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In un palmo d'acqua



Nove racconti ambientati nel West contemporaneo; nove racconti che ci narrano la vita semplice di contadini, allevatori e veterinari; nove racconti dove i protagonisti indiscussi sono la natura, a ricordarci che in questo pianeta siamo suoi ospiti anziché padroni; gli animali, soprattutto i cavalli, visti come veri e propri compagni nella quotidianità dilagante dove la vita scorre lenta e spesso piatta; la magia, che grazie all’ambientazione prende sfaccettature sciamaniche, trasmettendo quanto di più esoterico presente nel credo e nella cultura dei nativi americani che popolano le terre del West rurale.

Con queste premesse, In un palmo d’acqua di Percival Everett si presenta come una delle opere più riuscite dell’autore statunitense che non ci risparmia la bellezza di paesaggi mozzafiato e il fascino di luoghi reconditi. Il libro è uscito in Italia nel 2016 edito Nutrimenti.

Percival Everett nasce nel 1956 e oggi vive a Los Angeles dove insegna scrittura creativa e letteratura alla University of Southern California. Nel corso della sua carriera letteraria Everett ha scritto ad oggi oltre venti libri, assicurandosi una moltitudine di prestigiosi riconoscimenti tra cui l’Academy Award in Literature e, nel 2010, con il romanzo Ferito si è aggiudicato il Premio Gregor von Rezzori come miglior Opera di Narrativa Straniera. Le opere di Everett sono tradotte in tutto il mondo.

In un palmo d’acqua riprende, nella struttura, lo stile dell’amato Raymond Carver: Everett ci propone personaggi in qualche modo già avviati, che hanno un trascorso rilevante, spesso doloroso, e le istantanee che l’autore cattura su carta non sono nella maggior parte dei casi degli avvenimenti centrali nel corso della vita dei protagonisti; ciò non toglie che tali avvenimenti non possano condizionare il futuro di ognuno di loro più di quanto possa aver fatto il passato.

In questi racconti abbiamo storie che trattano di conflitti familiari, l’ambiguità di un tipo misterioso che tutti conoscono ma nessuno ha mai visto somigliante però a un attore famoso, un corpo morto che va a riprendersi letteralmente la propria testa; abbiamo storie dove non c’è spazio per la razionalità e lo scetticismo, storie di bambini e anziani perduti e da ritrovare, storie che spesso vi faranno riflettere.

Lo stile asciutto e minimalista di Everett regala al lettore una piacevole fluidità che rende la lettura di questi racconti piuttosto agevole. Tutt’altro che leggere sono invece le tematiche trattate, nonostante la semplicità narrativa dell’autore: nel racconto Plecottero Daniel è un quattordicenne quasi apatico che viene giornalmente pressato dai propri genitori: loro sono infatti convinti che il ragazzo abbia bisogno di un aiuto psicologico per tentare di superare la morte della sorella annegata otto anni prima, quando lui era solamente un bambino. Daniel decide di passare una notte in tenda vicino la riva di un fiume per ritrovare sé stesso, andando contro la volontà dei genitori.

«Ho solo quattordici anni, ma ho capito benissimo che questa terapia di merda serve soprattutto a voi due. Avevo otto anni. L’unica cosa che abbia mai provato è confusione. Non voglio sapere nulla. Non voglio capire nulla. Ma vi assicuro che non sono venuto qui per affogarmi.»

L’apatia del ragazzo ci spinge inizialmente a pensare che per lui ci sia effettivamente qualcosa da superare, ma Everett nel corso della narrazione ci pone dinnanzi una questione di estrema importanza e delicatezza: un bambino può restare segnato dalla morte di una persona cara come può accadere a un adulto? O, come nel caso di Daniel, è la confusione a prevalere?

Restando sempre nella sfera familiare, un altro racconto dal grande impatto emotivo in relazione con i rapporti umani è Congelamento: i protagonisti di questa storia sono Benjamin e Cathy, padre e figlia che vivono un rapporto costellato da alti e bassi da quando la madre della ragazza li ha lasciati, un anno prima. Cathy vive male l’abbandono della madre e lo manifesta scaricando sul padre una sorta di vena ribelle, di per sé tipica degli adolescenti. Benjamin, dal canto suo, tenta di avvicinarsi alla figlia in modo goffo, non facendo altro che aumentare la distanza che li separa. Un’escursione nel bosco sembra essere secondo Benjamin il punto di partenza per appianare le disparità, e forse la situazione di pericolo in cui lui e Cathy si troveranno potrebbe essere l’inizio del cambiamento.

«Rimase seduto al tavolo della cucina, sforzandosi di capire non dove aveva sbagliato ma cosa poteva fare di giusto. Aveva bisogno di passare un po’ di tempo insieme a sua figlia fuori dalla casa che dividevano, per quanto suonasse scontato. L’indomani le avrebbe esposto la sua poco originale soluzione ai conflitti generazionali, e lei gli avrebbe riso in faccia, ma lui non avrebbe mollato. L’avrebbe costretta ad andare in montagna con lui».

In queste storie Everett non ci propone sempre un finale: spesso le vicende rimangono fortemente sospese, come è tipico nella forma breve, ma l’autore in questo caso calca fortemente la mano, e va bene così: non sapremo mai se Daniel nel corso della sua vita riuscirà a superare il presunto blocco emotivo provocato dalla morte della sorella o dall’apprensione della sua famiglia; non sapremo mai nemmeno se Benjamin e sua figlia riusciranno ad appianare le loro divergenze trovando un punto d’incontro.

La libera interpretazione di tutte queste storie è del lettore, è vostra. Che tipo di finali gli avreste dato?

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