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Il periodo Cannibale pt. IV



«Aldilà dei nomi degli scrittori antologizzati, Gioventù cannibale indica un clima, una geografia, un paesaggio cambiati. Dopo il tempo della povertà e della solitudine, gli scrittori sono di nuovo orgogliosi (e disperati, naturalmente) di scrivere, sentono di avere un pubblico, minoritario ma reale, e di nuovo sono in sintonia con un lettore perché sono sulla stessa lunghezza d’onda, ne parlano la stessa lingua. O meglio, le tante lingue».

Severino Cesari, dall’articolo apparso sul n. 407 (2002) del Magazine Littéraire

Venerdì 10 novembre vi lasciavamo con un approfondimento contenente le interviste a Matteo Curtoni e Alda Teodorani. Oggi terminiamo invece la nostra caccia ai Cannibali con due autori che noi di Reader siamo felicissimi di aver potuto intervistare e speriamo che voi, attraverso queste parole, possiate rivivere un po’ le storie dei magnifici racconti con cui essi parteciparono alla «prima antologia italiana dell’orrore estremo».

Come hai vissuto l’esperienza Cannibale e cosa ti ha lasciato?

Stefano Massaron: L'ho vissuta benissimo. Al contrario, ho sentito di qualche mio collega «Cannibale» che in seguito l'ha disconosciuta. Per me è stata un'esperienza divertente e, soprattutto, qualcosa che stavo aspettando da tempo. Gioventù Cannibale è stato il primo sforzo editoriale (serio) italiano verso la narrativa di genere. Fino a quel momento, le case editrici guardavano i generi - soprattutto l'horror - con disprezzo totale. Io, insieme a qualcun altro nella raccolta, già scrivevo narrativa di quel tipo, quindi per me è stato un successo doppio. Finalmente avevo qualcuno che mi prendeva sul serio! Certo, probabilmente nessuno di noi poteva immaginare l'enorme successo che avrebbe avuto l'antologia, ma è stato comunque un esperimento di «rottura» verso quella che era la politica imperante nelle case editrici italiane. Che da allora si sono comportate di conseguenza. Gioventù Cannibale mi ha lasciato tante cose, ma la principale è questa: l'orgoglio di scrivere narrativa di genere.

Andrea G. Pinketts: L’obiettivo di Gioventù Cannibale era quello di coniugare gli scrittori di genere del ’63 con quelli degli anni ’90. Questo esperimento, a un anno dall’uscita di Pulp Fiction di Quentin Tarantino, riuscì pienamente e io vissi l’esperienza benissimo; l’antologia fu un ottimo espediente per coinvolgere autori diversi fra loro, ma, tutto sommato, amici di penna. Gioventù Cannibale non era un «movimento», ma un gruppo: un gruppo come I Magnifici 7 o Quella sporca dozzina; ognuno di noi alla fine prese quindi la propria strada, ma credo che quel libro sia stato un segnale enorme per l’epoca e, soprattutto, un vero e proprio riconoscimento a una nuova generazione di scrittori. Grazie a Severino Cesari (che tra l’altro è recentemente scomparso) e Paolo Repetti ci fu una nuova ventata d’ossigeno, in cui “l’orrore” in realtà era squisitamente pretestuoso, come per dire: «Ci siamo anche noi, e siamo estremi proprio per non essere legati a un presente editorialmente asfittico». In conclusione, l’antologia fu un’opera di svecchiamento, anche se non tutti la videro così: ci furono parecchie critiche, ma sempre dai soliti vecchi tromboni; vecchi tromboni che noi, in qualche misura, poi abbiamo trombato.

L’esperienza Cannibale ha in qualche modo influenzato la tua carriera, da quel momento in poi?

Stefano Massaron: Assolutamente, l'ha influenzata moltissimo. In primis mi ha messo in contatto con Severino Cesari, che è stato il mio mentore sotto tanti aspetti. È scomparso di recente, e voglio approfittare di questa occasione per ribadire quanto è stato importante per me, quanto il suo credere in me e in quello che scrivevo mi abbia aiutato. Dal racconto di Gioventù Cannibale è nato poi il romanzo che ho pubblicato per Einaudi, Ruggine (che ha la stessa ambientazione e, più o meno, gli stessi bambini come protagonisti), che in seguito è diventato un film. Quindi devo dire, senza alcuna ombra di dubbio, che l’antologia, e soprattutto Severino, hanno contribuito a influenzare moltissimo la mia carriera futura.

