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James Joyce: Dublino tra racconto e realtà.



Dubliners, tradotto in italiano Gente di Dublino, è una raccolta di quindici racconti scritta da James Joyce.

Nelle quindici storie, pubblicate nel 1914, sono ritratte le esistenze di uomini e donne di ogni età, costretti fra le mura della loro mente ancora prima che fra quelle domestiche. Il tema di fondo è la paura o l’incapacità di vivere, raccontata attraverso le voci dei tanti personaggi che sembrano parlare, muoversi, vivere e soffrire proprio nelle strade della città che diede i natali all'autore, Dublino.

Sono dunque i dublinesi a portare sulle proprie spalle e nelle proprie anime la stessa angoscia che dovette spingere Joyce ad abbandonare la città per poter esprimere il proprio talento artistico, libero dalla ristrettezza mentale e dal rigido moralismo della terra d’origine. Moralismo che viene descritto dall’autore attraverso la perenne divisione fra il desiderio di cambiamento e il terrore del suo verificarsi. Egli scrisse infatti una lettera il 5 maggio del 1906 indirizzata all’editore Grant Richards, il quale avrebbe dovuto pubblicare la sua raccolta di racconti, spiegando il suo intento di scrivere un capitolo che parlasse della morale della sua città, la quale viene descritta da Joyce secondo le fasi della vita che la compongono: fanciullezza, adolescenza, maturità e vita pubblica. Inoltre, sebbene amata dall’autore, Dublino rappresentava per lui il centro della "paralisi".

La paralisi di cui ci parla l’autore è una componente sia dell'individuo che della società, l'incapacità di vivere che viene rappresentata a livello fisico, psicologico o addirittura descritta come sterilità emotiva. È una forma di auto-privazione dell’anima che, sopraffatta e soffocata dai propri timori, si preclude la possibilità di condurre o tentare di condurre un’esistenza piena e appagante.

Esempio emblematico di paralisi è Eveline, racconto nel quale la giovane protagonista è un’infelice ragazza, rimasta orfana della madre e costretta a vivere con un padre troppo avvezzo all’alcool e un fratello sempre lontano per lavoro, alla quale la sorte sembra offrire un’improvvisa possibilità di svolta. Si innamora, infatti, di un giovane marinaio, Frank, il quale le chiede di partire con lui alla volta dell’Argentina per cominciare una nuova vita insieme. Eveline, inizialmente intenzionata a seguire l’amato, lentamente si fa vincere dalle proprie paure e, in particolare, dal ricordo della promessa fatta alla madre in punto di morte: quella di occuparsi della famiglia. Il giorno in cui Frank l’attende, ormai pronto a salpare, la fanciulla sperimenta un senso di profonda paralisi: incapace di muoversi, totalmente bloccata dal terrore di ciò che sta avvenendo, la giovane resta a fissare immobile la grande nave andarsene via per sempre.

Un altro aspetto fondamentale nella lettura dei Dubliners sono le epifanie, momenti di rivelazione improvvisa nei quali il personaggio viene messo di fronte a una realtà interiore mai conosciuta che improvvisamente viene a svelarsi, portando alla luce la vera essenza delle cose. Ogni racconto contiene un’epifania causata da un gesto, un oggetto o situazioni quotidiane e banali che il protagonista sperimenta in un momento di crisi, che si rivelano di importanza fondamentale nella sua vita.

Sempre prendendo come esempio Eveline, l'epifania è data nel momento in cui la ragazza diventa consapevole della triste e complessa realtà della sua vita. Quando la giovane ricorda un suonatore d’organetto italiano che suona con aria malinconica, lei pensa da una parte alla sua vita fatta di sacrifici e di responsabilità; dall'altra alla possibilità di un cambiamento con l’opportunità di trovare insieme a Frank l’amore e la libertà che desiderava da tanto tempo, ma che poi non potrà ottenere.

Come testimoniano i suoi racconti, Joyce era un uomo dal carattere anticonformista e ribelle, in grado di colpire il lettore con il suo messaggio di protesta verso una società che propone dei valori contrari alla possibilità di poter vivere un'esistenza felice, che alienano l'individuo a vivere in una gabbia in cui ogni tentativo di rivalsa sul destino è nulla.

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