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Tazzine da té



Questo ragnetto tutto pelle e ossa stava seduto accanto alla finestra, come al solito, aspettando di vedere realizzati i propri sogni. Pensava che per far capitare una cosa bastasse sognarla molto.

Aveva un po’ del poeta, un po’ del pittore, e un po’ anche dello scultore, e godeva un mondo a guardare mille finestre incendiate dall’oro del tramonto. Gli piaceva passare un’ora tranquilla in compagnia di quelle rosse nuvole che erano le sue nuvole, come suo era il sole, e il fiume; pensava di essere il grande e magnifico proprietario di questo immenso spettacolo, di questa festa colorata, ed era ateo – lo era sempre stato, fin dalla nascita. Aveva la pancia di un rospo, con due gambe magre, magrissime, come due stuzzicadenti ficcati in un’arancia. Era strano, ma più che strano era all’antica; non privo di una sua cultura e di una sua saggezza. Però la piccola parte di cultura e di saggezza gli era toccata in sorte lo rendeva spesso presuntuoso e verboso, anche. Questo ragnetto, questa testa matta, questa chiocciante stupida gallina, questo cervello abortito, questa carrettata di sporcizia e di pulizia, questa dorata mediocrità, questo accumulo misto di sentimentalismo e di serietà, questo filosofo infantile, quest’omino bruttissimo – quest’uomo aveva in tutto due amori.

Non proprio amori, due feticci magari, e niente sesso, s’intende, roba sporca e depravata. Al tempo di questa storia il primo dei due feticci, sua moglie, era morta da pochi mesi; l’altro era un servizio di tazzine da tè con relativi piattini. Quelle tazzine, è giusto fare osservare, erano davvero molto belle. Uno di quei lavori che sembrano fatti dal genio di un’artista in un momento di irripetibile felicità. Questi due amori lo rendevano grottesco; c’è da dire del resto che tutto quel che toccava con quelle sue mani avare diventava grottesco; era una specie di Mida dei nostri giorni.

La sua disponibilità all’amore era messa a dura prova, oltretutto, dall’esistenza di un nipote, uno scavezzacollo che commetteva spesso l’orrendo crimine di costringere il vecchio a sborsare quattrini per rimetterlo in sesto e per pagare i suoi debiti di gioco. Non c’era volta che venisse a trovare suo zio e non rompesse qualcosa, fracassasse qualcos’altro, strappasse una cosa, ne mutilasse un’altra, proprio come uno stupido cucciolotto con le zampe corte. Lo zio non riusciva a capire – e se lo chiedeva spesso – da quale zona dell’inferno fosse sbucato fuori (il nipote).

Oggi se ne stava con le orecchie ben aperte per captare i rumori che sentiva giungere dalla stanza accanto, dove c’era appunto quel suo maledetto nipote. Premonizioni ne aveva avute e così terribili da fargli venire il mal di pancia. Stava seduto sull’orlo della poltrona, un segno evidente di agitazione intensa.

A un certo punto capì che doveva alzarsi e andare a rendersi conto con i suoi occhi di cosa diavolo stava succedendo, si trattasse anche del peggio. Andò dalla stanza in cui se ne stava seduto a quella dove stava giocando il nipote, ed entrò nella stanza – quel luogo immondo dove il male stava covando. Ed eccolo lì, il nipote, che gioca con LE SUE TAZZINE DA TÈ! Il nipote aveva messo le mani sul suo amore, sul suo feticcio, senza il quale non avrebbe potuto continuare a vivere, e che dunque amava, amava, o quanto lo amava! Alzò le braccia, e l’universo si alzò in punta di piedi. Poi accorato le abbassò, e l’universo intero cadde di schianto. Come ogni vero poeta lasciava sempre aperte le porte e gli armadi, del resto non aveva nemmeno le chiavi, né delle porte né degli armadi. Questo era l’amaro frutto della libertà dilagante in quella casa! Alla vista del nipote che cospirava contro di lui servendosi delle sue stesse tazzine, cadde di colpo e solo trascinandosi carponi gli riuscì di traversare la fatidica stanza, la stanza in cui un vero delitto stava per essere perpetrato.

Vedendo quell’essere sgraziato in una posizione tanto degradata, il giovane nipote non poté fare a meno di ridere, di ridere di quel vecchio buffo che urlava assurdamente come un pazzo.

Eccolo lì che dava delle gran testate contro il pavimento come se stesse recitando una preghiera, musulmana. (Pregava che le acque di mille fontane lavassero la sua fronte contaminata. Oh acqua di mille fogne, portami qui la tua lurida freschezza!).

Se ne stava ancora a quattro zampe, e il nipote era accorso ad aiutarlo. Ma lui lo respinse.

S’era accorto, furbescamente, che il nipote cominciava a preoccuparsi, e lui ne godeva.

Agitava in su e in giù la vecchia testa, come un orso bianco. E mettiamo che fossero queste le litanie del vecchio e delle sue tazzine da tè:

O mie tazzine, mie care, mie santissime tazzine, o amori miei!

