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Prima regola del Fight club



C’è un aneddoto di Chuck Palahniuk, raccontato nel libro La Scimmia pensa, la scimmia fa, sull’incontro con i responsabili di produzione del film Fight Club tratto dall’omonimo romanzo, nonché prima fatica dell’autore: la sera prima di partire verso Hollywood ebbe una terribile infezione al cuoio capelluto dovuto all’utilizzo di una crema depilatoria abbinata al rasoio. Lo scopo era quello di fare una buona impressione sui responsabili della 20th Century Fox, ma il risultato fu che si presentò con la testa deturpata e con una gravissima suppurazione in corso.

Questo piccolo aneddoto, che vi consiglio di recuperare, riassume un po' il personaggio che è Palahniuk, da cui non possiamo aspettarci nient’altro che libri folli come, appunto, Fight Club.

Il protagonista (Edward Norton), il cui nome non viene mai pronunciato nel film né tantomeno nel libro, è un assicuratore frustrato dalla vita frenetica e schiavo del consumismo sfrenato simbolo dell’America moderna. Egli quindi non è altro che un debole sottomesso di quello che la società evoluta ci costringe a essere. La svolta avverrà su un aereo, al rientro da un viaggio di lavoro, con Tyler Durden (Brad Pitt) che gli aprirà le porte verso un mondo di estremismi e trasgressione. Ora, la storia appare lineare, se non fosse per il colpo di scena (chi ha letto il libro o ha visto il film sa di cosa sto parlando) che apre una miriade di riflessioni riguardo al ruolo del singolo individuo all’interno della società e l’influenza della società capitalista e consumista moderna sulle singole persone.


Il fulcro della trama è proprio questo: Palahniuk non dà un nome a quella che è apparentemente la figura centrale, attorno alla quale ruotano le vicende del film. Non serve infatti identificare il personaggio, poiché egli risulta un individuo normale e anonimo, ma lo dà alla sua controparte, al vero Io del protagonista. Potremmo addirittura pensare che si chiami proprio Tyler Durden, perché no? In fondo questo ammasso di depressione e frustrazione si sente sé stesso solo all’interno del Fight Club, solo in quelle serate si libera di ogni catena che lo trattiene per dare sfogo al vero Io. È una terapia d’urto la sua, o meglio, è una terapia d’urto quella che il suo cervello mette in atto. Il corpo di un essere vivente cerca sempre la sopravvivenza e utilizza molto spesso meccanismi di autodifesa. Come altro potrebbe essere definito ciò che accade al protagonista?

All’inizio del film troviamo il nostro personaggio a un estremo, quello di una vita monotona e completamente assoggettata a imposizioni sociali e capitaliste ma, lungo la narrazione, abbiamo una rivalsa quasi inconsapevole del protagonista, attuata tramite un atteggiamento di completa anarchia verso le regole sociali (le uniche regole che vengono rispettate sono proprio quelle del Fight Club). Si arriva quindi, nel finale, a un estremismo opposto a quello iniziale, un estremismo necessario per demolire una società marcia e schiavista.

Alla regia dell’adattamento troviamo David Fincher, regista statunitense al suo quarto film.

Egli non è nuovo a generi cinematografici quali azione e thriller. Fincher riesce a mantenere il segreto della storia fino al colpo di scena finale, regalandoci il montaggio rapido di alcune scene riviste con l’occhio dei vari partecipanti al Fight Club e non più con quello del protagonista. Lo spettatore scopre l’inganno mentre questo si rivela, senza la possibilità di avere alcuna intuizione fino alla scena in questione. Una delle differenze apportate alla storia nella trasposizione è nel finale: Tyler Durden vuole portare nel caos la società, e in qualche modo ci riesce. La sua morte avviene come la vediamo nella pellicola; il cambiamento è nell’esplosione finale, che in qualche modo modifica anche il messaggio di fondo: se nel libro il crollo dei grattacieli non avviene a causa di un malfunzionamento, nel film possiamo assistere a un crollo degli stessi in chiave metaforica, atto a rappresentare il fallimento della società e la conseguente riuscita del piano di Durden.


L’ultima nota a favore va alla colonna sonora firmata e prodotta dai Dust Brothers e alla magnifica canzone dei Pixies, Where is my mind? (scritta nel 1988 e presente nel primo album del gruppo, Surfer Rosa) che accompagna l’ultima scena del film e i titoli di coda.

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