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Cabine telefoniche



C’era un signore anziano, che camminava lentamente, reggendosi a due bastoni; uno per mano. Le gambe tremanti, insicure.

Lei e lui, uguali, i passi falsi.

Sollevava tutte le cornette rosse dei vecchi telefoni Telecom attaccati alle pareti di marmo, restava in ascolto per un attimo, poi metteva giù. Avrebbe voluto chiedergli se aveva bisogno di fare una chiamata; gli avrebbe imprestato il cellulare. Ma non riuscì a dire nulla.

Lei e lui, identici, a cercare voci dall’altra parte di telefoni muti, a cercare un contatto con qualcosa d’Altro, di irraggiungibile. Lo guardò passarle davanti, in silenzio, con il fiato corto lui, con il cuore che batteva forte lei.

Lentamente, uscì dalla stazione, e lei rimase sola. Troppo vicina, troppo. E una voce che non avrebbe risposto. I loro telefoni silenziosi. L’atrio con le scale mobili della metro che scendevano giù, sempre più giù.

Le sembrava di vedere impronte da seguire, tracce da cercare, passi su cui posare i suoi, immaginando vecchie mattine solitarie d’inverno e il posto caldo tra gli scaffali della libreria, le tante ore passate lì dentro, spezzettate, come loro.

Cercava una voce dall’altra parte della cornetta. Non c’era neanche il tu-tu-tu desolato del vuoto. Niente, solo silenzio. Camminò sul marciapiede da una parte all’altra, gli occhi gonfi, gonfissimi, senza neanche più riuscire a distinguere la massa informe di persone che come lei aspettava. Passava tra di loro come se fosse all’inferno e quelle fossero solo anime disperate, vuote ed inutili, lì per intralciarla, lì per farla impazzire definitivamente.

Ogni suo nervo si allungava, come il ramo sottile di un albero, si estendeva fuori da lei, oltre lei, raggiungeva l’esterno, attraversando la sua pelle, arrivava fin alle cose reali, le più dure, le più secche, le più dolorose.

Veniva colpita troppo forte, sballottata, da un gradino all’altro della scala mobile.

Le sembrò di aver attraversato un mare in tempesta, le sembrò di essere uscita sotto un temporale, ed essere tornata a casa bagnata fradicia. Le sembrò di essere stata in mezzo al vento dell’inverno, in mezzo alla neve, le sembrò di essere passata tra i lampi e i tuoni di un temporale in una foresta senza riparo.

“Mi sembra di aver combattuto una battaglia infinita, durata solo una manciata di minuti, mentre ti cercavo, ed ero dolorante, così dolorante, e non ti ho trovato, e forse è stato meglio così.

Tu viaggi, attraversi un paese in diagonale, se chiudo gli occhi posso vedere il tuo treno correre veloce, velocissimo, posso vederlo da sopra, così piccolo e sottile, il treno su cui sei , mentre cambi le stagioni, le temperature, mentre si fa buio le luci al neon si sono accese, illuminano i finestrini che sono come piccole lanterne, una dietro l’altra, ondeggiano, appese alle rotaie, volano sempre più in avanti, sospinte. Mi piace pensare che tu sia passato in quella che è stata la mia città. Mi piace pensare al fumo della tua sigaretta sospeso in quell’aria, sulla banchina dove ho aspettato, in piedi, tutti i miei treni, anche quelli che non ho preso.

Non ci vediamo, ci percepiamo.

Ti sento da qualche parte.

Tu mi intercetti.

È crudele.

È triste.

È reale.

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