• Reader for Blind

Il suono del silenzio



È quasi buio.

Ho imparato da poco cos’è la notte, quella vera, senza nemmeno una luce. Prima era solo un’appendice del giorno, preferivo andare in giro dopo il tramonto. Mi mancano i lampioni, ci regalano la sicurezza di un giorno perpetuo, la possibilità di fare sempre quello che desideriamo, a qualsiasi ora. Sono a metà strada, di solito mi limito ad arrivare qui, dopo è vietato avventurarsi, dicono sia pericoloso. Giù ci sono gli altri con i loro immancabili musi lunghi che non cambiano da mesi. Forse parole di speranza riuscirebbero a dare un senso diverso agli sguardi persi e alle labbra che si stringono per resistere al dolore. Magari ascoltare promesse su come presto supereremo le difficoltà renderebbe più gradevoli le nostre abitazioni di fortuna e le giornate tutte uguali. Probabilmente è per questo che preferisco starmene da solo, ancora più di prima. Io sono sordo, non posso sentire nessun suono. Il cervello funziona benissimo, anche se qualche signora mi prende per scemo e si comporta in maniera troppo gentile con me, ma le lascio fare, capisco che è il loro modo per dirmi che mi vogliono bene.

La transenna posta all’inizio di una via molto stretta stranamente non è controllata. C’è sempre un militare lì, per evitare che qualcuno scavalchi. Magari è andato a pisciare o forse sono solo stato fortunato. Oltrepasso la barriera rapidamente, senza riflettere su ciò che sto facendo. Se ci fosse una scossa potrei restarci secco, se mi beccano rischio di passare per uno sciacallo. Non me ne frega niente, voglio di nuovo sentirmi a casa.

Procedo per la salita e penso a quante volte ho compiuto quella stessa strada in bicicletta prima e in motorino poi, lo stesso tragitto che sapevo a memoria già a nove anni. Il fioraio, il negozio di mobili, il benzinaio. Talmente dato per scontato che consideravo quell’agglomerato di case disteso sulla collina una sorta di prigione dove tutto resta sempre uguale.

Arrivo a una piazzetta in cui passavo solo per entrare e uscire dal paese, la mia casa è in centro. Il campanile della chiesa è crollato sull’edificio di fronte. Nessuno ha ancora tolto le macerie in terra ma quello che mi colpisce di più è la differenza degli spazi aperti: sembra un altro posto. Come se fossi in un luogo a me sconosciuto, nuovo, che me ne ricorda un altro della mia città. Mi rendo conto solo ora di quanto sia legato a quella chiesa circolare in cui non sono mai entrato. Il terremoto distrugge le case ma assieme agli edifici ci sono pezzi di noi, a volte sconosciuti, che si staccano e se ne vanno via per sempre. Forse dovrei cercare tra i resti dei muri e i sassi in terra, per vedere se c’è qualche parte di me tra le macerie, ma preferisco continuare. Percepisco la paura, non per la mia vita, dovesse crollarmi qualcosa addosso, ma perché per la prima volta capisco davvero il prezzo da pagare per ciò che è successo. Ho visto i video su youtube dei pochi che sono riusciti a entrare in centro, ma essere qui e ora è tutt’altra cosa. Ricomincio a salire fino alla vecchia porta, delimitava le mura del borgo e che ancora oggi è l’ingresso al cuore del paese. Lei ha resistito bene, alzo lo sguardo mentre la oltrepasso e non vedo segni di cedimento. Sono di nuovo dentro. Bentornato a casa, Michele.

Il silenzio è profondo e mi accompagna. Come sempre, d’altronde. Immagino che gli altri potrebbero rimanere colpiti da un’assenza di suono come quella che c’è qui. O chissà, me lo invento io. Magari tutto sta scricchiolando: le assi dei soffitti spioventi, i muri portanti, persino i mattoni. Forse ogni cosa intorno a me sta lanciando un avvertimento per dirmi che è meglio scappare. Per una volta tanto ho un vantaggio dalla mia menomazione, non voglio andar via: ancora c’è luce, anche se il sole sta tramontando, poi dovrò usare il cellulare. Ma voglio vedere.

Arrivo al Corso, alcune case hanno crepe profonde ma sotto la coltre di polvere e i calcinacci gli odori sono ancora gli stessi. Avrò consumato decine di paia di scarpe in quell’infinito viavai, nella speranza di incrociare Claudia. Il cuore batte forte e mi sembra di essere un vecchio che ritorna nella città natia dopo anni. Quei gradini li salivo per andare all’asilo. Quello è il vicolo della bisca, dove l’anno scorso mi nascondevo quando non ero preparato e non volevo entrare a scuola. Lì a sinistra c’è il forno di Gina, con i cornetti più buoni che abbia mai mangiato. All’apparenza tutto sembra come prima. Gli edifici nascondono i loro segreti, le crepe, il pericolo. Nessuno sa ancora quanto siano stati danneggiati. Chissà se qualcuno salirà ancora quelle scale, si nasconderà nel vicolo, comprerà il pane. Tutto tornerà come prima, mi dico, ma un secondo dopo temo il contrario. Le strade e i palazzi resteranno come li sto vedendo io. Deserti. Forse qualcuno crollerà, ma non faranno danni perché nessuno se ne accorgerà, come i famosi alberi della foresta. La nostra vita, gli sforzi dei nostri nonni, i ricordi. Tutto abbandonato qui. Cibo per fantasmi.

