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Spoon River, dalle parole alla musica



L'antologia di Spoon River nasce tra il 1914 e il 1915 dalla mano di Lee Masters che mise insieme in un'unica raccolta tutta una serie di epitaffi che trasformò in poesie.

Ogni poesia racconta la vita di un personaggio, ormai defunto, che va però a intrecciarsi con le altre storie: ci sono 19 storie che coinvolgono un totale di 244 personaggi di modo che la stessa vicenda possa essere vista da diversi punti di vista. Masters si proponeva di descrivere la vita umana raccontando le vicende di un microcosmo, ispirandosi a personaggi veramente esistiti nei paesini di Lewistown e Petersburg. Proprio per questo la raccolta venne contestata poiché molte delle persone a cui le poesie erano ispirate, essendo ancora in vita, si sentirono offese nel vedere le loro questioni più segrete e private pubblicate nella raccolta di poesie.

Da questo si può cogliere una delle più importanti caratteristiche dei personaggi di Edgar Lee Masters, ovvero che, essendo morti, non hanno più niente da perdere e quindi possono raccontare la loro vita in assoluta sincerità, senza paura del giudizio e della vergogna. E lo fanno raccontandoci i loro vizi, i loro peccati, i loro tanti difetti e i pochi pregi. Spiegano al lettore, avvolti in un'aura di tragedia, quanto non abbiano capito e quanto non siano riusciti a farsi capire; raccontano con totale franchezza l'inevitabile ritorno dei fantasmi del passato, che mostrano ipocrisie e menzogne di uomini e donne, sospesi tra invidia, rimpianti e bisogno di redenzione, con il peso di non aver raggiunto i propri scopi, e quindi del fallimento, addosso.

Attraverso la morte Masters ha la possibilità di descrivere l'indicibile, ciò che nella vita quotidiana viene tenuto nascosto; quel qualcosa che si vuole, che si cerca di ottenere a tutti i costi, ma che si ha vergogna di volere e vedere ottenuto. Ha la possibilità di cogliere la parte negativa del mondo, in cui tutto genera invidia e anche il sentimento più puro diventa motivo di angoscia e ipocrisia.

Va riconosciuto a Masters anche il merito di aver saputo scrivere delle poesie rimaste estremamente attuali nel tempo, tanto da aver ispirato 56 anni dopo, nel 1971, uno dei più importanti cantautori e poeti italiani, Fabrizio De André.

De André per l'album "Non al denaro, non all'amore nè al cielo" scelse nove delle 244 poesie e le trasformò in canzoni, con la differenza di non dare ai personaggi un nome e un cognome, ma restando generico proprio a sottolineare il fatto che i comportamenti messi in atto in queste storie sono componenti umane che si possono ritrovare in ogni epoca e in ogni luogo.

Il suonatore Jones è l'unico in questa raccolta di poesie a cui De André lascia il nome.


È il personaggio con cui sia l'antologia che l'album cambiano prospettiva e rappresenta infatti l'alternativa alla negatività della vita vista finora: a differenza degli altri personaggi che falliscono guidati dalla presunzione che, lottando, avrebbero trovato la pace, il suonatore Jones si limita a viverla la sua pace, senza per questo accontentarsi. Per tutta la sua lunga vita il suonatore Jones ha fatto quello che più gli è piaciuto e per questo muore senza rimpianti.

«Il musicista [il suonatore Jones] mostra di saper vedere meglio dell'ottico i messaggi reconditi della realtà; di saper guarire, più del medico, gli animi di chi lo ascolta regalando un sorriso; sa trovare, a differenza del matto, un proprio efficace linguaggio per esprimersi; gusta appieno la vita, come il malato di cuore non ha potuto fare e, cosa più importante, sceglie la libertà o, meglio, sceglie di vederla anche quando non è scritta. E con la vita può essere spezzato anche quello che di materiale lo ha accompagnato: il suo strumento (il violino in Masters, il flauto in De André), perché comunque il suo segno resterà.»

(Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 81)

Senza dubbio Jones rappresenta una guida, un esempio positivo, il personaggio al quale tanto Masters quanto De André avrebbero voluto assomigliare.

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