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Ti racconto un quadro: Igor Artibani



Questa settimana la redazione di Reader For Blind ha deciso di darvi un doppio appuntamento con le interviste ai Giurati del contest #tiraccontounquadro. Dopo Francesco D’Isa, che si è prestato pazientemente alle nostre domande, oggi è il turno di Igor Artibani.

Igor Artibani, classe 1980, ha conseguito gli studi di sceneggiatura a Cinecittà. In seguito cominciarono ad arrivare i primi lavori: scrisse il film The Real Life – Pronti a tutto, proiettato in occasione della 67° Mostra del Cinema di Venezia. Autore, sceneggiatore ed editor, Igor Artibani ha scritto anche per il teatro; fra tutti, si occupò dei testi di Gioventù Ribelle, a cura dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, e del più recente Di cosa parliamo quando parliamo di coppia. Per quanto riguarda il cinema e la televisione, Igor scrisse film come Papaia (insieme a Max Giusti), La 50 euro e collaborò alle sceneggiature di fiction come Squadra Antimafia e Il sistema. È inoltre autore del programma tv Nemo – Nessuno escluso, in onda su Rai2.

Igor Artibani, sei autore e sceneggiatore per cinema e, soprattutto, tv, come cambia l’approccio alla scrittura in queste differenti realtà?

La scrittura è un lavoro, cambia il contenitore ma l’approccio è sempre lo stesso. Capire il linguaggio richiesto e sapere che la prima cosa che scrivi, probabilmente, non sarà perfetta. Ciò che ti porta ad avere dei risultati è un processo continuo di riscrittura. Nel cinema, come in tv che nella narrativa.

Ogni scrittore ha, più o meno, in mente il momento in cui ha deciso di trasportare su di un foglio tutto quel mondo che aveva nella testa. Qual è stato il tuo?

Credo di aver iniziato molto presto: già alle elementari facevo lunghissimi temi di italiano, otto, dieci colonne. Inventavo storie. Ne ricordo una in particolare: una gara di canoa tra personaggi strampalati. Crescendo ho capito che le storie che avevo in mente potevano trovare respiro su carta. Anche i giochi di ruolo, durante l’adolescenza, hanno reso possibile il sogno di poter vivere scrivendo.

Tempo fa, in una conversazione privata, mi raccontasti di come, benché autore per il teatro, per il cinema e per la televisione ed essendo uscito con racconti in diverse antologie, tu non avessi ancora pubblicato un romanzo. Come vivi questo paradosso? (Ammesso che nel frattempo non sia cambiato qualcosa).

La mia carriera nasce effettivamente da un romanzo mai pubblicato, una storia che è stata per me una sorta di biglietto da visita e che mi ha aperto tante porte lavorative. Poi però le dinamiche editoriali sono complicate e non sempre basta avere un buon libro e una buona scrittura per pubblicare. C’è da dire che ho rifiutato una pubblicazione con un editore di medio livello ma molto famoso; sono molto ambizioso, o meglio, inizio dall'alto perché a scendere si fa sempre in tempo. Al momento quel primo romanzo l’ho messo in un cassetto e sto lavorando al nuovo; con le esperienze di questi ultimi anni sarà sicuramente più “pronto”.

Dal punto di vista di chi scrive, sulla relazione tra racconto e romanzo, tra forma breve e forma estesa, secondo te cosa cambia? E in cosa si differenzia (ammesso che lo faccia) il tuo approccio alla scrittura a seconda che si tratti di un racconto o di un romanzo?

Forma breve ed estesa hanno sicuramente in comune lo spunto narrativo; quando ti viene un’idea non sai a quale forma destinarla. Ragionandoci capisci se è più adatta a un racconto o a un romanzo. Se ti abitui a scrivere ogni giorno, l’energia tra forma lunga e breve è la stessa, ma se sai che in quel giorno finirai di scrivere un racconto il tuo ego ti spinge a continuare per avere in mano un risultato. L’approccio è lo stesso, è appunto il risultato a essere diverso. In un racconto monti in macchina, prendi l’autostrada, parti e arrivi; in un racconto cerchi la mulattiera e non metti mai la quinta.

Quali sono gli elementi che un racconto deve avere? E quali fanno la differenza tra un racconto davvero riuscito e uno mediocre?

Dal mio punto di vista un bel racconto è quello che ti racconta una storia non necessariamente mostrandoti la trama. Può raccontarti anche una sensazione e quindi diviene la storia di un qualcuno che prova quella sensazione. Odio quei racconti in cui si racconta tutto il contorno del nucleo; la bellezza, per me, è nella sottrazione. Quello che non si dice è importante quanto il detto, ma sta al lettore immaginarlo. Dipende poi dalla lunghezza, ma in genere un racconto ha una linea narrativa, al massimo due. Se ne descrivi di più rischi di ingolfarlo. La differenza tra un racconto riuscito e uno mediocre sta poi nella scrittura. Puoi anche raccontarmi poco, ma se scrivi bene arrivi di più rispetto a una bella storia scritta male.

In Italia sono sempre di più le riviste letterarie, molte di queste sono rivolte al racconto. Tempo fa Vanni Santoni ne parlava come di una fucina da cui attingere per scovare nuovi talenti, una sorta di scouting che le case editrici non fanno quasi più (tranne sporadiche eccezioni). Tu cosa ne pensi di questo? E quanto possono essere utili per un autore, nell'ottica della pubblicazione e della visibilità?

Scrivere racconti è una palestra importante, non si nasce sempre capaci di scrivere un romanzo. Dai racconti si può intravedere la luce del buon narratore. Per quanto riguarda la visibilità di una pubblicazione, purtroppo le riviste letterarie in Italia sono molto di settore. Se poi il settore ci buttasse un occhio, magari potrebbe accadere qualcosa di buono. I racconti pubblicati su riviste sconosciute e recensiti da sconosciuti, nell'ottica dell’utilità commerciale sono pressoché inutili. Però per un giovane autore sconosciuto pubblicare su una rivista sconosciuta è comunque un modo di conoscere qualcuno dell’ambiente, di entrare in contatto col sottobosco dell’editoria.

Tu vivi di scrittura. È ancora possibile fare lo scrittore di professione?

Sì, ma tranne pochi casi devi lavorare anche nel cinema, in televisione, nella pubblicità. Se sai scrivere non hai problemi a entrare in relazione con mezzi diversi dalla narrativa. E puoi dire di vivere scrivendo.

Come è stata l’esperienza di: Ti racconto un quadro?

Molto bella e interessante. Ho lavorato in passato per un’agenzia letteraria come lettore di romanzi e ho usato l’approccio della schiettezza e della lealtà. Se posso fare un appunto, molti degli scrittori finalisti hanno scritto racconti “troppo” ispirati ai quadri scelti, nel senso che rappresentavano una didascalia della visione. Nelle votazioni ho premiato chi ha fatto un “salto” in avanti rispetto all’immagine.

Per ultimo: Tempo fa abbiamo lanciato su Twitter una campagna (tramite hashtag) che si intitolava #adottaunracconto. Quali sono i due racconti, o più, che adotteresti o che consiglieresti di adottare?

Le cose cambiano di Elizabeth McCracken (dalla raccolta “Morire porta male”)

Penne di Raymond Carver (dalla raccolta “Cattedrale”)

L’arte di sopravvivere di Stephen King (dalla raccolta “Scheletri”)

oltre ai racconti di “È così che la perdi” di Junot Diaz.

Igor Artibani è il secondo giurato del contest letterario #tiraccontounquadro che abbiamo deciso di presentarvi approfonditamente, ma restate vigili: ne mancano ancora tre!

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