Sento un dolore arrivare dalla mano: senza volerlo ho stretto troppo il pugno fino a infilarmi le unghie nella carne. Sono nervoso, casa è vicina. Non l’ho più vista dalla scossa grande. Mamma è stata furba, avevamo preparato una borsa da lasciare accanto alla porta con un po’ di vestiti vecchi, soldi e il necessario, in caso avessimo dovuto abbandonarla. Io la prendevo in giro e dicevo che era esagerata. Quando siamo scappati ognuno ha avuto la freddezza di portare qualcosa con sé: io il portatile, lei la foto di papà. Sono contento che l’abbia presa, ci fa compagnia la notte, quando tutto sembra ancora più difficile.

Giro a sinistra e la vedo. Le finestre nascondono l’interno, il balcone sembra reggere, non ci sono crepe esterne. Apparentemente è identica a quando ci abitavamo. Ora che sto giù mi è venuta voglia di rileggere l’Isola del Tesoro. Ma non un’edizione qualsiasi, voglio il libro che ho letto a undici anni. Con le illustrazioni, gli stessi angoli piegati, la copertina scarabocchiata. O la camicia celeste, quella che mi stava bene. Me ne sono accorto quando l’ha vista Claudia, mi ha toccato il braccio per sentire il tessuto. Non ha detto niente, ma da come sorrideva capivo che le piaceva. Claudia è sulla costa, ospitata dagli zii, ma sento il bisogno di indossare quella camicia ogni mattina. Studio i muri, immagino i mobili all’interno. Mi vedo in cucina, in camera, in bagno, come se ogni secondo della mia vita si svolgesse contemporaneamente, in questo istante. Forse è così: sono ancora dentro quelle mura. Dormo sul letto, gioco ad Assassin’s creed, vedo la televisione. Mi annoio, non c’è niente da fare e non mi va di restare in casa.

Mi allontano, ritorno sul Corso. Ho capito perché sono qui.

Continuo a camminare ma chiudo gli occhi. Tanto ormai è questione di minuti prima che diventi tutto buio e io il paese lo conosco a memoria. Sotto la polvere e le macerie, dietro il nulla che è rimasto in questo luogo, ritorno a concentrarmi sugli odori che non se ne vanno. E ora la via è piena di gente. Se allargassi le mani sfiorerei le spalle di Carlo, l’assicuratore che è sempre di fretta, o di Silvia la parrucchiera. Mi volto a sinistra, dove c’è il bar. Giulio seduto a un tavolino che sorseggia un bicchiere di vino, sorride mentre passo davanti a lui. Paolo cammina verso di me e mi da una spallata, allontanandosi. È il solito coglione, ma non importa, voglio godermi questo sabato sera, magari incontro Claudia. Sul viso sento scorrere qualcosa di caldo, sono lacrime ma non ne capisco il motivo, sono felice nel mio mondo noioso. Cammino e incontro tutti, con le loro facce vere, non quelle che hanno da quando sono sfollati. Mi fermo in piazza, dove hanno detto che è crollato un palazzo, ma non voglio vederlo. Arrivo alla panchina davanti a l’edicola, controllo con le mani che sia sgombra e mi ci sdraio. Mi rannicchio e ascolto la voce del paese che mi racconta la sua vera storia.

Marco Masciangelo fa parte del collettivo Spazinclusi, nato nell’estate del 2016 e attivo online da novembre 2016 (www.spazinclusi.org).

Dal punto di vista creativo è anarchico, nel senso che scrive quello che gli viene quando gli va. È convinto che sia l’ispirazione che possiede l’autore, è inutile cercarla. Per lui scrivere è una necessità, una spinta che arriva dal profondo e di cui è impossibile fare a meno, non sempre piacevole. Odia i punti fissi, gli schemi mentali precostituiti e gli stereotipi, ama le contraddizioni. Ricorda a memoria tutte le sigle degli anni ’80 ed è molto legato a quel decennio, non tollera chi considera la letteratura un’arte superiore al cinema o al fumetto (si, sembra impossibile ma esistono ancora). In base all’ossessione del momento sperimenta stili e generi diversi. Ha alle spalle alcuni racconti inseriti nelle raccolte auto-pubblicate dall’Associazione Cornelia Script di cui è membro e qualche esperimento di blog collettivo di racconti (ma si parla di Splinder, quindi secoli fa). Per un laboratorio dello spettacolo teatrale “Il Ratto d’Europa” ha scritto assieme agli altri partecipanti un soggetto teatrale. Scrive testi di canzoni che propone assieme al gruppo Stanza101, di cui è anche cantante. Per lui è importante non prendersi troppo sul serio e vive l’esperienza del collettivo Spazinclusi come un gioco. Odia le presentazioni. Tre autori che gli hanno cambiato la vita: John Fante, Edgar Lee Master, Alan Moore.

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