• Reader for Blind

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Da bambina confondevo Biancaneve e Cenerentola, perché entrambe hanno avuto una matrigna. Mi si dice che matrigna è il nome che si dà alla donna che va a letto con tuo padre. I bambini si mettono sdraiati e infilano il pisello nella passerina delle bambine: così mi aveva detto una volta mio zio. Che cose assurde e disgustose era capace di inventarsi. «E poi, come fanno le bambine a fare la pipì?», gli avevo chiesto. Lui aveva scrollato le spalle, perché non lo sapeva.

Di notte pensavo a quei bambini rimasti sdraiati per terra tutto il giorno, sul pavimento, che non riuscivano più a trattenere l’impulso e facevano pipì dentro alle bambine. Avrei voluto gridare. Io non la volevo, la pipì di qualcun altro nella pancia.

I grandi ti insegnano che non c’è niente di male se una donna va a letto con tuo padre, se quella è la tua mamma. Ti dicono anche che quando sei nato stavi dentro di lei. Di notte pensavo a come si potesse fare a entrare dentro alle persone. Pensavo che dentro alle persone deve esserci un gran buio, e a me il buio faceva paura.

A volte osservavo mia madre accucciata sul cesso a strapparsi gli assorbenti dagli slip e pensavo che dentro di lei c’era un sacco di sangue e che il sangue le era stato dentro così a lungo che, come la carne dimenticata nel frigo, prendeva un terribile odore.

Altre volte mia mamma si curvava su di me per abbracciarmi, ed era così grossa che avrebbe potuto mangiarmi. Sentivo le sue labbra incollarmisi alla faccia e sapevo che stava cercando di rimettermi dentro di lei. Avrei voluto gridare. Io non ci volevo stare, in mezzo a tutta quella puzza.

Ma non gridavo mai. Perché avevo un segreto, e se gridi il segreto lo sentono tutti. Nascondevo qualcosa sotto al letto. Non era un segreto che mi piaceva avere, ma anche mio padre nascondeva qualcosa sotto al letto e allora pensavo che fosse una cosa normale.

Mio padre ci teneva dei fotoromanzi, come quelli che a volte prendevo in prestito a mia zia per guardare le persone che si baciavano in faccia. Nei fotoromanzi di mio padre le persone non si baciavano in faccia, ma in mezzo alle gambe. Sapevo che era una cosa di cui non si doveva parlare, altrimenti mio padre non l’avrebbe tenuta nascosta. Così, io non parlavo della bestia. Non le avevo dato un nome, perché lei non era mia: ero io a essere sua.

Di notte la sentivo respirare attraverso il materasso e sapevo che se avessi mosso un dito lei sarebbe balzata sul letto e mi avrebbe divorata. Così, non mi muovevo. Aspettavo che il sonno arrivasse, e non arrivava mai.

L’uomo è arrivato più tardi, quando mia madre mi mandava a comprare la cena al negozio di frutta e verdura in fondo alla strada, d’inverno, che già faceva buio. Non era un vero uomo, perché era fatto d’ombra. Stava in fondo alle scale, sotto all’interruttore della luce. Aspettava che allungassi il mio braccino per accendere la luce. A quel punto mi metteva una mano sulla bocca, come faceva mio padre quando voleva giocare a quel gioco, quello che mi faceva piangere e gridare come una bambina sciocca.

Durante l’ultimo anno delle scuole elementari mi colse una terribile influenza e la trascorsi nella stanza dei miei genitori. Di notte dormivo con mia madre, mentre mio padre stava nel mio letto. All’inizio protestai, perché mio padre non sapeva che sotto al mio letto c’era la bestia. Ma non potevo spiegare che temevo che la bestia si divorasse mio padre.

Quando trascorsero i giorni, e mio padre si svegliava sano e salvo ogni mattina, capii che la bestia non lo avrebbe mai sbranato, perché lei voleva me. Dormire nel letto dei miei genitori assunse così un duplice valore. Primo: là dentro la bestia non mi avrebbe mai cercata, secondo: la donna che tutti dicevano che era mia madre non avrebbe più dormito con mio padre. Dunque, io non dovevo guarire. Non dovevo lasciare quel letto mai più.

Invece, dopo quattro settimane, me ne tirarono fuori, e io tornai a dormire sul mio incubo segreto. E poi, un giorno desiderai così forte che mio padre stesse fuori da quel letto che lui se ne andò per non tornare mai più. E poi, il sangue uscì anche da dentro di me, e mio padre lo venne a sapere da mia madre al telefono, parecchi mesi dopo, prima che ricominciassero a insultarsi come facevano sempre, e quando il telefono passò nelle mie mani lui mi chiese: «Perché non me lo hai detto?»

E io rimasi in silenzio, perché non potevo dirgli che avevo ucciso mia madre.

Quella brutta influenza che mi colse da bambina, me la trascinai appresso per un mese. In gennaio, il giorno in cui tornai a scuola, il mondo mi svegliò con un manto di neve che affogava tutto quanto nel silenzio più assoluto. Mentre mio padre mi camminava al fianco per la strada, per l’ultima volta, e l’unico suono era quello della neve che croccava sotto ai miei scarponi, pensai qualcosa che suonava come un: ecco, sono mancata così a lungo che il mondo si è spento.

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