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Viaggio nel grande nord di Revenant.



Preferisco sempre leggere il libro prima di vedere un film tratto da esso. Mi piace vedere i cambiamenti che gli sceneggiatori apportano alla storia. Molto spesso i cambiamenti, anche se odiati da molti, sono necessari per la trasposizione dal libro al film. Si deve considerare il ritmo che un film deve avere oppure la fruibilità che certe scene o alcune storie possono avere.

Non fa eccezione Revenant. Quando venni a sapere che il regista Alejandro González Iñárritu avrebbe curato la sceneggiatura, assieme a Mark L. Smith, e la regia decisi che non era più rimandabile la lettura del libro di Micheal Punke.

Ho conosciuto Iñárritu con 21 grammi (2003) recuperando solo dopo Amores Perros (2000), suo primo film nonché primo capitolo della “trilogia sulla morte” che vede completarsi con il già citato 21 grammi e Babel. Ero rimasto colpito dal suo modo di raccontare le storie attraverso le immagini, uno stile di narrazione che raggiunge l’apice con Birdman, vincitore di 4 premi oscar (Miglior film, Regia, Sceneggiatura e Fotografia), con un “finto” piano sequenza che dura per tutto il film e che pone lo spettatore a fianco dei protagonisti come se fosse un ulteriore personaggio, invisibile, nella storia.

È chiaro che le aspettative per il nuovo film di Iñárritu non potevano non essere alte. Aspettative che sarebbero accresciute notevolmente dopo la lettura del libro di Punke.


La storia è quella di un uomo che, tradito, viaggia per un America ancora selvaggia alla ricerca della sua vendetta. È una storia di abbandono, di tradimento, da parte dei compagni di spedizione, di rinascita e di morte. C’è la salvezza, dalla morte, ma il perdono non è contemplato, non lo può essere per sopravvivere in un mondo ancora selvaggio e sconosciuto.

A questo punto c’è da domandarsi: è possibile trasporre tutto questo in un film? Lo spettatore può empatizzare con un personaggio che, seppur tradito, viaggia con il solo scopo di uccidere dei compagni? (compagni che avrebbero potuto fare una brutta fine se fossero rimasti in dietro a accudire un uomo in fin di vita). Ovviamente prima di poter rispondere a queste domande bisogna sempre ricordare che ad un film c’è un autore con una sua sensibilità e con una ben precisa visione della storia che vuole raccontare e con il pieno diritto di personalizzare e quindi apportare cambiamenti alla storia.

Ecco quindi che nel film spunta una sottotrama essenziale per far si che lo spettatore empatizzi con il personaggio di Hugh Glass (Leonardo DiCaprio, premio oscar per miglio attore). Nella spedizione Hugh Glass porta con se un figlio avuto con una relazione con una nativa americana. Il figlio è un personaggio totalmente inventato (anche se è molto probabile che Glass sposò una nativa americana non ci sono prove storiche sull’esistenza di figli ed è da escludere che un ipotetico figlio fosse presente nella spedizione), la sua presenza serve a rendere più tragica la situazione e più “eroica” la sua missione di vendetta (vendetta giustificata). Come è più eroico un ipotetico passato dove Glass uccide un ufficiale americano. Cosi come il finale che deve per forza arrivare ad una risoluzione positiva per il protagonista che trova la sua vendetta con la morte di Fitzgerald (un grande Tom Hardy). Ho volutamente usato “per forza” poiché, come detto prima, cambiamenti cosi importanti nella storia che permettono proprio di motivare la sete di vendetta di Glass non potevano avere un finale come quello nel libro di Punke (non svelerò nulla sul finale, potete stare tranquilli).

Le regole del gioco di Iñárritu per questo film risultano quindi semplici e chiare fin dall’inizio. Hugh Glass da cacciatore di pelli, abbandonato dai compagni dopo un tragico incidente, che cerca vendetta diventa un eroe. Difensore dei nativi americani che cerca di vendicare non solo se stesso dall’abbandono ma anche di vendicare la morte di suo figlio (unico ricordo che ha della natica Pawnee di cui si era innamorato). È facile intuire un discorso politico che c’è alla base del film, lo sterminio di un popolo, la crudeltà dell’uomo bianco nello sfruttare le popolazioni indigene. Sia ben chiaro che non vuol essere questo una critica negativa al film, bensì un analisi dei cambiamenti fatti da Iñárritu e Smith al momento della stesura della sceneggiatura.

Il film vincerà 3 premi Oscar: al migliore attore per DiCaprio (meritato, dimostrando una grandissima preparazione e attenzione nei dettagli per un ruolo inedito nella sua carriera), Miglior Regia (Iñárritu vince 2 oscar alla regia in due anni di seguito), miglior Fotografia a Emmanuel Lubezki (3 oscar di seguito) la scelta è quella di girare con la luce naturale del giorno, allungando di fatto la produzione ma regalando un realismo quasi unico, Lubezki si conferma ancora una volta un maestro nella gestione della luce.

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