• Reader for Blind

Divinità



Forse conosce lo Shanti a Re di Roma.

Lo conosce sicuramente. Te lo dice l’hamsa tatuata sul braccio che hai intravisto quando ti è passata accanto. Te lo dice il profumo di cannella e arancio che per un istante si è imposto sul tanfo della città.

È durato tutto troppo poco. Neanche il tempo di capire quale situazione ti stesse evolvendo intorno.

Non è stato solo il caos della strada. Lo senti nelle ossa che se anche fosse stato un sabato sera e vi foste trovati nella nebbia densa di narghilè e spezie mediorientali di quel locale, qualcosa di lei ti avrebbe comunque richiamato. Un’attrazione magnetica, una percezione sub sensoriale. Avresti saputo che era lì, fra la gente che urlava le stronzate che si urlano i sabato sera, quando le cose perdono di senso anche per gli altri e non soltanto per te. Lo hai ammesso anni fa che questa esistenza non ha senso, in una giornata sospesa fra disperazione e follia.

Ma non è di questo che ti sto parlando. Tornerà il tempo anche per affrontare l’orrore, vedrai.

Ti sto dicendo che lei sarebbe stata lì e tu avresti avuto le tue solite paturnie, quelle incazzature che ti trascini appresso da una vita e che ancora ti fanno soffocare di notte. I tuoi amici avrebbero parlato di calcio, di serie tv, se fossi stato fortunato di qualche libro. Saresti rimasto in silenzio come spesso ti capita, o magari no: forse avresti partecipato a quell’inutile discorso, giusto per riempire il vuoto.

Ma prima o poi, di questo non ho dubbi io come non ne hai tu, sarebbe successo: ti saresti voltato verso di lei cogliendola nell’attimo di una risata fresca come la tua prima neve in quell’autunno di vent’anni fa.

Lì avresti capito che non tutto è perduto.

Lì avresti detto a te stesso che, cristo santo, esiste ancora la speranza.

Attraverso il fumo espirato da cento bocche in simultanea, sarebbe apparso il volto di una divinità scomparsa – magnifica, ieratica e indistruttibile, eppur dimenticata, giunta a te attraverso eoni di guerre fratricide.

Avresti ammazzato per nutrirti di lei, lo sai; ti saresti accecato per immergerti appena nel riflesso abbacinante del suo sguardo.

Così sei fatto, lo sappiamo entrambi e lo sa anche lei. Esageri, ti perdi nelle iperboli, gonfi ogni istante fino a renderlo pesantissimo, impossibile da trasportare come fosse piombo. Se tutto tornasse, tornerebbe anche questo momento e tu non saresti in grado di sopportarlo, ne sono certo.

A quel punto un amico avrebbe trafitto il tuo mondo di immagini con una sassata di realtà.

Vai, avrebbe detto, provaci. Che aspetti. Le lanci una battuta, ti presenti, le chiedi il numero.

Avresti balbettato qualcosa. Il mal di testa. Qualche inesistente frequentazione per cui no, non si può fare. Un semplice ti sbagli, guardavo quel coso appeso, quello lì.

Avrebbe insistito un paio di volte, lui a cui viene tutto semplice, e dopo aver scosso la testa avrebbe ripreso il proprio posto nel branco di chi sa vivere.

Ma se anche solo vederla ridere ti avrebbe paralizzato, quando mai avresti potuto dirle ciao?

Dopo tutto, fratello mio, in che modo un essere umano può rivolgersi a un dio senza essere annientato?

Tutt’al più avresti potuto inginocchiarti e pregarla di smantellare il tuo io per qualche secondo: il tempo di lanciarle una battuta, presentarti, chiederle il numero. Da uomo a donna, nudi come dopo la creazione.

Invece – ma questo lo sappiamo solo io e te, lei ignora che siamo patetici fino a questo punto – se i vostri sguardi si fossero incrociati il suo avrebbe scavato una tana dentro te e mai, mai avresti saputo agire. Avresti costruito decine di universi paralleli, ognuno con infinite solitudini e umanissime tragedie ma tutti costellati di momenti in cui tu e lei – due sconosciuti che nel corso brevissimo di due vite si sono ritrovati fra le stesse quattro mura – sareste stati felici.

Così siamo fatti, lo sappiamo. Nell’immensa debolezza dei nostri secondi trasciniamo l’apraxia di un malato terminale. Osserviamo, scrutiamo, ci perdiamo in riflessioni, sovraccarichiamo le dimensioni finché tutto implode, come una stella supergigante che muore in un buco nero. Dei nostri soliloqui e delle nostre perturbazioni rimangono solo miliardi di rimorsi e interminabili se.

Certo, il nostro realismo onirico è talmente sballato che anche nei migliori scenari prima o poi avreste fatto qualche cazzata: anche nei tuoi sogni vi sareste perduti per ritrovarvi chissà come, estranei sotto la notte stellata; anche nei tuoi sogni avrebbe prevalso la volontà di dominio e distruzione.

Di tutto sarebbe rimasto una foto dieci anni dopo in grado di far esplodere un dolore sepolto.

Ma almeno avreste vissuto quel tempo insieme, invece di stare tu con i tuoi amici che parlano di calcio e figa e i suoi che chissà di cosa diamine parlano ma almeno sanno farla ridere.

Noi invece sappiamo solo fare pena, e quindi che fosse stato un lunedì o un sabato non sarebbe cambiato proprio niente.

Ti saresti voltato giusto in tempo per cogliere il residuo di lei che ancora una volta sparisce per sempre.

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