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The legend of 1900



È possibile trasformare un monologo teatrale in uno splendido film di quasi tre ore?

La risposta è sì, ma solo se il monologo è di Alessandro Baricco e il soggetto, la sceneggiatura e la regia sono firmate da Giuseppe Tornatore (Premio Oscar per il miglior film straniero nel 1990 con Nuovo Cinema Paradiso).

Chi è Novecento? La storia ci viene raccontata da Max, trombettista e amico del protagonista nel periodo in cui lavorava sul transatlantico Virginian. Il primo gennaio del 1900 il macchinista di colore Danny Boodman trova nella prima classe della nave un neonato abbandonato in una cassa di limone. Da questo evento deriva quindi il nome completo dell’uomo: Danny Boodman TD (Thanks Danny) Lemon Novecento.

La storia (o il mito) del protagonista nasce e muore nel transatlantico Virginian, lo stesso Max nel narrare la vicenda lo definisce come «il suo più grande segreto». Novecento vive sulla nave, senza mai scendere sulla terra ferma; vive dei racconti del mondo senza però viverlo; il suo mondo è la nave, una corazza che lo protegge, un habitat naturale senza il quale non gli è possibile vivere. Qui impara a suonare il pianoforte diventando un grande musicista, tanto che il suo nome arriva all’orecchio di tutti. Il pianoforte diventa un’estensione della sua bocca, con cui egli dà voce ai suoi pensieri e alle sue emozioni. Ho specificato volutamente che il pianoforte fosse l’estensione del suo corpo, perché attraverso lo strumento si ha l’impressione che l’intera nave sia a sua volta un’estensione di Novecento, come se lui fosse la sua anima. Impressione che avrà la sua conferma in due scene: nella prima il protagonista cercherà di scendere dalla nave sbarcando a New York, tentativo che finirà con il ripensamento di Novecento sul ponte che collega la nave alla terra; la seconda è nel finale, con il transatlantico ormai in fase di demolizione e con Novecento, in punto di morte, che suona il per l’ultima volta, il canto del cigno della Virginian.

Creare una sceneggiatura solida con un buon ritmo da un monologo teatrale è cosa non semplice. Tornatore riprende quindi l’idea dell’amico trombettista di Novecento che racconta la storia immergendo lo spettatore in un lungo flashback. La vicenda che Max racconta allo spettatore e al negoziante a cui sta per vendere la tromba, è una storia immersa nella musica. Una musica, quella composta da Ennio Morricone, che diventa coprotagonista del film assieme a Tim Roth (Novecento). Basti pensare alla sfida musicale tra il protagonista e Jelly Roll Morton (musicista e compositore jazz interpretato da Clarence Williams III) dove è la musica a parlare e i movimenti di tutti, compresa la macchina da presa, sono subordinati a essa. «In culo anche il jazz», così dirà Novecento guardando il suo avversario sbarcare, sconfitto, dalla Virginian. Un’esclamazione diretta non tanto al genere in sé, quanto a un modo di fare musica freddo e senza emozione.

È doveroso citare alcuni nomi che lavorano per il maestro Morricone e che hanno contribuito alla riuscita strumentale del film: Gilda Buttà, pianista italiana, è la musicista dietro ogni esecuzione di pianoforte, compresa la grandissima sfida jazz. Francesco “Cicci” Santucci è il trombettista esecutore del tema “Playing Love”. Morricone affida a delle eccellenze nel campo della musica il compito di riempire le stanze della Virginian. Arriviamo infine all’ultimo brano, “Lost Boys Calling”, dove troviamo, assieme a Morricone, Roger Waters e Edward Van Halen (assolo di chitarra elettrica).

La Leggenda del pianista sull’oceano è una fantastica storia di un uomo misterioso, un uomo di cui non si hanno prove dell’effettiva esistenza, se non dai ricordi di un amico. È un’ottima storia che ad ascoltarla, ci fa invidiare chi l’ha vissuta. Una storia così non è possibile ignorarla, né è possibile non rimanere rapiti e coinvolti da essa.

«In culo i soldi, una buona storia vale più di una vecchia tromba», risponde il vecchio negoziante a Max dopo aver ascoltato tuta la storia e parafrasando lo stesso Novecento.

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