Andrea G. Pinketts: L’antologia uscì nel ’96 e la mia carriera era già decollata: all’epoca infatti uscì Io, non io, neanche lui, il mio quarto romanzo con Feltrinelli. Il fatto che nello stesso anno due grandi case editrici, lontane ma allo stesso tempo vicine come possono esserlo Feltrinelli ed Einaudi, si occupassero di me, o viceversa, io mi occupassi «per» loro, o meglio, mi preoccupassi per loro e per il mio futuro, non è stato un riconoscimento nel «carniere» dei riconoscimenti come può esserlo per uno scrittore alla prima pubblicazione; è stato sicuramente un enorme riconoscimento, come una medaglia; ma era comunque già la quinta. Al valore. E alla resistenza, se vogliamo, perché, prima di quegli anni, fu davvero difficile resistere quando gli editori mi ignoravano.

Quali sono i tuoi progetti per l’immediato futuro?

Stefano Massaron: Mi sto orientando sempre più verso l'ebook, al momento. Penso che sia davvero il futuro della narrativa. Sono arrivato a un'età in cui, sinceramente, non mi importa più nulla dei riscontri «commerciali» di quello che scrivo. L'editoria italiana è fatta in modo tale che il successo raramente dipende dalla qualità della scrittura, quindi non me ne curo più. Penso alla qualità e basta, e a scrivere quello che voglio. Attualmente, sto lavorando a un thriller e, in contemporanea, a un enorme progetto di fantascienza distopica, che ho anche cominciato a tradurre in inglese per provare a sondare il mercato americano. Continuo a fare il traduttore, mestiere che mi piace moltissimo e che mi dà tante soddisfazioni, e nel tempo che rimane dalle traduzioni lavoro a questi due progetti. Il thriller è in realtà una lenta discesa verso la follia, se vogliamo si può chiamare thriller «intimista», anche se la definizione mi fa un po' ridere. Mentre l'epopea fantascientifica ha già avuto ottimi riscontri su Amazon (ho pubblicato il primo «capitolo» - oltre 100 pagine), per Kindle (in una raccolta che si intitola Distopie), e ora sto lavorando agli altri. Ci metterò anni a portarlo a termine, perché sono sicuro che supererà le 2000 pagine... chissà, magari prima o poi riuscirò a finirlo.

Andrea G. Pinketts: Attualmente sto lavorando con la pittrice Alexia Solazzo a una mostra che prende vita dai miei racconti. I temi principali sono la paura e le fobie, che, è bene specificarlo, non sono la stessa cosa. Il titolo di questo progetto è Face Your Phantoms e nasce appunto da alcuni racconti estremi, uniti a dei quadri altrettanto estremi; forse proprio a questo tipo di lavori mi è servita l’esperienza con Gioventù Cannibale, non ci avevo mai pensato. La mostra comunque esiste già, e una delle peculiarità del catalogo che abbiamo presentato per la mostra è che i racconti sono interrotti; in realtà questi hanno una conclusione, ma solo quando tutto ciò diventerà libro (e mancano ancora quattro paure, quattro racconti e quattro quadri) si saprà come andranno a finire le storie. L’originalità di questo sta innanzitutto nel concetto di pulp (tornando anche a Gioventù Cannibale) e nel fatto che sì, una storia a puntate è già un classico della letteratura, ma un catalogo d’arte a puntate non si era mai visto. E non si vedrà più perché poi, fra circa un anno e mezzo, diverrà libro. Ci stiamo lavorando già da un bel po’ di tempo, e ne sono molto soddisfatto.

Stefano Massaron e Andrea G. Pinketts parteciparono rispettivamente all’antologia con i racconti Il rumore e Diamonds are for never. Il primo affronta temi attuali come il bullismo, o meglio, il bullismo quando sfocia in qualcos’altro, qualcosa di più grande. Il secondo invece, ci insegna che non c’è nessuna differenza «tra un uomo immaturo e un cane troppo maturo». E tante altre cose.

Come già anticipato, la caccia ai Cannibali si conclude qui (per ora), ma ciò non significa che questo sarà l’ultimo approfondimento del periodo Cannibale, perché noi di Reader ormai ci siamo affezionati e di smettere non ne abbiamo proprio intenzione. Non ancora!

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