• Reader for Blind

Tarquinio di Cheapside



Passi in fuga: a segnare l’andatura sono delle scarpe morbide dalla suola leggera fatte di uno strano materiale simile al cuoio proveniente da Ceylon; fluire ravvicinato di stivali, due paia, blu scuro e oro, che riflettendo la luce della luna in chiazze e bagliori smorzati seguono a un tiro di schioppo. Scarpe Leggere attraversa sfrecciando uno spicchio di luce lunare, poi schizza in un cieco labirinto di vicoli e diventa solo uno scalpiccio intermittente da qualche parte più avanti, avvolto nell’oscurità. Vi si addentrano gli Stivali Fluenti, con le corte spade che ondeggiano e lunghe piume di traverso, trovando il fiato per imprecare contro Dio e contro i neri vicoli di Londra. Scarpe Leggere varca d’un balzo un cancello in ombra e oltrepassa frusciando una siepe di cinta. Gli Stivali Fluenti varcano d’un balzo il cancello e oltrepassano frusciando una siepe di cinta; e inaspettatamente ecco la ronda: due micidiali picchieri con la bocca segnata da una piega feroce, acquisita nelle campagne d’Olanda e di Spagna. Ma non ci sono grida d’aiuto. L’inseguito non cade ansante ai piedi della ronda, stringendo una borsa; e neppure gli inseguitori fanno il diavolo a quattro. Scarpe Leggere passa come una folata di vento. Quelli di ronda imprecano ed esitano, seguono con lo sguardo il fuggiasco, dopodiché incrociano le picche di traverso alla strada con fare minaccioso e aspettano gli Stivali Fluenti.

La tenebra, come una mano enorme, interrompe il corso placido della luna. La mano si scosta dalla luna, la cui pallida carezza ritorna su grondaie e architravi, e sulla ronda, ferita e gettata nella polvere. Lungo la strada uno degli Stivali Fluenti lascia dietro di sé una scia nera di macchie fino a che sempre correndo non si fascia alla bell’e meglio con un pizzo elegante strappato dalla sua stessa gola.

Non era roba per la ronda: quella notte Satana era in libertà, e a Satana somigliava l’uomo che si intravedeva per primo davanti, calcagno sul cancello, ginocchio sopra la recinzione. Era anche evidente che il nemico si aggirava vicino casa, o almeno in quella zona di Londra consacrata ai suoi desideri più volgari, perché la via si restringeva come una strada in un quadro e le case si serravano sempre di più le une sulle altre, chiudendosi in un’imboscata naturale adatta al delitto e alla sua teatrale sorella, la morte violenta. Giù per le lunghe e sinuose viuzze zigzagavano l’inseguito e gli inseguitori, continuamente dentro e fuori dalla luce della luna in una perpetua mossa della regina su una scacchiera formata da bagliori e macchie. Davanti, la preda, ormai priva del giustacuore di pelle, e semi-accecata dalle gocce di sudore, aveva preso a scrutare disperatamente il territorio su ambo i lati. Così a un tratto rallentò e tornando un poco sui suoi passi infilò un vicolo tanto buio che pareva che qui sole e luna si fossero eclissati da quando l’ultimo ghiacciaio era scivolato con un ruggito sopra la terra. Fatti duecento metri si fermò e si appiattì in un recesso del muro, dove rannicchiatosi ansimò silenziosamente, una grottesca divinità senza né corpo né contorni nel buio. Gli Stivali Fluenti, due paia, si avvicinarono lo raggiunsero, passarono oltre, si fermarono una ventina di metri più in là, parlando in scarni bisbigli profondi: «Ero concentrato su quello scalpiccio, ma si è fermato».

«A una ventina di passi da qui».

«Si è nascosto».

«Restiamo insieme ora e lo faremo a pezzi».

La voce si spense nel sommesso scricchiolio di uno stivale, e Scarpe Leggere non aspettò di sentire altro: schizzò con tre balzi sul lato opposto del vicolo, dove spiccò un salto, volò in un istante in cima al muro come un grosso uccello, e sparì, inghiottito in un sol boccone dalla notte famelica.

He read at wine, he read in bed,

He read aloud, had he the breath.

His every thought was with the dead,

And so he read himself to death.

