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Va tutto bene



Capita che ti dice: odio tutti qua, mi accompagni a casa, per favore?

Vorresti chiedere perché invece rispondi sempre di sì. Semplice, scontato, quasi stupido se chi hai davanti è un tuo amico che non riesce a entrare due volte di seguito in una stanza, che una volta che c’è entrato non sa quando ne riuscirà a uscire, che non può prendere un taxi perché non si fida di nessuno, tranne che di te e di quei parenti che gli hanno regalato una bellissima casa, tutta sua, e tutta vissuta in solitudine.

L’unico collegamento con il mondo esterno è un telefono. Oggi chiami e ti fa: va tutto bene ma passi di qua? E che non passi? E sì che passi e ogni volta ti trovi davanti al paragone umano di un cane che ha una cuccia fantastica, cibo a sazietà, ma che non vede il padrone da mesi. Da aaanni, come dice lui. Così, vai da lui e lo fai sfogare sui suoi tanti dilemmi rispetto all’esistenza e le ore volano senza che hai emesso fiato fino a quando si chiude in bagno per un qualche strano, e forse per gli altri, assurdo motivo.

Resti da solo per una mezzora, anche un’ora, e poi riappare tutto come prima e riattacca a chiedere invece: a te come va? Dici un po’ la tua, senza troppi guai, plani su una distesa tranquilla di eventi e manifestazioni del quieto vivere fino a quando lo metti a suo agio, ma talmente a suo agio che ti fa: usciamo un po’? Lo vedi sorridente, per la prima volta tranquillo da quando sei entrato in casa sua e prende un po’ di soldi perché: ti voglio offrire una birra. E come fai a dire di no? E vai avanti e lo carichi in auto sapendo che la birra è un terno a lotto con le medicine che prende e che probabilmente non dovrebbe neanche bere, ma come fai a farglielo presente ora che ha stampato quel sorrisone da sabato sera in festa? Ti fai un segno della croce mentale e chiusa casa, lo carichi in auto, direzione un pub di zona, dove è facile incontrare qualche comune conoscenza e magari lo svago si allarga a una bocca in più. Invece quando sei lì, va tutto storto perché il primo nella roulette russa degli incontri è un tizio che a detta sua: fa veramente lo sbruffone, si sente un bullo, sfigatissimo, mi porti via per favore? Una mezza fortuna è che ancora non ha toccato nulla da bere ma già comincia a cambiare di umore perché la visione di troppe persone lo innervosisce perché: non riesco a tenere tutto sotto controllo. Roba che non capisco, è impossibile tenere tutto sotto controllo, anche Dio ci ha lasciato al nostro destino, figurati se lui può ordinare il caos di un pub a l’ora di punta.

In auto mi chiede: non riesco ad andarci da solo, mi porti in centro? Deglutisci e annuisci. E qualche ripensamento nella scelta di andarlo a trovare proprio oggi che sei stanco morto già di tuo comincia a fare capolino, ma si scontra con quell’amicizia, sacra, che vi unisce da bambini, da quando ancora eravate tutti uguali. O forse no, già lì eravate diversi, ma tu non ci facevi caso, e neppure oggi ci fai caso in realtà.

Il problema non è la pazienza, ma la stanchezza che incombe sempre su chi sta facendo qualcosa di buono. E allora via per le vie consolari del centro a cercare un locale che non ricorda dove sta ma sicuro che ci sta, ma non sa se di qua o di là. E quindi prendi iniziativa e lo porti in un pub che conosci e, dove vi conoscono tutti, e quindi dove speri non combini guai. Una birra grande e gelata appare davanti alla sua faccia e il sorriso si bagna di schiuma, e allora sai perché lo hai fatto. Lo sai fino a quando un amico comune non vi fa uno scherzo. Un buffetto a entrambi. Solo che tu ti volti col sorriso, ma lui no e anzi ringhia che nessuno lo tocca a lui e tira giù un sorso da far impallidire un cammello prima di sbraitare che nessuno si deve permettere con lui. Nessuno. L’amico comune assiste impietrito. Gli altri nel locale sembrano statue di sale. Sei costretto a uscire un attimo e portarti appresso lui che ti fa: questo posto fa schifo, è pieno di brutta gente, mi porti a casa? Te lo implora con un tono acido, cattivo, supponente e ti guarda con uno sguardo vitreo, come se là dentro di lui ora non ci fosse niente. Non sai che fare, intanto paghi il conto e chiedi scusa al proprietario come se gli avessi per sbaglio cagato sul pavimento. Forse però tornare indietro con lui, non è la scelta migliore. Allora provi a proporgli un taxi. E lui ti fa: là dentro non ci vado, lo sai, mi manca l’aria, piuttosto torno a piedi e s’incammina. Lo fermi e lo porti in auto, dove si sistema sul sedile posteriore e si sdraia respirando ad affanni. Segue un silenzio conciliatore fino a quando non si scusa perché non ti voleva rovinare la serata. Nessuno lo tocca a lui, nessuno.

E così che si è abituato da quando, ormai aaanni, vive da solo in quella bella casa, regalo dei suoi parenti che se gli chiedono come va, lui risponde sempre: va tutto bene. Poi si alza e fissandoti nello specchietto retrovisore fa ancora: e allora che motivo avrebbero di venirmi a trovare? Soldi gliene arrivano quanto basta, la spesa dice che è bravissimo a farla da solo e allora che motivo avrebbero di andarlo a trovare?

Già che motivo avrebbero di andarlo a trovare?

