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Racconti di New York



Una letteratura acida, ironica e talvolta crudele caratterizza, "Racconti di New York" della prolifica Maeve Brennan, pubblicato in Italia nel 2010 edito Rizzoli. Vite di uomini e donne inclini alla legge del protagonismo e alle feste mondane; momenti fugaci di vita newyorkese, derivanti dalle numerose esperienze dell’autrice che condivide con i lettori la sua visione di New York e dei propri abitanti.

Maeve Brennan nasce a Dublino nel 1917. Si trasferisce a New York all’età di diciassette anni e, dopo un matrimonio frastagliato con St. Clair Mckelway che la porta a vivere in un esclusivo quartiere residenziale poco fuori città, la Brennan passa il resto della sua vita senza una fissa dimora. Dedita all’alcol e in preda a frequenti crisi depressive, si ritrova spesso a dormire nei bagni del New Yorker dove lavora come giornalista, fino a morire sola e dimenticata in un ospizio di Manhattan nel 1993.

Racconti di New York è una raccolta di short stories ambientata negli anni ’60 e divisa in due parti: la prima, dal titolo Una splendida vista sul fiume, comprende cinque racconti situati sulla riva orientale del fiume Hudson a cinquanta chilometri da New York, nel quartiere residenziale Herbert’s Retreat, che comprende circa quaranta abitazioni e una dose massiccia di donne superficiali, uomini dalla presenza marginale e cameriere irlandesi sottilmente ironiche e più furbe dei loro padroni. Sono storie di vite che scorrono tra balli esclusivi, cene sofisticate e party destinati a rimanere nella storia; racconti costellati dall’odore di martini e sigarette, rivalità antiche e mai sotterrate. Le cinque protagoniste di questi racconti sono donne dai comportamenti aristocratici, scorrette e apparentemente impossibili da scalfire; la Brennan ci regala però una sottilissima visione della loro fragilità interiore. Gli uomini sono talvolta meschini, annoiati e disprezzati dalle proprie mogli, disposti a tradirle quando ne hanno l’occasione e meno propensi a nasconderlo.Tra maltrattamenti domestici, vecchi libri contabili, caminetti murati e titoli nobiliari ci troviamo ad affrontare i capricci di donne annoiate e la propensione a soddisfarle da parte di uomini esasperati. Non c’è traccia d’amore in questi racconti, se non verso il desiderio di essere la signora con il vestito più bello o avere la casa con il miglior mobilio. Il comportamento dei nostri personaggi verso la servitù si limita all’essenziale e freddo rapporto tipico di chi è socialmente superiore e sa di esserlo. Le cameriere, di rimando, nascondono dietro le divise e i capelli tutt’altro che perfettamente acconciati tipici delle signore presso le quali lavorano, un’ironia tagliente e un’intelligenza curiosa, servendosene per scambiarsi aneddoti e commenti sullo stile di vita dei propri padroni o per deriderli, come nel racconto Il ballo della servitù, dove le cameriere sono impegnate nei preparativi del ballo annuale che le vede come protagoniste. È però usanza che alla festa partecipino anche i signori ai quali le ragazze prestano servizio. Durante i preparativi le donne altolocate sono fortemente desiderose di partecipare all’evento forse anche più delle domestiche, nonostante non lo diano a vedere: nascosta dietro la scusa di andarci per schernirle, troviamo la voglia incondizionata di farsi ammirare e farsi invitare a ballare dai poliziotti e dai vigili del fuoco chiamati per fare da accompagnatori alle ragazze. Ma un tacito complotto studiato dalla più anziana fra le cameriere farà in modo che le cose non vadano come previsto.

La seconda parte di questa raccolta prende il nome di Voci dalla città ed è composta da dieci racconti decisamente più brevi rispetto ai primi cinque, ma comunque efficaci. La Brennan ci descrive New York e soprattutto i suoi abitanti e lo fa in grande stile: le storie si svolgono principalmente in hall di alberghi del centro e in ristoranti lussuosi; possiamo percepire le sensazioni, gli odori e lo stile di vita di persone comuni.

«La sottigliezza con cui la Brennan ritrae New York fa pensare alle atmosfere dei quadri di Hopper. I suoi paesaggi urbani, gravidi di misteriose possibilità, sarebbero illustrazioni perfette per le scene abbozzate dalla penna di Maeve.» - Cristopher Hirst, The Indipendent.

In dieci storie l’autrice concentra le emozioni di ragazzi che manifestano contro l’intervento americano nella guerra del Vietnam, di una moglie e di un marito che, seduti al tavolo di un ristorante, consolidano quasi tacitamente la loro imminente separazione; e ancora, abbiamo il tentativo di un giovanotto che cerca di ottenere un appuntamento da una ragazza leggendole telefonicamente il menù del posto dove si trova, o il disagio di un uomo alto dagli occhi rossi che, nel racconto Scelta dolorosa, si trova in un supermarket trovandosi a scegliere se comprare la cena per nutrirsi o spendere i suoi pochi centesimi nell’alcool di cui palesemente abusa.

«Poi mi è venuto in mente che, per dirla in maniera un po’ semplicistica, in genere esiste una sola cosa che desideriamo fare e che ci fa male, mentre se ci sforziamo di compiere gesti buoni o virtuosi la scelta è così grande e ampia che alla fine ci stanchiamo prima ancora di decidere. Voglio dire che l’impulso verso il bene implica una scelta complicata, mentre l’impulso al male è odiosamente semplice e facile.»

La Brennan si siede in questi luoghi spesso molto frequentati, immagina la città come fosseun set teatrale, osserva con «la vista acuta di un passero» (dalla postfazione di John Updike) ciò che le accade intorno e lo riporta nei suoi racconti con uno stile minimalista ma attento ai dettagli, proponendo ai propri lettori storie reali riassumibili in brevi frammenti di vite quotidiane ma non per questo meno sature di fascino.

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