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Fantasmi e fenomeni poltergeist



Gli ho detto che ci sono i fantasmi e mi sembra sempre un po’ stupido dirlo perché la gente mi guarda con quella faccia incredula, che un po’ tende al compassionevole per il ritardo mentale dell’interlocutrice (che sarei io), e allora certe volte non dico niente. Se capita che qualcuno sia a casa mia e, mentre mi bacia o mi spoglia, cade un mazzo di chiavi o si accendono tutte le luci o sbatte con violenza una porta, io dico che è il gatto. Ma come ha fatto il gatto ad accendere la fiamma del fornello?

Era il gatto di un mago, dico. L’ho preso al circo.

Ma a lui ho detto la verità perché pensavo potesse meritarla. Mi aveva dato l’impressione di un uomo che si merita la verità. Gli avevo detto che la mia casa, ovunque io vada a vivere, è abitata da fantasmi. Non sono sicura di quanti siano né di cosa vogliano perché non ho mai avuto il coraggio o la voglia di chiederglielo. Non mi interessa dei vivi, figuriamoci dei morti. Non mi importa neanche che vivano con me, a dir la verità. La cosa più seccante sono le apparizioni fugaci da film dell’orrore, quando li vedo passare alle mie spalle nel riflesso di uno specchio. O quando camminano per il corridoio con passo lento mentre ho gli occhi sul monitor del computer. Mi dà ai nervi che tocchino continuamente le mie posate, le chiavi, gli anelli e li facciano tintinnare mentre cerco di dormire. Dovrebbero aver capito che non è cosa facile per me, il dormire. Ma perché, se i vivi sono tanto egoisti, per i morti dovrebbe essere diverso? Dopotutto i morti di oggi sono i vivi di ieri, e non mi pare che il mondo pulluli di persone perbene.

A forza di vivere con loro mi sono fatta una certa idea su chi siano queste anime. Sono quelli che non si sono meritati una morte completa. Ma di risposte al perché non ne ho. Loro non mi parlano ed io non chiedo. E se non parlassero la mia lingua? Sarebbe ancora più imbarazzante e non potrei più fingere che siano tutta un’invenzione.

Mi dice che ha paura dei fantasmi. Un uomo grande e grosso come te che ha paura dei fantasmi?, gli dico. In verità, non è poi così sbagliato avere paura di loro perché nessuno ha un’idea esatta di fin dove vogliano spingersi. Forse sono anime cattive ed io vado tranquillamente al gabinetto davanti a loro. Mi faccio la doccia. Piango al telefono. E loro mi osservano, questi morbosi guardoni. Appena gli dico che mi spiano, lui si alza e corre verso la porta. Gli grido di fermarsi ma è già uscito, mi dice che gli dispiace ma io delle sue scuse non so che farmene. Avrei voluto che rimanesse. Il fatto che se ne sia andato a malincuore mi è del tutto indifferente. Mi siedo al centro del letto e mi arrabbio. È colpa vostra, dico. Siete stati voi, piango.

Le finestre si aprono e si chiudono e la luce in casa salta. Prendo una torcia e cerco l’interruttore per riaccenderla. In fondo al cuore so che non è colpa loro. Che se n’è andato perché è il tipo di persona che se ne va. Lo sapevo anche prima ma speravo che con me non lo facesse, come se non esistessero altre donne al mondo convinte di essere quelle diverse. Con me non lo farà, io sono diversa, dicono. Pensavo che vedere i fantasmi fosse abbastanza diverso per lui, perché non si stancasse di me. La porta della camera da letto sbatte due volte su se stessa. Torna la luce ma cadono un paio di bicchieri e le chiavi di casa tintinnano attaccate alla serratura. Penso che se non mi calmo non riuscirò a dormire e se non riuscirò a dormire non mi alzerò in tempo per andare a lavoro e se non mi alzerò in tempo per andare a lavoro mi licenzieranno. E poi sarà difficile dare da mangiare a tutte queste anime. Forse non se la meritava tanto la verità, dico tra me e me. E un coro muto risponde di no. Per qualche ragione inspiegabile, penso sempre che tra questi spiriti che mi seguono ci sia mia nonna. Lo penso in parte perché mi piacerebbe conoscere almeno una delle anime con cui condivido la casa e poi perché, se almeno una di loro mi volesse bene, probabilmente per rispetto – mi piace immaginare che tra i morti ci sia ancora un certo codice d’onore – nessuno mi farebbe del male. Nessun The Ring o The Grudge. Nessun fantasma fuori controllo. Allungo la mano per prendere la sveglia e la sveglia cade da sola, si spacca in mille rotelle e vitarelle, ed io urlo un po’. Non posso dire di sentirmi mai del tutto preparata a quello che faranno.