Poi si stende di nuovo e si rilassa e si vorrebbe accendere una sigaretta, ma gli dici che non si fuma in auto, allora spalanca il finestrino e caccia fuori tutta la testa. Accende una sigaretta e se la fuma ininterrotta e velocissima con un braciere lunghissimo e una voracità che lo porta a chiedermi: ti ho dato fastidio, per caso? Tu dici di no per educazione, nonostante il nefasto mulinello di fumo creato nell’auto. E allora in scioltezza se ne accende un’altra, fortunatamente, c’è il semaforo e il fumo è un po’ meno invadente e anche lui dopo la seconda si calma e neppure poco. Ti fa: ti piace casa mia? E tu non puoi che rispondere la verità, è una bella casa, tranquilla e ben arredata. Tenuta bene. Nulla da eccepire, se non fosse che quando ci rimane tappato a lungo, alle volte la puzza somiglia a una carogna che si scioglie al sole, ma sono dettagli in confronto alla bellezza della casa e solo quello trasmetti, torni a parlare di argomenti leggeri e tranquilli fino a casa sua, quando ti fermi in sosta e la stanchezza torna dalle tue parti.

Ti chiede se vuoi salire, ha delle birre in frigo. Ci sarebbe da rispondere con un no secco, ma allo sguardo supplichevole di una persona che hai sempre trattato con il massimo rispetto non puoi proprio dire di no.

Fai la scala con grossi sospiri e lui se ne accorge e ti fa: ti serve una mano, va tutto bene, è colpa mia? Scuoti la testa, va tutto alla grande. Allora sorridi di nuovo a palla e via in casa sua per nuove avventure. Stappa due birre, la sua la manda giù sparato come se stesse facendo una gara, la finisce che nemmeno sono arrivate le bollicine in superficie. Mi fa che lui non è stato sempre così e ti chiede se te lo ricordi Vorresti rispondere, ma no, annuisci solennemente.

Guarda la tua birra e poi la sua, ti fa di bere che lui ha sete. Vai con un sorso lungo che lo accontenta al punto di stapparsene un’altra ed eccolo di nuovo in tiro che vuole sciorinare racconti come se parlasse di qualcun altro. Fa che i suoi parenti le hanno provate tutte, ma lui è un monello un po’ troppo cresciuto. Schizza da una parte a l’altra della stanza poi si ferma in un angolo. Infila la testa tra le pareti e si accovaccia. Fa che non è stato sempre così monello, ma un giorno in particolare non riusciva più a dormire e più i parenti gli chiedevano di farlo, e più lo facevano arrabbiare. Allora è venuto un dottore che gli ha detto di dormire, ma più gli chiedeva di dormire e più lo faceva arrabbiare, ma quello non era un parente e allora che voleva da lui? E da lì ha cominciato, si volta, ti guarda, schiocca le dita, prosegue, da lì ha cominciato con questi lampi di rabbia. Scie di malcontento, così le chiama lui che durano come una cometa di arrabbiatura.

Il medico ha beccato un bicchiere in testa, mille pezzi e una diagnosi che gli costa un viaggio in ambulanza. Appare un ospedale con le sbarre, dove però puoi fumare quanto vuoi, ma giri come uno zombie e ti ritrovi allampanato e impallato da una trafila di altri monelli imbottiti di medicine che non hanno sonno, ma girano senza una meta e quando t’incontrano ti fissano e basta, come se fossero morti, ma lui non vuole morire e allora ecco la scusa: dire che va tutto bene.

Il guardiano dell’ospedale lo studia con sospetto, ma col sorriso stampato.

Va tutto bene ancora di più.

Dopo qualche giorno, lo studio del guardiano finisce e viene di nuovo affidato ai parenti che però gli chiedono se non si sentirebbe meglio con una casetta tutta sua e lui gli chiede: bella idea, ma le spese come me le pago? I parenti gli rispondono che non si deve preoccupare e che basta una firma qua. Indica un punto immaginario di un foglio immaginario, dove fa una firma immaginaria. E chi paga per questa vacanza? Lo Stato la paga perché gli danno un’invalidità totale.

Spalanchi gli occhi, un po’ per la storia e un po’ perché sei veramente stanco. E anche per la birra che devi finire perché te ne aspetta almeno un’altra, quindi conviene bere.

Dice che la birra calda fa schifo. E tira giù un’altra bottiglia intera. Ne stappa ancora una e comincia a parlarti del fatto che le medicine gli danno fastidio, ma non riesce a rinunciare a bere, non sa se è colpa di una scarsa forza di volontà, ma la birra è buona e gli fa prendere sonno se si trova con la compagnia giusta. Sprofonda nel divano. Ti guarda fisso negli occhi intensamente, fino quasi a farti pensare che siete soli e non sai che medicine ha preso, ma il pensiero si spegne con lui perché da un momento all’altro abbassa prima una palpebra e poi l’altra. Lo chiami ma non risponde. Russa sonoramente, allora scegli di lasciarlo dormire e te ne torni a casa.

Il giorno dopo ti chiama e ti fa: che fai? Rispondi che sei impegnato, in realtà sei libero ma ancora stanco dalla sera prima.

C’è un silenzio refrattario tra di voi. Poi gli chiedi se ieri è andato tutto bene. Lui ti risponde di sì. Poi gli chiedi oggi come va. Lui ci pensa un attimo e in maniera automatica fa: va tutto bene.

Una sorta di contentino mentale ti anestetizza la coscienza. Bene, gli fai e solleciti una chiusura.

Allora se va tutto bene, vi sentirete nei prossimi giorni. C’è un silenzio apatico, poi lui, in un distacco collaudato da aaanni, ti recita un: va bene, tranquillo.

Va tutto bene.

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