Chiunque visiti il vecchio cimitero di Giacomo I nei pressi di Peat’s Hill può decifrare questo passo burlesco – indubbiamente uno dei peggiori che si ricordi tra quelli scritti da un poeta elisabettiano – sulla tomba di Wessel Caxter. La sua morte, dice l’antiquario, sopraggiunse quando aveva trentasette anni, ma dato che questa storia riguarda la notte di un particolare inseguimento nelle tenebre, lo troviamo ancora vivo, e ancora intento nella lettura. I suoi occhi erano piuttosto annebbiati, il ventre piuttosto evidente: era un uomo malfatto e pigro e… oh, cielo! Ma un’epoca è un’epoca, e sotto il regno di Elisabetta, regina d’Inghilterra per volere di Lutero, nessuno poteva evitare di farsi prendere dall’entusiasmo. Ogni soffitta di Cheapside pubblicava il suo Magnum Folium (o rivista) di nuovi blank verse; gli Attori di Cheapside mettevano in scena qualsiasi cosa che non fossero «quelle sacre rappresentazioni reazionarie», e della Bibbia anglicana erano uscite sette edizioni «a vasta tiratura» nel giro di altrettanti mesi. Così Wessel Caxter (che in gioventù aveva fatto il marinaio) ora leggeva tutto ciò che gli capitava tra le mani: leggeva manoscritti per vera amicizia; si cibava di poeti in decomposizione; si attardava nelle botteghe dove venivano stampati i Magna Folia, e ascoltava ecumenico i giovani autori di teatro che litigavano e polemizzavano tra loro, lanciandosi l’uno all’insaputa dell’altro accuse sgradevoli e maliziose di plagio o di qualsiasi altra cosa potesse venir loro in mente. Quella sera aveva tra le mani un libro, un’opera che pur caoticamente messa in versi conteneva a suo parere alcuni esempi piuttosto eccellenti di satira politica. La regina delle fate, di Edmund Spenser, giaceva aperto davanti a lui alla luce tremula di una candela. Aveva appena superato un canto, e stava per cominciarne un altro:

LA LEGGENDA DI BRITOMARTI, O DELLA CASTITÀ

M’accingo qui a scrivere di Castità

La più leggiadra virtù, ben sopra le altre...

Un improvviso rumore di passi su per le scale, uno spalancarsi arrugginito della porta sottile, e un uomo che piombava nella stanza, un uomo senza giustacuore, ansimante, singhiozzante, sull’orlo del collasso. «Wessel», le parole gli si soffocarono in gola, «nascondimi da qualche parte, per l’amor di Dio!» Caxter si alzò, richiudendo con cura il libro, e mise il chiavistello alla porta un po’ preoccupato «Mi danno la caccia», gridò Scarpe Leggere. «Ti assicuro che ci sono due spadaccini dementi che cercano di ridurmi in polpette e stanno per farcela. Mi hanno visto saltare il muro posteriore!»

«Servirebbero», disse Wessel, guardandolo curiosamente, «parecchi battaglioni armati di spingarda e due o tre flotte come l’Invincibile Armata, per tenerti davvero al riparo dalle vendette del mondo». Scarpe Leggere sorrise soddisfatto. I singulti si stavano smorzando in un respiro rapido ma cadenzato; l’aspetto da preda inseguita si era dissolto in un distacco appena turbato. «Non sono molto sorpreso», disse Wessel. «Erano due scimmioni così tetri».

«Per un totale di tre, dunque».

«Due ti dico, a meno che tu non voglia contare anche me. Coraggio, amico, svegliati, saliranno su per le scale in un lampo». Wessel afferrò una picca spuntata in un angolo, e alzandola fino al soffitto sbloccò il coperchio di una botola rudimentale che si apriva su un solaio.

«Non c’è scala».

Sotto la botola mise una panca, sulla quale Scarpe Leggere montò, si acquattò, ci ripensò, si acquattò di nuovo e quindi spiccò un balzo incredibile. Si aggrappò al bordo dell’apertura e dondolò avanti e indietro per un istante, spostando la presa; infine, portò le ginocchia al petto e scomparve nel buio sovrastante. Seguì una corsa veloce, una rapida migrazione di topi, proprio mentre la botola si richiudeva; poi, il silenzio. Wessel tornò al tavolo di lettura, aprì «La leggenda di Britomarti, o della Castità»… e aspettò. Quasi un minuto dopo, udì un trambusto su per le scale, seguito da un imperioso bussare alla porta. Wessel sospirò e presa la candela si alzò.

