• Reader for Blind

Carciofi



Non riesco proprio a ricordare l’ultima volta che parlai con mia nonna.

È una di quelle cose strane, che ti capitano spesso nella vita, ricordi particolari a volte insignificanti, negli anni più volte ti vengono in mente episodi, scherzi, anche il numero di scarpe di quella ragazza che nell’estate del millenovecentonovananove ti piaceva tanto, eppure, quasi non ricordo il viso di mia nonna.

L’ho sognata stanotte, ma al posto del viso c’era una macchia nera. Una macchia simile a quelle che ti mostrano dagli psicologi, quelle macchie che non presagiscono mai nulla di buono.

Lei era in piedi davanti a me, con la cucchiarella in mano, il suo corpo grande, nonostante la sua piccola statura. Indossava la vestaglia di quando la andai a trovare una delle ultime volte in un monolocale umido in cui a malapena riusciva a entrare.

Penso che ogni persona dovrebbe ricordarsi di qualcuno che ha amato così intensamente nell’apice dei suoi migliori momenti, come quando mia nonna mi portava allo zoo di Roma a vedere le scimmie e i pinguini, e mi teneva per mano chiedendomi sempre se preferivo i bruscolini o lo zucchero filato. Invece quello non lo ricordo, lo so solamente perché ho visto una foto in cui lei era di spalle e mi teneva la mano, e io stringevo quello che prendevo sempre, cioè i semi di zucca. Invece, quando chiudo gli occhi, ho l’immagine del corpo di mia nonna con la vestaglia larga a fiori sporca di feci all’altezza del sedere perché non ce la faceva ad andare in bagno.

Ricordo l’odore intenso di carciofi, la pentola sul fornello faceva grandi sbuffi riempiendo la cucina di una nebbiolina fittissima. Il calore del cucinato.

La faccia di mia nonna non la ricordo, ma di sicuro so che era triste perché sentiva la morte scivolargli addosso lentamente e credo che non si lavasse da giorni.

Ho uno degli ultimi ricordi del corpo di mia nonna mentre cucina carciofi nel suo piccolo monolocale e me li mette davanti per costringermi a mangiarli.

Ho l’immagine delle mani gonfie di mia nonna che mi passano quei maledetti carciofi di cui ancora sento l’odore, ma non del suo viso.

Ricordo esattamente il giorno che andai a trovarla all’ospedale, il classico odore di malattia e disinfettante che ti entra nel naso e lo fa prudere, le porte su entrambi i lati aperte dalle quali si intravedevano le persone malate, il carrello dei medicinali e l’infermiera, l’espressione sul suo viso di chi guarda tutti i giorni qualcuno morire.

Ricordo il grande corridoio bianco, asettico che attraversai per raggiungere la porta della camera che condivideva con altre due persone. Il suo letto sfatto con le lenzuola che sembravano di cartone, l’ultimo letto vicino alla finestra, che affacciava sull’Aurelia.

Ricordo esattamente il viso della persona nel primo letto, una ragazza bionda di venticinque anni che era stata operata di appendicite, quando arrivai le vidi le gambe lunghe e secche spuntargli da sotto il camice aperto, si coprì velocemente con il lenzuolo e mi sorrise imbarazzata.

Ricordo anche la persona del letto centrale, anche se dormiva, era una signora anziana, forse anche più di mia nonna, un tubicino le entrava attraverso le narici e un ago le bucava il braccio rachitico con le vene gonfie e rosse. Sembravano autostrade di sangue.

Mia nonna era in piedi e guardava fuori dalla finestra le macchine sfrecciare sull’Aurelia, io ero rimasto mano nella mano a mia madre, attaccato da non volerla lasciare, avevo paura che la morte del’ospedale mi risucchiasse, risucchiasse mia madre, la ragazza con l’appendicite, la signora anziana con l’ago nel braccio che non se ne sarebbe nemmeno accorta, tutto l’ospedale con me dentro e anche mia nonna.

Ricordo la schiena ricurva di mia nonna e il calore delle sue mani che mi cingono le spalle e mi portano a se, sul letto.

  • Si mangia da schifo qui dentro, appena esco andiamo a casa e ci facciamo i carciofi alla giudia.

Non ebbi il coraggio di dirle che a me i carciofi non piacevano.

Mia nonna si aggravò improvvisamente due giorni dopo.

Il viso di mia nonna quasi non lo ricordo ma so per certo che nonostante stesse sola in quel piccolo e umido monolocale, con la vestaglia sporca e con l’assoluta convinzione che sarebbe morta da un momento a l’altro avrebbe voluto che io non ricordassi il suo viso in quel giorno, quel giorno che è esattamente lo stesso giorno di venticinque anni fa.


Valerio Valentini, classe 1982, vive e lavora a Roma.

Nel 2015 pubblica il racconto: La valigia, inserito nella raccolta: Il nostro due agosto nero (Antonio Tombolini editore), pubblicato in commemorazione della strage di Bologna.

Nel 2015 pubblica la raccolta di racconti Evoluzioni (Rogas Edizioni)

Nel dicembre 2015 è stato inserito nella raccolta Romani per sempre (Edizioni della sera – Roma per sempre) con il racconto: La giostra di Palmarola. A Gennaio 2017 è uscito il racconto Il minotauro inserito nell’antologia Più veloce della luce curata da Gianluca Morozzi e Luca Martini ed edita da Pendragon Edizioni. A Gennaio 2017 esce il suo secondo libro di racconti: Gli insetti sono tutti a dormire (Edizioni La gru)

Ha fatto parte del gruppo di narratori Gli Specialisti 2.0 per il periodico di poesia e letteratura RivistaUnaSpecie! e ha curato anche la rubrica I monologhi della caffeina.

Cura la collana di narrativa: Strade Maestre per la casa editrice D Editore.

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