Dopo essere stata lasciata da sola con tutti i miei segreti che volevo dargli e che non ha voluto, che mi ha restituito come una patata bollente, mi chiudo in casa per una settimana senza voglia di vedere nessuno. Avevo un numero limitato di parole da sprecare con quelli del regno dei vivi e le ho esaurite. Per gioco e per far passare il tempo faccio qualche seduta spiritica ma non succede niente. Mi faccio i tarocchi ma non li so leggere. Leggo l’oroscopo ma non ricordo di che segno sono. Passo le giornate a guardare documentari complottisti sugli avvistamenti alieni, mangio cioccolata e mi tormento per la storia della mia vita. I fantasmi di notte si lamentano perché nel mio letto ho messo tre cuscini vestiti da uomo e passo la notte a sedurli per poi inventarmi all’ultimo di avere mal di testa. Di mattina mi fanno cadere il latte dal frigo perché vorrebbero che facessi colazione. Ecco, questa è mia nonna – penso.

Quando la vicina di casa mi vede seduta in giardino a raccogliere i fiori mi chiede come sto. Le dico che sto bene e che mi sto prendendo cura delle mie creature. Lei ridacchia e continua a pulire il pergolato. Quando torno fuori con la registrazione che ho fatto di tutti gli spostamenti che ci sono in camera mia senza che niente compaia, si fa seria. Guarda che roba!, esclama, pensavo stessi scherzando.

Io non scherzo mai, le dico.

La lascio con un’espressione terrorizzata e incredula e torno in casa. Mi dico che così non posso andare avanti e scrivo post-it su tutti i muri chiedendo loro di tornare da dove sono venuti. Faccio buche in giardino per seppellirli ma non so mai se siano entrati oppure no. Ogni tanto provo ad infilarci la mano per vedere se qualcosa si muove o mi tocca, ma la verità è che non ho idea di come si seppellisca un morto. Uno già morto. E a questi spazi vuoti, tra una riflessione e l’altra, bisogna stare attenti perché si riempiono di nostalgia come niente e prima che uno se ne accorga ha già commesso qualche sbaglio irrimediabile. Per esempio, chiamarlo e dirgli che sto cercando di uccidere i fantasmi. Ride al telefono perché sembra una cosa sufficientemente folle per essere un’ottima idea. Si precipita a casa mia perché quelli che se ne vanno sono molto bravi anche in un’altra cosa: tornare. Tornare come se niente fosse. Si siede accanto a me e mette i piedi in una delle buche del giardino. Sarà profonda due metri e i piedi penzolano giù. Gli dico che mi dispiace avergli dato i miei fantasmi e che, anche se continua a sentire aprirsi il frigorifero o cadere i fogli dalla scrivania, loro se ne andranno. Prima o poi entreranno nelle tombe, moriranno, ho già pronti i fiori per dire loro addio. Che ognuno ha i propri fantasmi, solo che alcuni sono più rumorosi di altri. E forse io non sono stata in grado di educarli o semplicemente mi sono toccati in sorte ma non ho voglia di essere messa da parte per questo, non ho voglia di fingere che non mi interessi restare sola. Che ho bisogno di lui che è vivo, e che non ne posso più di tutti questi morti. Allora lui, che è disperato per qualcosa che non so e che non mi dirà mai, guarda il cielo e si appoggia con la testa sulla mia spalla. Inizia a piangere perché era da tanto che aveva voglia di farlo, e non da solo come al solito. Io gli dico shhh, e penso che quando una persona ci piange addosso vuol dire che è nostra. Almeno una parte di lei sarà nostra per sempre. Mi dico che in fondo non cerchiamo altro che qualcuno da veder piangere, che pianga con noi e per noi, e che ci sono così tante lacrime nel mondo da incoraggiare, da provocare e da calmare; così tante possibilità di avere qualcuno che sia disperato sulla nostra spalla. Oddio mi dispiace, dico – perché alla nostra età va bene così, anche se non sono sicura che mi dispiaccia davvero.

Foto di: Maroesjka Lavigne


Azzurra de Paola nasce a Roma nel 1983 e vive in Svizzera. Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati su siti di poesia e per Le Monde Diplomatique. Ha pubblicato Benedizione per la bassa moltitudine con Le voci della Luna (2012) e La verità è un mondo terrificante per L’Arcolaio Edizioni (2014). Estratti de La verità è un mondo terrificante sono usciti per:

Le Courrier di Ginevra.

Ha pubblicato Il peso minimo della bellezza per LiberAria.

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