«Chi è?»

«Aprite la porta!»

«Chi è?»

Un colpo violento si abbatté sul legno fragile, scheggiandolo lungo i bordi. Wessel dischiuse la porta di pochi centimetri, tenendo la candela. La sua parte era quella del cittadino timoroso e super rispettabile, indecorosamente disturbato.

«A quest’ora di notte si riposa. È troppo chiedere a tutti i molestatori…»

«Piantatela, chiacchierone. Avete visto un tizio tutto sudato?»

Le ombre di due cavalieri disegnavano immense sagome tremolanti sulle scale anguste; alla luce della candela Wessel li scrutò con attenzione. Erano due gentiluomini, vestiti in fretta e furia ma in modo ricco; uno dei due era ferito in modo serio a una mano; entrambi irradiavano una sorta di turbamento furibondo. Ignorando l’immediato stupore di Wessel, lo spinsero all’interno della stanza e con le spade presero a esplorare con metodo tutti gli angoli bui e sospetti, estendendo poi le loro ricerche nella camera da letto di Wessel.

«È qui che si nasconde?», chiese con aria truce il ferito.

«Chiunque all’infuori di voi».

«Che io sappia ci siete solo voi due».

Per un istante Wessel temette di essere stato troppo spiritoso, perché i due fecero il gesto di trafiggerlo con le spade. «Ho sentito qualcuno sulle scale», si affrettò ad aggiungere, «più di cinque minuti fa, ormai. Di sicuro non è mai arrivato fin quassù». Continuò spiegando come fosse assorto nella lettura della Regina delle fate ma, almeno per il momento, al pari dei grandi santi, i suoi visitatori erano indifferenti alla cultura.

«Cosa è successo?», indagò Wessel.

«Una violenza!», disse l’uomo dalla mano ferita. Wessel notò che i suoi occhi erano pieni di furore. «Contro mia sorella. Oh, Gesù del cielo, consegnaci quell’uomo!»

Wessel trasalì.

«Chi è?»

«Che Dio ci aiuti! Non lo sappiamo nemmeno. Che cos’è quella botola lassù?», chiese all’improvviso. «È inchiodata. Non viene usata da anni». Pensò alla picca in un angolo e sentì un sommovimento nelle viscere, ma l’assoluta disperazione dei due appannava la loro astuzia.

«Ci vorrebbe una scala, a meno di non essere uno bravo a correre la cavallina», disse senza riflettere troppo quello ferito.

Il suo compagno proruppe in una risata nervosa.

«Correre la cavallina. Ah, saltare la cavallina. Ah…»

Wessel li guardò stupito.

«Perfetto per il mio senso dell’umorismo più nero», esclamò l’uomo, «che nessuno… oh, nessuno… possa arrivare fin lassù tranne uno bravo a correre la cavallina».

L’uomo con la mano ferita fece schioccare le dita di quella sana, spazientito.

«Dobbiamo provare alla porta accanto… e poi a quella dopo…»

Confusi, se ne andarono come due che camminino sotto un cielo buio e spazzato dal temporale. Wessel chiuse la porta con tanto di chiavistello e per un istante se ne rimase lì pensieroso, aggrottando la fronte in segno di pietà. Un «Ah!» sommessamente pronunciato gli fece alzare lo sguardo.

Scarpe Leggere aveva già sollevato la botola e stava guardando la stanza dall’alto, il volto da folletto contratto in una smorfia, per metà di disgusto e per metà di sardonico divertimento.

«Con gli elmi si levano anche i cervelli», commentò a bassa voce, «ma per quanto ci riguarda, Wessel, siamo due furbi».

«Che tu sia maledetto», gridò Wessel con veemenza. «Ti sapevo un cane, ma è sufficiente la metà di una storia come questa per ricordarmi che razza di sporco bastardo sei, e farmi venir voglia di spaccarti il cranio a bastonate». Scarpe leggere lo squadrò, sbattendo le palpebre.

«In ogni modo», ribatté infine, «trovo che la dignità sia impossibile in questa posizione».

