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Johnny Got His Gun



Provate a immaginare come sarebbe vivere avendo la forma di un tronco umano, senza braccia e gambe, senza udito, vista, olfatto e tatto.

È ciò che succede a Joe Bonham nel film E Johnny prese il fucile. Egli è un giovane soldato americano che nell’ultimo giorno di guerra rimane vittima dell’esplosione di una granata. Siamo durante la fine della prima guerra mondiale e Joe (o Johnny) viene salvato e curato dagli alleati. Ma siamo sicuri che la sua sia davvero una salvezza?

Johnny riprende conoscenza e lentamente scopre l’orrore in cui è finito, totalmente isolato dal mondo, privato dei propri sensi, dell’affetto e del calore umano: Johnny è «un pezzo di carne che vive», come lui stesso si definisce. Il tempo passa e il ragazzo vive nel suo esilio forzato, attaccato al respiratore.

I suoi tentativi di comunicare con il mondo esterno, muovendo la testa o quel che resta del corpo, sono scambiati per spasmi muscolari dovuti alla sofferenza; il giovane viene quindi sedato per alleviare quello che i medici credono sia dolore.

Johnny avverte l’arrivo della primavera attraverso il calore del sole, che entrando dalla finestra scalda il suo corpo; avverte anche la presenza umana vicino a lui, come il tocco di un’infermiera. La tragica situazione del ragazzo arriva però a una piccola svolta: l’infermiera si accorge che i movimenti della testa di Johnny non sono semplici spasmi, ma rappresentano l’unico modo che ha il giovane di comunicare: l’alfabeto Morse.

Con la possibilità, finalmente, di comunicare con il mondo esterno, Johnny chiede ai medici solamente una cosa: la morte. La sola idea di dover vivere per il resto della sua vita attaccato a un respiratore lo spaventa più della morte stessa. La richiesta verrà, ovviamente, respinta, condannando Johnny a un limbo senza fine.

Il film (1971) e il romanzo (1939) sono di Dalton Trumbo: scrittore, sceneggiatore e regista, già due volte Premio Oscar per il miglior soggetto di Vacanze Romane (1954) e La più grande corrida (1956).

Trumbo mostra l’orrore della guerra senza mostrarla veramente, si focalizza principalmente sulle conseguenze di essa, sulla battaglia che i sopravvissuti intraprendono una volta tornati a casa. L’ambientazione della prima guerra mondiale è un monito di ciò che sta accadendo o accadrà a distanza di qualche anno, proprio nel periodo in cui uscirono le due opere. Il romanzo, infatti, viene pubblicato nel 1939, a ridosso quindi della seconda guerra mondiale; il film arriva invece sul finire della guerra in Vietnam. Quello di Trumbo è un avvertimento per tutti: è come se urlasse allo spettatore e al lettore «ricordatevi cosa è stato, perché sta succedendo lo stesso». Egli non usa mezzi termini per attaccare l’esercito e la scienza, ponendo un quesito che ancora oggi è al centro del dibattito etico: è sempre giusto preservare la vita di un individuo? Ci sono casi in cui l’eutanasia è la soluzione migliore per il paziente?

Come ogni quesito etico, ovviamente, occorre tener conto del pensiero religioso; è proprio per questo che Johnny, perso nella sua solitudine, comincia a interrogarsi sull’esistenza di Dio e sul perché della sua condizione. Trumbo non si lancia però in una semplice critica verso la religione, non è interessato a rispondere a questo tipo di domande. Il quesito cardine rimane quello etico, quello che riguarda la qualità della vita e il significato di misericordia, tanto caro alla religione cattolica.

E Johnny prese il fucile (Johnny Got His Gun) è un film eccezionale costruito quasi interamente (poco meno di due ore) attorno a un letto d’ospedale. Non molto conosciuta, la pellicola rappresenta un pezzo di cinema e di letteratura che va assolutamente recuperato (vincerà a Cannes il Grand Prix Speciale della Giuria nel 1971).

NOTA: nel 1989 i Metallica scrivono una delle loro migliori canzoni, One (presente nell’album And justice for All), ispirata proprio a questa storia.

«I can’t remember anything

Can’t tell if this is true or dream

Deep down inside I feel to scream

This terrible silence stops me».


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