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Choose life - Trainspotting



Scozia, Edimburgo: siamo nel 1996 e tra le strade della città due ragazzi, Renton e Spud, corrono inseguiti da due poliziotti. La voce narrante, Renton, ci espone la sua visione della vita riprendendo lo slogan di una pubblicità antidroga degli anni ‘80, “Choose Life” (Scegliete la vita). Ecco l’inizio di Trainspotting, il secondo film del regista inglese Danny Boyle tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh del 1993.

Trainspotting non può che essere una corsa dall’inizio alla fine, rappresentazione della fuga di Renton dal passato. Una corsa fatta di rabbia, dalla ricerca di riscatto da una vita che può solo essere monotona e senza scampo. Il film, ma ancor prima il libro, danno voce a una nuova generazione, quella degli anni ’90: una generazione alla ricerca di uno scopo nella propria vita, in cerca di un’evasione da un’esistenza fatta di famiglia e lavoro. Proprio per questo Trainspotting è diventato un fenomeno cult.

Renton, Sick Boy, Spud e Begbie sono dei giovani spaesati abbandonati a loro stessi. La droga è l’unico modo per evadere da una depressione costante, un atto di ribellione, se così si può definire, contro la società dell’epoca. Atto che a tutti gli effetti si rivelerà drammatico e dannoso.


Eppure il film non racconta la discesa del gruppo verso l’autodistruzione, i personaggi sono ben consci del danno che fanno a loro stessi, reagiscono alla situazione provando a disintossicarsi, a mettere la testa a posto e trovare una sistemazione (nel sequel di Trainspotting vedremo un Renton disintossicato, trasferitosi a Londra per lavorare e dare un taglio netto con il passato). La paura di crescere e di assumersi le proprie responsabilità prenderà però il sopravvento e i protagonisti si ritroveranno sempre nel circolo vizioso della dipendenza. Lungo la corsa questi giovani disadattati affronteranno anche la morte di persone care (l’amico Tommy malato di AIDS), una corsa frenetica, quella di questo gruppo, che li porterà al “colpo” finale: la vendita di una partita di droga per guadagnare qualcosa, una trasformazione da semplici tossici con alle spalle qualche furto, in veri e propri criminali. Trasformazione che vedrà Renton prevalere su tutti: egli infatti tradirà i suoi compagni e scapperà con il denaro per rifarsi finalmente una vita. Una sorta di redenzione che rimane fedele al personaggio: il ragazzo dimostra infatti di non avere scrupoli, tradendo i propri amici senza voltarsi indietro (l’unico a cui lascerà la sua parte dei soldi sarà Spud).

Boyle rappresenta alla perfezione lo spirito del libro: un gruppo di ragazzi che hanno in comune solo la dipendenza dalla droga (non è un caso che Renton li definisca come «cosiddetti amici» nel monologo finale); lo stesso Begbie è nel gruppo perché viene temuto dagli altri e non perché ci sia un effettivo legame tra lui e i membri della compagnia. Tutta la costruzione dei rapporti tra i personaggi porta quindi a comprendere il gesto finale di Renton: in fin dei conti cosa li accomuna se non una dipendenza che lui stesso decide alla fine di superare?

Non c’è una presa di posizione contro la droga, ma romanzo e trasposizione cinematografica mostrano in maniera accurata l’effetto della sostanza e la dipendenza che essa causa, senza diffondere moralismi. Per questo motivo all’uscita fu criticato come un film che elogiasse l’uso di stupefacenti. La verità è un'altra: l’obiettivo della pellicola è quello, come già detto, di raccontare un disagio generazionale dando voce alle insicurezze e alle paure dei ragazzi. Obiettivo che viene centrato alla perfezione.

Come nel monologo iniziale, Trainspotting può essere ben riassunto nello slogan “Choose Life”. Scegliete la vita, scegliete di reagire alle difficoltà e alle sofferenze, perché tutto può cambiare. Scegliete il diritto di avere il controllo sulla vostra esistenza.

E T2? Sicuramente ve lo starete chiedendo.

Mettiamola così, non poteva esserci miglior seguito di quello messo in scena da Boyle con T2: Trainspotting. Sono passati vent’anni dal primo film, i personaggi sono cambiati, sono dei quarantenni malinconici che rivogliono la loro giovinezza, che vogliono divertirsi come allora. Renton torna a Edimburgo mosso dalla nostalgia e trova i suoi «cosidetti amici» lì dove li ha lasciati, invecchiati ma sempre uguali. Se il primo film rappresenta il grido di aiuto di una giovane generazione allo sbando, in questo troviamo una generazione ormai adulta ma ugualmente dispersa in un mondo vuoto e privo di icone. Ed ecco da dove nasce la nostalgia degli anni ‘90, dallo spaesamento degli anni 2000. Il mondo cambia e va avanti, mentre i “giovani” di Trainspotting non vogliono assolutamente progredire: un esempio emblematico è la musica dell’epoca (Boyle inserisce molti brani di quegli anni remixati nell’ultimo decennio). Non è possibile fare un paragone tra il primo e il secondo film (non si dovrebbe mai fare questo tipo di confronto, con nessuna pellicola) semplicemente perché Boyle non ricalca il primo, ma va avanti: prende una strada differente e ci fa scoprire altri lati dei personaggi (Spud fra tutti sarà quasi il protagonista del film). Insomma, T2 non solo è, come già detto, il miglior seguito possibile del cult del 1996, ma è il sequel che si merita; è il sequel che si meritano i ragazzi di Trainspotting.

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