Con ciò si calò nella botola, rimase sospeso in un attimo e si lasciò cadere per i due metri e mezzo che lo separavano dal pavimento. «C’era un topo che contemplava un mio orecchio con aria da buongustaio», continuò pulendosi le mani sulle brache. «Nella lingua peculiare dei roditori gli ho detto che sono velenoso, e lui ha battuto in ritirata».

«Sentiamo piuttosto che hai da dire sulla lussuria di questa notte», insistette Wessel adirato.

Scarpe Leggere si portò il pollice alla punta del naso e sventolò le altre dita verso Wessel in segno di derisione. «Delinquente di strada!», borbottò Wessel.

«Hai un foglio di carta?», chiese Scarpe Leggere ignorandolo, per poi aggiungere insolente:

«Ma tu sai scrivere?»

«Perché dovrei darti un foglio di carta?»

«Volevi sapere dei divertimenti notturni. Ti accontenterò, se mi dai una penna, un po’ d’inchiostro, un foglio di carta e una stanza tutta per me».

Wessel esitò. «Fuori di qui!», disse infine. «Come vuoi, ma sappi che ti sei perso una storia parecchio interessante». Wessel vacillò: era un uomo molle quanto un budino, e infatti cedette.

Scarpe leggere si ritirò nella stanza a fianco con il materiale per scrivere consegnatogli mal volentieri, e chiuse accuratamente la porta. Wessel grugnì e ritornò alla Regina delle fate; così nella casa tornò a regnare il silenzio.

Le tre del mattino divennero le quattro. La stanza impallidì, il buio esterno era iniettato di umidità e di freddo, e Wessel, stringendosi la testa tra le mani, era chino sul tavolo, a districarsi fra le storie di cavalieri e fate e le pene strazianti di molte fanciulle. Fuori, nell’angusta stradina, c’erano draghi sghignazzanti; quando alle cinque e trenta il garzone assonnato dell’armaiolo attaccò a lavorare, i pesanti sding e sdeng di corazze e maglia intrecciata facevano salire l’eco di una cavalcata.

Al loro primo baluginare le luci dell’alba furono interrotte da una nebbia, e quando alle sei la stanza assunse i toni di un grigio giallognolo, Wessel andò in punta di piedi alla porta della sua camera da letto grande quanto uno sgabuzzino e la spalancò. Il suo ospite voltò verso di lui un viso pallido come la pergamena, su cui due occhi folli ardevano come grandi lettere rosse. Aveva messo una sedia accanto al prie-dieu di Wessel che stava usando a mo’ di scrivania, e sopra c’era una stupefacente quantità di pagine riempite da una fitta scrittura. Con un profondo sospiro Wessel si ritrasse e tornò alla sua sirena, dandosi dello stupido per non aver reclamato il proprio letto neppure all’alba.

Il tonfo sordo di stivali all’esterno, il gracchiare di vecchie comari da una soffitta all’altra, il mormorio monotono del mattino lo snervarono, e sonnecchiando si abbandonò sulla sua sedia, mentre il cervello, oberato di suoni e colori, continuava a riprodurre spietatamente le immagini che lo affollavano. In quel sogno agitato, egli era uno dei mille corpi gementi schiacciati nei pressi del sole, un ponte inerme per Apollo dagli occhi di fuoco. Il sogno lo lacerò, gli raschiò a lungo il cervello come un coltello seghettato. Quando una mano calda gli toccò una spalla, si svegliò con quello che era quasi un urlo per trovare la nebbia infittita nella stanza, e il suo ospite, grigio spettro di materia brumosa, accanto a lui con un fascio di fogli in mano.

«Credo che sia un racconto assai affascinante, sebbene richieda una revisione. Posso chiederti di chiuderlo a chiave da qualche parte e, per carità di Dio, di lasciarmi dormire?» Senza aspettare una risposta, tirò il fascio di fogli a Wessel e si rovesciò letteralmente su un divano in un angolo come il contenuto di una bottiglia di colpo capovolta; dormì con il respiro regolare, ma corrugando la fronte in un modo bizzarro e misterioso per certi versi inquietante. Wessel sbadigliò assonnato e dando un’occhiata alla prima pagina, scribacchiata con mano incerta, cominciò a leggere a bassissima voce:

IL RATTO DI LUCREZIA

Dall’assediata Ardea in grande fretta,

d’illecito desio sull’ali infide,

Tarquinio lascia il campo dei Romani…

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