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Appunti da un bordello turco



Che la forma breve in Italia fatichi a decollare è ormai risaputo, eppure nel 2016 nasce Racconti Edizioni, dalla coraggiosa scelta di Emanuele Giammarco e Stefano Friani di dedicare una casa editrice interamente alle shorts stories. Questo ambizioso progetto prende così vita e si concretizza legando il proprio esordio a quello di Philip Ó Ceallaigh, autore del primo libro del catalogo, Appunti da un bordello turco.

Philip Ó Ceallaigh nasce in Irlanda nel 1968, ma vive a Bucarest da circa sedici anni perché vuole scrivere racconti; ebbene, dopo una moltitudine di lavori mal pagati dall’Europa agli Stati Uniti, approda in una delle capitali più popolose dell’Unione Europea e riesce nell’impresa magistralmente.

In Appunti da un bordello turco c’è tutto, letteralmente. Nonostante le storie contenute nella raccolta coprano un’area geografica che si estende dall’Europa dell’Est, passando per gli Stati Uniti, e arrivando in Turchia, la maggior parte delle storie di Ó Ceallaigh sono racconti di esperienze debitamente romanzate che l’autore ha potuto vivere, direttamente o indirettamente, nella capitale romena.

«Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto.»

Ed è proprio in periferia che Ó Ceallaigh ambienta gran parte dei suoi racconti, con il centro della città che fa da cornice. I personaggi di queste storie sono perlopiù disadattati guidati da una penna spesso politicamente scorretta. Operai demotivati e prostitute esigenti sono i protagonisti di questi racconti che narrano storie di vite infelici e insoddisfatte, dove la decadenza delle strade e il disagio interiore non lasciano spazio a nient’altro se non all’amara consapevolezza di essere vinti senza possibilità di rivalsa. Tristi e sconfitte, le anime di queste storie si ritrovano giorno dopo giorno a sostenere il peso di un’esistenza quasi inutile.

Who Let the Dogs Out?, (si, come il brano di Baha Men) terzo e spregiudicato racconto della raccolta, narra la mercenaria relazione tra uno studente svogliato e un professore con la passione per la storia greca. Per il primo è solo una questione di soldi, per il secondo il fulcro della loro storia è quello di relazionarsi attraverso lunghe conversazioni; il primo è materialista, subdolo e dominatore; il secondo ha un temperamento mite, ma il più delle volte impersona la parte della persona ingenua e succube; il primo, dichiaratamente etero, si presta in cambio di qualcosa, il secondo, consapevolmente gay, si lascia trasportare dal piacere ignorando la superficialità del giovane. Così, sera dopo sera, i due uomini consumano la loro sessualità nell’appartamento del professore in modo primitivo lasciando fuori ogni tipo di sentimentalismo.

«Non c’è una realtà permanente fuori dalle idee, perché le cose che percepiamo attraverso i nostri sensi sono sempre sfuggenti o mutevoli. Qualcosa che ci sembra esistere, in realtà, partecipa solamente all’Idea, peraltro in una maniera vacillante e del tutto momentanea. Mentre oggi pensiamo all’«ideale» come una composizione artificiale, come qualcosa di immaginario e irraggiungibile, per il filosofo platonico l’Ideale è la cosa più reale di tutte.»

Come in Who Let the Dogs Out, anche in: Un’altra storia d’amore, il disagio è pressoché interiore. In questo racconto Ó Ceallaigh ci presenta la storia di un’affiatata coppia che, ad un mese dall’inizio della loro relazione, si ritrova a vivere insieme. Quando sembra andare tutto per il verso giusto, il ragazzo comincia a sentire per casa uno strano odore che lo infastidisce terribilmente. Con il trascorrere delle giornate, egli è sempre più convinto che il fetore provenga dalla sua compagna. Rendendosi conto di essere il solo a sentirlo ma non riuscendo comunque a sopportarlo, il giovane finirà per allontanare l’amata creando una crepa nel loro rapporto.

«Sapere che ero l’unico che potesse sentire quell’odore non rendeva certo le cose più semplici, lasciate che ve lo dica. Si, mi era venuto in mente che forse c’era qualcosa che non andava in me, che magari ero un poco ammattito, ma questo non risolveva il mio problema né mi rendeva più facile vivere con lei, dato che la puzza peggiorava. Facevo di tutto pur di evitare di sedermi a casa con lei. Tornavo a casa tardi, già ubriaco, e bevevo ancora di più in un’atmosfera carica di putrefazione.»

Ciò che presumibilmente il giovane sentiva nell’aria, era la fine, non ancora idealizzata, di una relazione che credeva perfetta. Ó Ceallaigh ci insegna così come il disagio possa presentarsi in qualsiasi momento e sotto ogni forma.

Ma l’autore ci descrive anche la miseria, la povertà materiale che porta inevitabilmente a una carenza dei beni atti al sostentamento basilare di una persona. Questa tematica è fortemente presente in molte delle diciannove storie che formano questa cruda raccolta, come nel racconto Nel quartiere, dove gli inquilini di un palazzo sono costretti a lottare ogni giorno contro la struttura decadente che li ospita, o ancora, Denti rotti, dove Radu, fresco di divorzio e senza lavoro, si lascia ospitare da Andrei, uno studente che vive in una stanza messa a disposizione dalla Facoltà in palese stato di degrado.

Ó Ceallaigh estrapola il marcio della periferia e lo mette in correlazione alle vite inquiete di persone che non hanno niente da perdere, o al contrario, che si giocano tutto e ne escono inevitabilmente sconfitti. Racconti superbi dove niente è lasciato al caso, che ci mostrano la vita reale di personaggi costruiti sulla base di una realtà non molto distante dal mondo che ci circonda.

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