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Ti racconto un quadro: Francesco D'Isa



Il contest letterario #tiraccontounquadro rappresenta per noi di Reader For Blind un traguardo importante; i racconti che sono pervenuti alla nostra redazione sono davvero tantissimi, e il risultato ottenuto a livello di partecipazione ci ha soddisfatti enormemente. Ormai siamo agli sgoccioli, presto sapremo darvi importanti aggiornamenti in merito. Ma, nel frattempo, abbiamo pensato di fare due chiacchiere con la nostra meravigliosa Giuria: oggi vi proponiamo l’intervista di Valerio Valentini fatta al fiorentino Francesco D’Isa, classe 1980. Artista, scrittore e direttore de L’Indiscreto, le sue opere sono esposte e premiate a livello internazionale. Oltre a essere autore di alcuni saggi, la sua carriera letteraria è costellata da pubblicazioni come Anna (Effequ) e Ultimo Piano (Imprimatur)

Ogni scrittore ha, più o meno, in mente il momento in cui ha deciso di trasportare su di un foglio tutto quel mondo che aveva nella testa. Qual è stato il tuo?

È difficile dirlo con precisione, credo che sia accaduto quando ero bambino. Uno dei miei più bei ricordi è la prima (e unica!) lettura del Signore degli Anelli; mi pare fossi in quinta elementare, dedicai un mese estivo al libro – praticamente non facevo altro. E quando non leggevo, scrivevo e disegnavo storie parallele al mondo di Tolkien con cui giocavo con gli amici, che in poco tempo si appassionarono al mio Tolkien di seconda mano. Non so se vale come inizio, ma probabilmente è stato allora.

Dal punto di vista di chi scrive, sulla relazione tra racconto e romanzo, tra forma breve e forma estesa, secondo te cosa cambia? E in cosa si differenzia (ammesso che lo faccia) il tuo approccio alla scrittura a seconda che si tratti di un racconto o di un romanzo?

La mia tendenza alla sintesi è tale che per me cambia poco, o, per meglio dire, mi rendo conto con l’esperienza che la forma lunga non fa per me. Non a caso i miei libri sono sempre più brevi; invecchierò poeta e morirò muto.

Una delle differenze principali è che in un racconto le parti che non sono indispensabili al testo si palesano con più evidenza e devono essere eliminate, perché meno è lo spazio più tutto deve essere necessario e bene incastrato. Per parlare di celebri grafomani, un Foster Wallace o un Dostoevskij si potevano permettere delle pagine meno potenti della loro pur eccellente media, perché all’interno di romanzi di migliaia di pagine la cosa non rappresenta un gran danno.

Quali sono gli elementi che un racconto deve avere? E quali fanno la differenza tra un racconto davvero riuscito e uno mediocre?

La risposta sincera è che non lo so, perché cambia molto di racconto in racconto. A differenza dei romanzi, in cui la creazione di un’ambientazione immersiva è già un valore di per sé, credo che un racconto ben riuscito debba avere un’idea forte. Non dico necessariamente una teoria filosofica, ma un messaggio qualunque, teorico, emotivo o estetico, basta che sia netto e potente, in modo che rimanga incastrato nel cervello di chi legge come una parola appena appresa. Intendiamoci: se il racconto è davvero buono, l’autore l’idea la scopre solo dopo.

La nostra rivista ha un occhio di riguardo per i racconti brevi. Tu dirigi una rivista che si occupa di cultura a 360°, l’Indiscreto. Come concili il lavoro di scrittore con quello di redattore? Riesci a mantenere i ruoli separati? E com’è questa esperienza?

In realtà scrittura e direzione dell’Indiscreto (www.indiscreto.org) sono due lavori abbastanza diversi, dunque non ho grandi problemi a separare le sfere. Anche dove più si avvicinano, come nel leggere, scegliere e revisionare gli articoli, va detto che giudicare e commentare il lavoro altrui è molto più facile che fare lo stesso col proprio, un po’ come per un medico è più semplice curare un paziente che non coincide con sé stesso. L’esperienza con L’Indiscreto però, oltre ad arricchirmi dal punto di vista umano e professionale, mi insegna molto anche per quel che riguarda la scrittura. È una vera e propria palestra.

Quest’anno è uscito il tuo romanzo: La stanza di Therese, edito da Tunuè, che affronta diversi temi come l’ossessione, la solitudine e l’abbandono, un romanzo molto particolare che in un certo senso, vista la sua struttura a epistole, può essere inserito in una narrazione breve. Ti va di raccontarci la sua storia, dal pensiero alla stesura fino alla pubblicazione? E cosa ti ha suscitato la pubblicazione di questo lavoro?

La Stanza di Therese è per me un punto d’arrivo sia teorico che stilistico, che mi auguro avrò modo di affinare e usare come base per nuovi sviluppi. Gli appunti della protagonista nascono come miei appunti personali; nello stilarli e discuterli con amici e colleghi è nato un personaggio, anzi due, necessari per meglio veicolare l’impatto emotivo e quotidiano di concetti apparentemente astratti come quelli metafisici. Data l’inafferrabilità del tema – nientemeno che l’infinito – ho usato vari linguaggi e punti di vista per coglierlo, con l’uso di lettere, disegni, grafici, ritagli, trattazioni filosofiche miste a esperienze private. È stato bello e faticoso, rappresenta un momento molto importante della mia vita. Spero che per i suoi lettori abbia anche solo un briciolo dell’importanza che riveste per me.

In Italia sono sempre di più le riviste letterarie, molte di queste sono rivolte al racconto. Tempo fa Vanni Santoni ne parlava come di una fucina da cui attingere per scovare nuovi talenti, una sorta di scouting che le case editrici non fanno quasi più (tranne sporadiche eccezioni). Tu cosa ne pensi di questo? E quanto possono essere utili per un autore, nell'ottica della pubblicazione e della visibilità?

Concordo appieno con Vanni, con cui d’altra parte condivido questa esperienza sulle pagine di Mostro. Le riviste sono il migliore investimento da parte di un autore, specie se esordiente, per farsi conoscere, sperimentare con un margine maggiore di libertà e sviluppare il proprio stile. È stato così anche per me e continua a esserlo.

Come è stata l’esperienza di: Ti racconto un quadro?

Anzitutto divertente. E familiare, visto che sono abituato a unire disegno e scrittura.

Per ultimo: tempo fa abbiamo lanciato su Twitter una campagna (tramite hashtag) che si intitolava #adottaunracconto. Quali sono i due racconti, o più, che adotteresti o che consiglieresti di adottare?

Visto che alcuni degli ipotetici figli adottivi che consiglierei sono più che altro dei padri (Borges, Kafka), adotto due gregori: un racconto di Gregorio Magini http://www.minimaetmoralia.it/wp/tempesta-solare-sul-posto-lavoro/ e uno di Gregorio H Meier http://www.indiscreto.org/analisi-un-feto/.

Francesco D’Isa è solo uno dei cinque giurati che hanno scelto di partecipare al nostro contest: #tiraccontounquadro; restate vigili per non perdere nessun aggiornamento e leggere le interviste agli altri giurati che usciranno nelle prossime settimane.

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