(Quando il dolore costa così poco uno lo scialacqua facilmente).

Che cosa posso ancora sperare da voi, se non che moriate di una morte bella!

La messa in scena della morte dovrà essere stupenda!

(Ma questa, ahimè, non è una faccenda degna della morte; si sta riducendo a una cosa da nulla).

Quale punizione e quale rimprovero ho meritato? Non ho amato abbastanza il Signore?

(Ecco, forse è così!).

Sono un peccatore, è vero.

(Ma chi non lo è?)

Canto una canzone nera. Grido una canzone maligna. Scopro una nuova tomba. Scopro nuovi modi di soffrire. Le mie lagrime sono lagrime nuove. Le mie tazzine dipinte a Nagasaky sono un feticcio, ma un feticcio bellissimo!

(Dio possa perdonargli, ma io non sono Dio e dunque non devo perdonargli).

Era come un orso bianco, completamente rimbecillito dal caldo, e in parte queste cose le disse davvero, in parte gli traversavano il cervello a un’incredibile velocità. Poi con un grande sforzo si rimise in piedi e si precipitò sul ragazzo che era rimasto più sorpreso che imbarazzato.

Afferrò il ragazzo per la gola e lo soffocò finché non gli si afflosciò tra le mani. Quando lo lasciò andare, (il nipote) cadde a terra. Morto? No, lui (ancora il nipote) non era morto.


Manuel Federico Carlo Carnevali:

nasce a Firenze il 4 dicembre 1897.

Dopo l'infanzia trascorsa tra Pistoia, Biella e Cossato e dopo la morte della madre (1908), venne messo in collegio dal padre che, risposatosi, volle che raggiungesse la nuova famiglia a Bologna. Nel 1911 Emanuel vinse una borsa di studio del Collegio Marco Foscarini di Venezia e vi trascorse quasi due anni, prima di esserne espulso. Nel 1913 fece il suo ingresso nell'Istituto Tecnico "Pier Crescenzi" di Bologna, dove fu allievo del critico letterario e narratore Adolfo Albertazzi. Questo rapporto col maestro, non del tutto pacifico, rappresenterà per Carnevali un'iniziale conferma della sua vocazione letteraria. Decise di emigrare negli Stati Uniti nel 1914, a soli 16 anni. Emanuel partì da Genova sul Caserta il 17 marzo 1914 e arrivò a New York il 5 aprile.Visse quindi fino al 1922 tra New York e Chicago, all'inizio senza conoscere una sola parola d'inglese ed esercitando lavori saltuari. Col tempo imparò la lingua, cominciò a scrivere e ad inviare i suoi versi a tutte le riviste che conosceva. Inizialmente rifiutate, le sue poesie cominciarono man mano ad essere pubblicate ed Emanuel a farsi conoscere nell'ambiente letterario, diventando amico di diversi poeti, tra cui Max Eastman (1883-1969), Ezra Pound, Robert McAlmon (1896-1956), e William Carlos Williams (che lo nomina nella sua Autobiography del 1951).Dimenticato dalla critica e dal pubblico, ha lasciato un piccolo, ma tagliente e forte segno nella letteratura americana del Novecento. Pur vivendo quasi in miseria, passando da un lavoro all'altro, e da un amore all'altro, frequentando prostitute e teppistelli, riuscì a partecipare, da straniero, al rinnovamento dell'avanguardia letteraria americana dell'epoca.

Sherwood Anderson si ispira a lui quando scrive il racconto Italian Poet in America (1941). Le sue poesie vengono pubblicate dalla rivista "Poetry Magazine", fondata nel 1912 e diretta da Harriet Monroe (1860-1936) e di cui diventa lui stesso, per un breve periodo, vicedirettore.

Fu autore dei racconti Tales of an hurried man (1925), poi lasciò New York ed Emilia Valenza, la ragazza d'origine piemontese che aveva sposato nel 1917 e che viveva con lui nell'allora malfamato "East Side" di Manhattan, per andarsene a Chicago, dove visse ancora in stenti traducendo e collaborando a «Others».Le sue lettere a Benedetto Croce e a Giovanni Papini verranno poi pubblicate col titolo Voglio disturbare l'America (1980), a cura di Gabriel Cacho Millet, il quale ha anche raccolto i Saggi e recensioni e il Diario bazzanese.Colpito da una malattia nervosa, l'encefalite letargica, nel 1922 ritornò in Italia, dove visse gli ultimi vent'anni fra l'ospedale e varie pensioni di Bazzano, il Policlinico di Roma e la clinica bolognese Villa Baruzziana, e dove continuò a scrivere, come sempre, in lingua inglese.

Morì l'11 gennaio 1942 nella Clinica Neurologica di Bologna, soffocato da un boccone di pane.

Due giorni dopo venne sepolto a Bologna nel Cimitero della Certosa.


Il primo Dio di Emanuel Carnevali è stato ristampato per la casa editrice D_Editore e sarà disponibile nelle librerie dal 07 Ottobre 2017. Attualmente è in preventita sul sito:

http://deditore.com/prodotto/il-primo-dio/

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