• Reader for Blind

Lente trasformazioni



Guardando nello specchietto retrovisore della sua auto, Bustor poteva vedere le gocce cadere quasi una a una, grandi com’erano nella luce rosacea del tramonto. Era uno di quei giorni strani, in cui pioggia e sole occupano contemporaneamente il cielo, e ci si sente confusi. Questo era il suo stato d’animo, quella sera di maggio, mentre la sua macchina sfrecciava lungo il viale diretta a casa, dopo un'ordinaria giornata di lavoro.

Era insoddisfatto della sua vita, perché non succedeva mai niente di speciale: solo scadenze e compiti da svolgere. Il suo unico scopo era trovare un po’ di pace guardando la TV nella quiete del suo salotto.Nell’ultimo periodo aveva la sensazione che ogni giorno fosse la continuazione del precedente, in una sequenza ininterrotta di momenti rivestita di noia e di stanchezza. Non che lavorasse troppo o avesse particolari motivi di stress. Era soprattutto la sua mancanza di interesse per le cose, il suo entusiasmo che veniva meno, facendolo avvizzire. Dormire non lo aiutava granché, perché ogni mattina si alzava stordito come se fosse appena rientrato dall’ufficio.

Era così, da quando Julia lo aveva lasciato. Percepiva la propria anima come un'entità distante, quasi fosse staccata da lui. Eppure, quella relazione l'aveva cambiato; non sapeva ancora come, ma l'aveva trasformato. Certo, navigava in un mare limaccioso, e non intravedeva svolte all'orizzonte. Avrebbe dovuto aspettare, e intanto sopportare.

C'era però un attimo che gli piaceva: era quando lasciava l’auto nel parcheggio accanto al supermercato e percorreva a piedi l’ultimo tratto di strada fino a casa. Sarà stata la strana forma di quella costruzione, che somigliava a un tempio, con due bizzarre torri ai lati dell’ingresso, o magari le luci artificiali, che salutavano le persone che intorno all’orario di chiusura si addensavano ancora in prossimità dell’entrata.

Una volta alla settimana, il mercoledì, il market chiudeva prima, il pomeriggio, per cui verso le sette il parcheggio era praticamente deserto e i lampioni erano per lo più spenti. Solo qua e là comparivano delle colonnine luminescenti, che dovevano dare una parvenza di sicurezza di fronte all’avanzare del crepuscolo, come del resto il rosa e il blu delle insegne sulla facciata dell'edificio. Quel quadro aveva un che di desolante, sia pur emanando un singolare magnetismo, e a Bustor sembrava di essere l’unico uomo rimasto sulla Terra.

Quel giorno, dunque, pioveva. Lui era sicuro che sarebbe accaduto qualcosa, anche se non era in grado di prevedere che cosa. Il fatto era che, negli ultimi tempi, aveva pensato di ridurre il suo orario di lavoro e ricominciare a scrivere. Era una passione che aveva nutrito fin dall’adolescenza, e quindi ancora un po’ durante gli studi universitari; ma poi l’aveva messa da parte, perché gli mancava il tempo. Appena una settimana prima, però, aveva incontrato un editor che aveva avuto modo di leggere alcune sue storie e l'aveva incoraggiato a continuare. Pensando a questo, Bustor sentiva che probabilmente la trasformazione che avvertiva nell’aria aveva a che fare con la scrittura. Forse un segno, o qualcosa di simile, gli si sarebbe manifestato per indicargli la cosa giusta da fare.

Quando scese dalla macchina e azionò la chiusura automatica, la pioggia era leggera. Gli ultimi riflessi del tramonto vibravano ancora nell’atmosfera, imbevendo tutto di una sostanza rossastra ed eterea. A Bustor parve una specie di miracolo naturale, il che gli confermò la sua idea che non sarebbe stata una notte qualunque. I suoi passi echeggiavano sull’asfalto del parcheggio, ma a tratti il suono mutava, quando i piedi camminavano sopra le grate che chiudevano le prese d’aria del parcheggio sotterraneo. Sordo e acuto, sordo e acuto: in quest’alternanza, lui cullava i suoi pensieri. Finché emerse un terzo suono, inatteso. Era una melodia prudente, una voce fredda ma insinuante, che cantava una canzone molto triste, accompagnata da un sassofono. Una sorta di lamento portoghese fuso con una musica jazz di sottofondo. Bustor era così sorpreso che si accorse di aver rallentato il passo. Non c’era dubbio, veniva proprio dal sottosuolo.

Si domandò che cosa stesse succedendo. C’erano solo due possibilità: o qualcuno era rimasto chiuso dentro con la macchina, o l’impianto di diffusione della musica non era stato disinstallato. Bustor considerò entrambe le opzioni, ma la prima gli sembrava improbabile, perché chiunque fosse rimasto bloccato con l'auto all’interno avrebbe potuto lasciarla lì e salire le scale fino all’uscita; doveva per forza essercene una d’emergenza, che poteva aprirsi da dentro, in casi del genere. La seconda, invece, era più concreta. Decise comunque di procedere. Non era certo suo compito preoccuparsi delle disattenzioni del personale del supermercato.

Quella notte non riusciva a godersi il film. Era troppo romantico per i suoi gusti, e non lo aiutava a scuotersi dal torpore. E poi continuava a ripensare alla musica che veniva da quel parcheggio sotterraneo. L'aveva turbato. Non era solo curiosità, la sua. No, era un richiamo. La voce della cantante era meravigliosa, e la miscela di generi – jazz e musica etnica – l'aveva conquistato. Se decise di spegnere la TV, alzarsi e mettersi la giacca per tornare laggiù, fu per seguire quella sirena di un mondo invisibile.

