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Gli ultimi pensieri



Sul tavolo in salotto tartine al pâté di tonno, polpette di spinaci e paste dolci, con bottiglie di vino bianco, acqua minerale e coca cola: somigliavano al principio di una festa, più che alla fine di un funerale. Il tragico e il comico insieme, come la vita e la morte; e come la giacca crema di mia figlia piccola, che aveva comprato per un battesimo, invece era morta mia mamma.

Mia sorella ha infilato un dvd nel lettore e chiamato gli altri fratelli sventolando le braccia. Ha iniziato a raccontare di aver comprato da un rappresentante straniero una macchina sperimentale che registra i pensieri: ci ricordavamo tutti la mamma con un casco in testa come una marziana? sì; collegato a un mappamondo allacciato a uno schermo? sì.

Vronvronvronvron. Il dvd era partito, questo il risultato: la registrazione dei suoi ultimi pensieri, che se qualcuno non se la sentiva di vedere poteva accomodarsi in cucina, dove c'erano altre bibite e altre paste, vronvronvron.

Due cerchi marroni che erano i suoi occhi, due pupille in due cerchi marroni di un marrone che sfuma nel grigio: erano gli occhi della mamma, o quelli di qualcuno con lo stesso amore asciutto che sapeva di passato, di una donna in una casa che odorava di brodo di carne e che vibrava a ogni ora per i sonagli di un cucù.

Il prete stringeva le mani a tutti, poi andava via. Sembravamo tutti molto sollevati che il guardiano di anime si fosse allontanato dallo spettacolo di quei pensieri, raccolti all'alba come il fieno che la mamma usava raccogliere in campagna. Anche tra i preti, come tra gli uomini, ci sono quelli bravi e quelli meno, e lui era uno di quelli bravi, con una cantilena che avreste riconosciuto tra molte, e gesti pacati che non si sapeva se glieli avessero insegnati nell'ordine o erano suoi da prima. In chiesa faceva dondolare la navicella recitando tra i denti le formule magiche che avrebbero accompagnato la traversata della mamma all'interno della sua barca di cipresso. Qualcuno tossiva, per l'incenso, qualcun'altro tentava di trattenersi e poi tossiva ancora più forte. Il prete predicava una sana e santa inquietudine, timore e attesa del signore: l'inquietudine della mamma aveva trovato finalmente pace nella sua vita senza fine, che forse aveva la forma di un mazzo di carte da gioco e il ritmo di una partita infinita in cui è lecito barare.

Vronvronvronvron, vronvronvron. Ecco una cravatta e un profumo di dopobarba, una sensazione più che un profumo, qualcosa che arrivava dalle immagini come se foste stati là o foste proprio i suoi occhi. Quel dopobarba, annusandolo volevo scappare. Era il dopobarba di mio papà, quello che usava prima di sposarsi, quando lui e la mamma erano ancora giovani e liberi.

«Secondo me, quel vronvron è la sua macchina per cucire» ha detto all'improvviso mia figlia piccola. Nessuno ha risposto, ma adesso pareva a tutti ovvio cosa fosse quel vronvronvron. Era, la sua macchina per cucire, il suo scrigno segreto: era il suo lavoro, il suo approssimarsi alla felicità, era tutte le confidenze e i pettegolezzi che ascoltava.

Buongiorno, come va? Vronvronvron. Al presente, vronvronvron .

Lo sguardo sospeso dell'ospite, in attesa di una parola e un punto conclusivi; ma la mamma tornava al suo lavoro, al presente. Il resto della risposta l'aveva già detto molte volte negli anni e alla fine non era più necessario (al presente, siamo qua), col tempo aveva imparato a risparmiare anche le parole.

Vrovronvron, versava l'acqua sul vino e ne prendeva subito un sorso, guardava il papa alla televisione fermando il bicchiere tra la bocca e il piatto, poi il rumore del vetro sulla tavola e della sua sedia che strisciava sul parquet, perché si stava alzando, la mamma, gli occhi sulle mani del papa che la benedicevano e le dita che segnavano lente, sillabando un amen senza suono; poi tornava al suo pranzo, senza doversene preoccupare molto, perché una michetta non mancava mai, perché alla spesa ci pensavamo noi ormai, io e mia sorella, i fratelli no, loro sapevano solo dire che erano troppo arrabbiati per poterla aiutare. Arrabbiati, per quella volta che si era rifiutata di prestargli dei soldi, per quell'altra che si era rifiutata di curare uno dei nipoti. Arrabbiati, loro, come se le stesse offese non fossero toccate a noi figlie femmine. Una madre certe cose le dimentica ma un figlio no, neanche una figlia femmina, e andavamo, io e mia sorella, a casa della mamma, sempre con lo stesso contegno in cui si percepiva appena sotto la rabbia, che a volte credevo di essere brava a nascondere, altre volte mi odiavo per non essere brava ad accettarla.

Vronvronvron fa la rabbia, vronvronvron fa la macchina per cucire, vronvronvron fanno i ricordi dei ricordi, vronvronvron.

Due bambini per mano su un ponte si affacciavano e sorridevano, il profumo era di latte e pesche mature anche se indossavano cappotti invernali e portavano sulle spalle le cartelle della scuola; facevano tre passi lenti stringendosi forte le mani, poi si guardavano intorno per controllare di essere proprio a metà del ponte, prima di salutarsi e scollarsi le mani e darsi le spalle e andare in opposte direzioni insieme al peso della nostalgia sul cuore.

«Era la mamma» ha detto mio fratello grande, quello più arrabbiato.

«Sì, era la nonnabambina» ha detto mia figlia piccola.

«Ma lui non era il papà» ha detto mia sorella.

Si era alzato il volume del vronvron, si era alzato il volume della televisione, ma la mamma continuava a osservare la schiena della sua badante, un po' buffa nella sua camicetta a fiori, con il primo bottone infilato nella seconda asola e tutti gli altri di seguito, come se gliel'avessero allacciata con troppa fretta, e il viso della donna che tenta di scusarsi, ma più che mortificato è sorridente. La camicetta a fiori. La camicetta e poi il vuoto.

E questo vuoto, qualcuno lo riempiva di lacrime copiose.

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