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Virginia Woolf: storia di resilienza



Chiunque si sia avvicinato alla storia personale di Virginia Woolf, non può non essersi domandato quanta forza e quanto coraggio questa donna possedesse.

La Woolf, oltre a essere un punto di riferimento per il femminile nella letteratura del ‘900, rappresenta, da un punto di vista psicologico, l’essere in grado di reagire alle difficoltà, di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici. L’essere resilienti.

Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. La sua vita fu costellata da varie perdite familiari, portando la donna a sviluppare una graduale, ma costante, forma di malinconia e tristezza interiore. Soprattutto la scomparsa della madre fece subentrare in lei problemi di depressione che proseguirono e divennero anche più gravi a causa della morte della sorella, che sostituì il ruolo materno, e di quella del padre. Ma non solo i lutti contribuirono ai disturbi della donna: la Woolf fu infatti anche vittima di abusi sessuali, commessi su di lei e su sua sorella da parte dei fratellastri. Tutto ciò rese Virginia particolarmente sensibile, tanto che cominciò a vivere periodi di forte depressione. Ancora di salvezza in questo percorso tormentato, fu il matrimonio di Virginia con Leonard Woolf, il quale amò profondamente la moglie, sostenendola sia nella scrittura delle sue opere, sia durante le sue fasi depressive. Nel 1917 fondarono insieme la casa editrice Hogarth Press, che emerse come realtà letteraria ed editoriale di spicco dell’epoca.

Questo rappresentò una sorta di rivalsa per Virginia che sin dalla sua fanciullezza provava, infatti, un sentimento costante di sminuimento nelle sue realizzazioni intellettuali, anche a causa dell’educazione ricevuta dalla famiglia; questa situazione la portò a rifiutare fortemente la sua condizione di donna. Virginia, oltre i traumi che dovette subire durante l’infanzia, visse un senso di inadeguatezza sociale legato, appunto, alla sua femminilità, che la resero vittima di un’angoscia costante. Proprio da questa fragilità interiore subentrò l’idea di Leonard di fondare la Hogarth Press: l’intento era pubblicare i propri testi, quelli di Virginia e di altri autori, ma soprattutto quello di sostenere la moglie.

Analizzando attentamente la biografia di Virginia Woolf, si comprende come inevitabilmente la sua scrittura fosse condizionata dalle vicende personali. Gli scritti dell’autrice risultano impregnati della psicosi depressiva di cui ella soffriva, ma proprio questa caratterizzazione la rende unica nel suo genere letterario, sia per la tecnica stilistica, sia per le descrizioni fortemente psicologiche dei personaggi. Virginia alternava infatti momenti di eccessiva serenità a fasi di infelicità e depressione, due aspetti del suo essere che analizzava e trasferiva nelle sue opere.

Proiettare la sua psicologia interiore nei suoi racconti, per la Woolf, significava forse la possibilità di elaborare, attraverso la forma scritta, delle esperienze e delle afflizioni personali. Da un punto di vista psicologico, la scrittura permette di liberarsi dai propri dolori e tormenti. Questo meccanismo rappresenta una sorta di cura con la quale Virginia entrava in contatto con il proprio sé, riconoscendone ed esaminandone criticamente gli aspetti più intimi. Lo stile autobiografico emerge nelle opere della Woolf e si presenta, infatti, come una scrittura dell’identità e delle psicologie individuali grazie alle quali l’autrice riusciva a ridare forma alla sua stessa vita.

Infatti, quella di Virginia era una scrittura autobiografica per la cura di sé, un’esperienza con la quale ella creava una nuova realtà, rappresentava nuove esistenze e immaginava nuove trame.

Le ultime righe che Virginia Woolf decise di scrivere furono quelle del 28 marzo 1941, alle 11:30 del mattino: all’età di 59 anni, la donna prese il suo bastone da passeggio, lasciò la sua casa di campagna e se ne andò verso il fiume Ouse.

«Carissimo, sento proprio che sto per impazzire di nuovo. So che non possiamo assolutamente affrontare di nuovo quei momenti terribili. E questa volta non guarirò. Comincio a sentire delle voci e non riesco a concentrarmi. Così mi sono decisa a fare ciò che sembra la cosa migliore. Tu mi hai dato la più grande possibile felicità… non penso che due persone possano essere state più felici di noi fino al sopraggiungere di questa terribile malattia. Non ce la faccio più a lottare. So che adesso sto rovinando la tua vita e che senza di me riusciresti a lavorare… voglio dirti, tutti lo sanno, che se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se ne è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Io non posso proprio continuare a rovinarti la vita.»

Dopo aver scritto questa breve lettera al marito, Virginia andò incontro al suo destino, scegliendo consapevolmente come dovesse terminare la sua esistenza. E lo fece in modo preciso, come in uno dei suoi racconti: indossò un cappotto con una pesante pietra nella tasca e si lasciò annegare, inghiottita dall’acqua.

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