Finalmente aveva smesso di piovere, ma l’aria sapeva ancora di umidità. Bustor sentiva qualche brivido, mentre avanzava. In fondo, la sua poteva essere anche paura. Dopo tutto, non aveva idea di cosa lo aspettava, e finora non aveva neanche considerato la possibilità che in quel sottosuolo si nascondesse un pericolo. Però doveva scoprire la verità.

Quando raggiunse il primo ingresso del parcheggio, si rese conto di non aver considerato un problema: come aprire il cancello? Ovviamente non aveva le chiavi, e non avrebbe mai forzato la serratura. Ma poi, nel silenzio della notte, gli sembrò di udire ancora quella melodia, e non riuscì a resistere. Scese giù per lo scivolo che portava al cancello e, sorprendentemente, le sue mani lo aprirono senza difficoltà. Allora c'era davvero qualcuno?

Entrò e notò che, dalla parte opposta, si diffondeva una misteriosa luminescenza, e proprio laggiù c’era un veicolo parcheggiato. A quel punto si rese conto che anche la musica proveniva da quella parte. Il brivido, stavolta, fu più forte, attraversandolo da capo a piedi. E si mosse immediatamente in quella direzione. Non gli sembrava neanche di camminare, ma era come se una piattaforma mobile lo stesse accompagnando verso il suo obiettivo.

Il fatto curioso era che, via via che procedeva, si sentiva sempre più rilassato. Era questo il segreto di cui, inconsapevolmente, era andato in cerca? Era forse la sua anima, che stava finalmente raggiungendo? Non lo sapeva, ma, se questa era la verità, era stata una trasformazione molto lenta. L'aveva sentita arrivare, goccia a goccia, negli anni, ma mai aveva avuto la sensazione che fosse così vicina.

La luce adesso era più intensa e il veicolo rivelava una superficie dorata. Aveva uno sportello aperto, e la musica che ne fuoriusciva era fatta di suoni e parole così perfettamente fusi tra loro che era quasi impossibile distinguere gli uni dalle altre. Bustor non riusciva a capire la lingua, ma il significato del testo, per qualche inesplicabile motivo, gli era del tutto chiaro. Parlava di solitudine, di ricordi e di un vasto oceano.

Alla fine raggiunse l’auto, che rifulgeva nella luce che sembrava produrre da sola. Bustor rimase lì in piedi un attimo, esitante. E se si fosse trattato di una specie di trappola per aggredirlo? Questi freni mentali, però, erano inutili: ormai aveva già compiuto la sua scelta. Mise una mano sullo sportello, lo spalancò ed entrò.

L’interno era ampio e confortevole. Probabilmente era l’auto più bella che avesse mai visto. A parte guidare, sarebbe stata perfetta per fare l’amore e per dormire. L’impianto stereo era ancora acceso, sebbene il volume si fosse abbassato, come in segno di rispetto per il nuovo ospite.

Quella macchina era lì per lui.

Il computer che regolava le emissioni dei suoni era sul davanti, dove un display violaceo mostrava numeri incomprensibili ed era affiancato da un piccolo video, sul quale scorrevano immagini di panorami bellissimi: scogliere, piccoli porti, barche a vela in mezzo alle onde. Bustor comprese che stava come sognando, condotto in un altro mondo, o forse fuori dallo spazio e dal tempo. Chiuse gli occhi.

Fu a quel punto che la voce iniziò a cantare nella sua lingua. Quel cambiamento non lo sorprese più di tanto, ma poi, mentre il sax di sottofondo si faceva quasi impercettibile, il canto divenne come un parlato:

Lento ricordo che prende forma

nel silenzio della mia mente,

dove sei?

Perché cedi alla nostalgia,

e rinunci a scoprire nuove terre?

Non pensarmi più.

Abbandonami.

Nell'udire le ultime parole, Bustor aprì gli occhi e vide il volto di Julia sullo schermo, ma solo per un attimo.

Subito dopo, la musica ricominciò come prima, e un’immagine di gabbiani in volo si sostituì al suo viso.


Giovanni Agnoloni: (Firenze, 1976) è scrittore, traduttore e blogger. È autore dei romanzi Sentieri di notte (Galaad Edizioni, 2012; pubblicato anche in spagnolo come Senderos de noche, El Barco Ebrio 2014, e in polacco come Ścieżki nocy, Serenissima 2016), Partita di anime (Galaad, 2014) e La casa degli anonimi (Galaad, 2014) e L’ultimo angolo di mondo finito(Galaad, 2017), che fanno parte della serie distopico-letteraria “della fine di internet”.

Nel maggio 2017, il suo racconto lungo Il liberto è stato pubblicato da Kipple Officina Libraria.

Nel giugno 2017, il suo racconto in lingua inglese The Return è uscito sulla rivista americana “October Hill”.

Ha inoltre pubblicato tre saggi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien, ed è curatore di una raccolta internazionale di articoli sul tema.

Ospite di residenze letterarie, festival e conferenze in Europa e Stati Uniti, ha tradotto libri di Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle, Peter Straub, Noble Smith eChristiane Taubira, e saggi su J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño.

Lavora con le lingue italiana, inglese, spagnola, francese e portoghese, e parla anche polacco. Conosce lo svedese a un livello elementare e studia chitarra classica.

Collabora con i blog La Poesia e lo Spirito, Lankenauta e Postpopuli.

Il suo sito è http://giovanniag.wordpress.com.

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