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Odi



«La lotta per l’esistenza e l’odio

sono le uniche cose che leghino gli uomini.»

Lev Tolstoj

Quindici declinazioni di un sentimento è il sottotitolo della nuova antologia di Effequ in cui compaiono, per la prima volta in cartaceo, quindici autori esordienti nati tra il 1980 e il 1992, esponenti della cosiddetta generazione Y, emersi dal mondo magico delle riviste letterarie indipendenti. A curare l’antologia è Gabriele Merlini, già curatore di Selezione Naturale, raccolta sul tema dei premi letterari edita nel 2013 dalla medesima casa editrice. L’antologia sembra essere un format particolarmente caro agli editori di Effequ, che avendone inteso la natura versatile, hanno pubblicato qualche mese addietro una raccolta di saggi sul fantasy a cura di Silvia Costantino, intitolata Di tutti i mondi possibili.

Quella della raccolta di racconti è una formula ormai consolidata nella tradizione letteraria globale: da Antologia Personale di Asimov a Città Invisibili di Italo Calvino, scrivere racconti sembra essere il primo slancio di autori che la critica tende in seguito a confermare e canonizzare.

In questo panorama Odi ha la peculiarità di proporsi come un’antologia corale, gode quindi di un valore intrinseco per la sua natura poliedrica, perché a ogni capitolo corrisponde un mondo proprio, una delle infinite declinazioni possibili dell’odio. Fa ben sperare la postfazione di Vanni Santoni, in cui scrive che «Il futuro della letteratura fiorentina e toscana, e di una parte di quella nazionale, passerà attraverso alcuni dei nomi che qua si cimentano con una prima prova narrativa destinata alla libreria.»

Il tema è approfondito nelle sue forme più disparate su una scala di incandescenza che va dall’odio più morigerato e privato come quello per la provincia o per i gerani a quello sociale, come il disagio generazionale, a quello esplosivo che collima nelle più violente azioni umane.

Ad affrontarlo sono giovani autori talentuosi corredati di una spiccata personalità narrativa e stilistica, ed ecco giustificata la varietà tematica che spazia dalla morte dei fuchi fino ad addentrarsi in narrazioni puntuali sull’immigrazione, l’eutanasia, i pregiudizi che trascinano l’umanità nel baratro della psicosi sociale.

Il racconto in apertura è di una genialità sconquassante, raggelante al punto da condurre il lettore alla “risata grottesca” com’è definita da Baudelaire nel saggio Dell’essenza del riso, un’esperienza che scaturisce soltanto dallo shock, dalla trasfigurazione della realtà in ferocia. Il comico grottesco non ha nulla a che vedere con la dimensione ludica e puerile del comico significativo, i fatti del mondo vengono trasfigurati in una surrealtà in cui domina l’immaginazione. È una risata che costringe il lettore a guardare, in cui non c’è possibilità di redenzione. L’assortimento autoriale si riflette nei mondi contenuti nell’antologia, che restituiscono ai lettori un immaginario onnicomprensivo di distopie, mondi infinitesimali come quello entomologico, emarginati come quello della detenzione. Ciò che accomuna i numerosi racconti sono le atmosfere grottesche che sembrano rimandare ai racconti di Ammaniti contenuti in Fango, i cui personaggi indecorosi non sono altro che i rappresentanti di un popolo sull’orlo del baratro che culmina nell’«ultimo capodanno dell’umanità.»

Dotati di un personale senso della realtà, dell’umorismo e di uno sguardo disincantato, i nostri giovani autori sono alle prese con quello che rappresenta forse il sentimento più universalmente condiviso nella storia del genere umano. Oltre il moralismo e l’indagine psicologica, quello che abbiamo tra le mani è un libro che mina le basi della filosofia morale, annienta la dicotomia tra il bene e il male, colloca gli antagonisti sotto una luce rinnovata. Si tratta di un’opera in cui l’interpretazione del mondo, l’opinione e la lotta vengono riabilitati in quanto valori umani.

L’odio non è soltanto quel sentimento considerato sterile dalle ideologie benpensanti e dalla manualistica di vita, sempre protese nello sforzo di denigrarlo e annientarlo, se non una tremenda spinta vitale quanto mai necessaria - oserei dire indispensabile - alla trasformazione umana, all’evoluzione collettiva. L’odio è, proprio per la sua natura travolgente e spasmodica, motore incessante e centro nevralgico di coordinamento dell’attività umana verso una direzione tanto precisa quanto arbitraria: sia quella della giustizia, della liberazione o dell’indipendenza.

In un’ottica prettamente esistenzialista le quindici odi sull’odio sono il collante viscoso che intercorre tra l’esistenza propria e l’esistenza altrui, uno slancio vitale che ci accomuna inevitabilmente, rendendoci al contempo vittime e carnefici, ma soprattutto umani.

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