quella che tutti gli altri (quelli che non sono invisibili come lui), ancora cercano e non trovano.

Col settimo racconto, Il sangue della prostituta, parliamo di altri reietti. Ognuno di noi ha i propri gesti quotidiani, rituali di un’abitudinaria vita noiosa. Percorriamo le medesime strade nei soliti orari e non facciamo poi molto caso a cosa ci circonda, o a chi. In una sera qualunque, mentre la pioggia bagna l’asfalto, un uomo investe la prostituta che vede sempre sulla strada che percorre tornando a casa dal lavoro. È l’inizio di un dialogo tra due estranei, un viaggio verso il pronto soccorso. In un incontro accidentale, l’uomo e la donna si mettono a nudo, togliendo ognuno i propri panni carichi di amarezze e solitudini, quelli che tutti indossano per interpretare il proprio ruolo. La semplice verità è che sono tutti attori in questo teatro e nessuno è disposto a gettare il proprio copione per essere se stesso. perché così facendo, saremmo costretti a fare i conti con la nostra personale sofferenza.

L’ottavo racconto, L’inganno delle perle Akoya, ci porta in un’altra fase della nostra vita, l’ultima. È giorno di pensione per una coppia di anziani. Il ritratto di un matrimonio di altri tempi, con i loro gesti e i loro silenzi. E la paura di morire da soli. Perché, nonostante tutto, l’unione, seppur lunga mezzo secolo, non salva nessuno da questo male. (Non la vecchiaia o la malattia, ma la solitudine).

Il nono racconto si intitola, I sogni hanno la bava. Tutti i paesi ne hanno uno. È il matto del villaggio, il giullare di corte che tutti prendono in giro, che tutti evitano, perché in fondo nessuno vuole averci a che fare. Ma che cosa accadrebbe se, per una volta, si provasse a parlare con quel pazzo che parla da solo e sorride? Forse potremmo scoprire quanto è piccolo il nostro mondo, limitato da fili invisibili che ci muovono come marionette. Mentre il suo mondo è senza confini, se non quelli dei sogni .

Il decimo racconto si intitola: tanto per cominciare, la fine. È la fine di un viaggio. Ritornare a casa dopo cinque anni di assenza. Ricominciare una nuova vita, riprendere da dove si aveva interrotto. E ritrovarsi in un nuovo inizio. Un po’ adulta e un po’ bambina. Nel tuo mondo, nulla è cambiato, tranne te.

L’undicesimo racconto, Quattro quarti, ci fa incontrare la musica. Per una bambina, il clarinetto è il ponte che la collega al padre, il linguaggio, è quello universale della musica. Infatti lo strumento è un suo regalo e lei vorrebbe dimostrare tutto il suo impegno anche al maestro severo che la segue. La musica invece di unire, però, divide. Quei quattro quarti incompiuti, spezzati dalla rabbia. È una musica che non potrà più ascoltare il padre, che si spegnerà con l’ultima nota del clarinetto.

Il dodicesimo racconto è Eroi Urbani. Se pronunciamo la parola centurione, pensiamo subito a Roma. I soldati del grande impero, con il loro gladio e l’elmo lucente, il mantello al vento. Sono gli eroi ormai cartolina ricordo di una Roma che fu. Una Roma bella ed eterna, ma ormai stanca e senza più centurioni che possano difenderla.

Il tredicesimo racconto è: Una madre fiera non ha grigi. È una vita che va avanti normalmente. Una falsa quiete per una coppia che ha perduto una figlia. È il dolore non detto, quello racchiuso nel proprio cuore, che ti divora da dentro, e si rischia di annegare in quelle lacrime incastrate in fondo agli occhi; e quell’oscurità può avvolgerci fino a farci scomparire per sempre.

Il quattordicesimo racconto, Tradimento, traccia un altro ritratto di una famiglia comune, unita dall’amore per la propria figlia. Un uomo che vive due vite, ma non appartiene a nessuna. La famiglia è il guscio e la sicurezza. L’amante, forse è solo la crisi di mezza età, implacabile.

Il quindicesimo racconto è Le sue donne lontane. Noi donne nasciamo con l’insegnamento delle nostre madri e nonne. Quella devozione per la famiglia che si esprime attraverso le lenzuola pulite e i piatti pronti, con i grani del rosario e una rispettosa sudditanza. È un retaggio culturale, una forma di amore che esclude ogni tipo di dialogo. Perché le donne che non parlano, tirano a lucido le case e si battono il petto, silenziose. La loro voce sussurrata nelle preghiere. È la sicurezza di una vita al servizio di tutti e mai per loro stesse. L’unico modo per trovare una propria voce è lontano dalle proprie donne. Anche quella è una forma d’amore. Il silenzio nel silenzio.

Con il sedicesimo racconto, Mi batte il cuore di mio padre, si chiude la raccolta. La notizia della presunta morte del padre, fa partire la figlia che abita lontano. Sarà l’ultima a scoprire che, per un assurdo caso, l’anziano padre è ancora vivo. E magari, quello potrà diventare un nuovo inizio per entrambi.

Queste storie “normali” hanno protagonisti comuni, inosservati, come la bambina che torna da scuola con la cartella sulle spalle, o l’uomo che esce dall’ufficio con una sigaretta in bocca mentre si allenta il nodo della cravatta. Eppure, questi personaggi, quasi banali nella loro semplicità, potrebbero parlare di me, di noi, nascosti davanti a tutti.

Consiglio di lettura. Leggere questa raccolta gustando una fresca fetta di cheesecake con i frutti di bosco, in attesa di crogiolarsi al sole.

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