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Il giorno che diventammo umani



Questa settimana proponiamo la lettura di una raccolta di Paolo Zardi, intitolata Il giorno che diventammo umani edita Neo Edizioni nella collana Iena.

L’autore classe 1970 originario di Padova, ha scritto diversi romanzi, tra cui La felicità esiste, Il Signor Bovary e XXI secolo (finalista al Premio Strega e al Premio Simbad). I suoi racconti sono stati raccolti in diverse antologie tra il 2008 e il 2015, pubblicate da Artorio, CaratteriMobili e Hacca; ha curato la raccolta L’amore ai tempi dell’Apocalisse e gestisce il blog Grafemi

(https://grafemi.wordpress.com/).

Questa raccolta prosegue in qualche modo la collezione di ritratti umani già illustrati in Antropometria sempre per Neo Edizioni. I racconti sono scritti in maniera lucida e semplice, schietta e senza troppi giri di parole.

I personaggi non sembrano fittizi, sono così familiari da farci pensare di averli già incontrati da qualche parte: come il vicino di casa con l’appartamento lussuoso, o la collega di lavoro, nostra amica, che ha un amante; o il ricordo, il nostro, che rivive ogni anno, in quel giorno del calendario segnato dalla penna rossa, come una ferita sempre aperta nel cuore. Sono persone che vivono la loro condizione di umani, transitoria e delicata, quasi impreparata alle situazioni che la vita impone loro. Il sesso è un linguaggio fatto da tabù che devono essere infranti, cedendo ai propri istinti più animaleschi; da fantasie irrealizzabili covate e alimentate da leggende metropolitane, sospese tra chi siamo e chi potremmo diventare; desideri inespressi nella nostra fantasia; tradimenti che aiutano a tornare a vivere, a sentire qualcosa oltre al dolore, oppure sono peccati che tormentano, che ci spingono lontano dalla salvezza, eppure continuano a farci cedere ancora. Il matrimonio, l’unione di due persone, è quasi un passo obbligato, una scelta che si prende e di cui ci si accontenta, forse convinti di non meritare di più, per poi cercare altrove qualcuno con cui crearsi una vita parallela e fantasma, dove l’altro scompare perché non è mai veramente esistito. A volte invece si usano i sentimenti: l’amore come giustificazione perfetta per ogni comportamento sbagliato o violento con il (o la) proprio (a) coniuge. La famiglia è il riparo durante la malattia, che attacca e debilita uomini e donne, lasciandoli privi di ogni cosa tranne che dello spirito che vuole combattere e sperare, capire che il significato della vita è tutto nella confusione della propria casa e non nelle cellule di cui siamo composti, cercare forse lo sguardo di Dio. I figli sono l’eredità che si lascia al mondo: come un marchio indelebile nella pelle, vediamo le loro imperfezioni così simili alla persona che abbiamo sposato e che in fondo detestiamo; o abbiamo paura che quella stessa eredità diventi in qualche modo la scoperta di un passato che vorremmo dimenticare perché non ci somiglia più. Sono le creature predestinate a prendere il nostro posto in un mondo dove i ruoli ci vengono cuciti addosso, condanne di una vita miserevole. E sono anche il desiderio di spingerci a migliorarci, per poi, quando ci perdiamo in piccoli vizi nonostante i buoni propositi, li abbandoniamo nel momento del bisogno. Nei racconti L’ultima sigaretta e Il bacio, sembra che lo scrittore ci voglia dare un lieto fine. La salvezza è un perdono; per il genitore distratto, per il marito fedifrago. In un dialogo tra alcuni medici durante il turno di notte, capiamo che tutti vorremmo essere salvati e poter salvare qualcun altro oltre noi stessi:

«Io non salvo il respiro, non salvo i battiti del cuore, non salvo le funzioni vitali: sono le storie di quelle vite».

Salvare non i loro corpi, ma in qualche modo i loro ricordi, presenti, passati e futuri. Ogni famiglia coltiva dunque memorie e segreti per tutto il tempo che conduce poi le persone alla vecchiaia. Il presente si abbandona a ogni ricorrenza che si trascorre con i parenti, il corpo e la mente si intorpidiscono e scivolano nei sogni del passato, che ci permettono di sognare e di non farci sentire più soli.

In questi venti racconti ritroviamo la nostra fragilità nell’affrontare il sesso, la malattia, la vecchiaia e la morte. L’amara consapevolezza di essere impreparati alla vita, senza libretto d’istruzione. Però ci proviamo, spesso sbagliando, con la speranza magari di trovare un lieto fine. Ogni racconto perciò ci offre un piccolo aiuto e ci permette di decifrare gli altri e noi stessi.

Consiglio di lettura: dopo aver letto questa raccolta, per chi non lo avesse fatto, correte in libreria e acquistate Antropometria. Leggere il tutto seduti in poltrona, magari con una coperta stile tartan in pile sulle gambe.

Buona lettura!

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