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Ti racconto un quadro: Paola Mammini



Nuova settimana e nuovo giurato: questa volta tocca a Paola Mammini, il terzo Giurato del contest letterario #tiraccontounquadro che abbiamo deciso di presentarvi con questa intervista.

Paola Mammini, classe 1963, è autrice, attrice e sceneggiatrice per il teatro, la televisione e il cinema. Diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Stavolta giuro è diverso. Autrice per il Teatro, firma nel 2013 la sceneggiatura di Il mio nome è follia, un monologo ispirato all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, al cui testo collabora Dodi Conti che ne è l’interprete. Autrice inoltre di vari lavori per la televisione tra cui Love Bugs, I Cesaroni, La squadra e la serie Immaturi di prossima uscita.

Per il Cinema scrive il soggetto di Tutta colpa di Freud per la regia di Paolo Genovese e la sceneggiatura di Perfetti Sconosciuti, per cui vince nel 2016 il David di Donatello.

Paola Mammini, autrice e sceneggiatrice per cinema e tv, come cambia l’approccio alla scrittura in queste differenti realtà?

Molto, cambia molto. Subito dopo l’ottimo corso Script Rai che ho frequentato a cavallo tra il 2000 e il 2001, ho iniziato a scrivere fiction (ora si dice “serie”) per la tv, avendo la fortuna di misurarmi con la breve e lunga serialità, nonché con le sitcom, per molti anni. Il passaggio al cinema, oltre ad avermi dato e darmi grandi soddisfazioni, grazie all’esperienza accumulata è stato in qualche modo naturale, ma si è rivelato da subito un altro mondo, proprio come avevo studiato solo in teoria. La caratteristica principe delle serie tv è infatti la costruzione di storie che oltre ad avere sufficiente materiale narrativo per riempire più serate, devono essere in grado di combattere il nemico numero uno: il telecomando… una “guerra drammaturgica” continua fatta di incidenti scatenanti, colpi di scena, finali di puntata gancio per le successive, finali di stagione sufficientemente forti da conquistarsi l’affezione del pubblico nel tempo d’attesa tra una stagione e un’altra. Un insieme di strumenti narrativi molto rigorosi e molto tecnici, insomma, a cui si aggiunge un particolare uso del linguaggio. Ogni rete per cui lavori, infatti, ha una propria linea editoriale e un pubblico di riferimento non ipotetico ma rilevato da indagini e focus molto precisi. Tutto questo che a prima vista potrebbe sembrare un limite alla creatività è invece una fantastica opportunità per affinare le proprie capacità di scrittura. Nel nostro mondo si dice spesso che se hai scritto una soap opera, poi puoi scrivere tutto… beh, è abbastanza vero, o almeno per me è stato così. La velocità con cui devi intervenire spesso anche all’ultimo momento per cambiare una linea narrativa (perché un attore si ammala, perché salta la location, perché una certa storia non funziona come dovrebbe negli ascolti e va cambiata in corsa) ti “elasticizza” la mente e stimola per benino la fantasia. Scrivere una sceneggiatura per il cinema è tutt’altra cosa. Innanzitutto si parte da un’idea “chiusa”, e cioè che durerà massimo due ore. Due ore in cui ti giochi tutto perché uno spettatore che paga un biglietto per venire al cinema si aspetta giustamente molto. Non può né cambiare canale né sospendere il giudizio aspettando di vedere se la seconda puntata magari migliora… dunque struttura, dialoghi, scene e inquadrature vanno costruiti per essere impeccabili dall’inizio alla fine. Una scena di per sé bella, se non porta avanti l’azione o non dice qualcosa di più sul personaggio, va tolta. Non c’è storia. Inoltre, proprio perché vivranno sullo schermo per pochissimo tempo, il lavoro sui personaggi è rigorosissimo. Non avendo lo spazio per approfondirne carattere e psicologia come si fa in una serie, bisogna riuscire a restituire lo stesso tipo di empatia/antipatia, proiezione, identificazione in poche scene. Per farlo, bisogna conoscere molto a fondo i propri personaggi, bisogna costruirli nei minimi dettagli, anche in quelli che resteranno fuori dallo schermo. Le biografie dei personaggi di un film, solitamente riempiono pagine e pagine dettagliatissime. Solo così è possibile “muoverli” nel modo giusto nell’arco di un lungometraggio. Non c’è cosa più brutta, per uno sceneggiatore, di scrivere un film che lo spettatore guarda ma non “ci entra”. E se non ci entra, non è solo per via di una storia che non lo coinvolge, ma perché i personaggi non sono credibili. E quindi dei loro destini poco gli importa. Però c’è una cosa che per me accomuna i diversi tipi di scrittura, ed è il rispetto che ho del pubblico. Una responsabilità che sento addosso da sempre qualunque cosa io scriva, una responsabilità che son ben felice di sentire.

Ogni scrittore ha, più o meno, in mente il momento in cui ha deciso di trasportare su di un foglio tutto quel mondo che aveva nella testa. Qual è stato il tuo?

Provo a raccontarvelo così, tornando un po’ indietro nel tempo. Grazie ai miei genitori, due persone semplici ma grandissimi appassionati di musica, letteratura e spettacolo, ho cominciato ad andare a teatro da molto piccola. Mi ricordo nitidamente quando una delle tante volte in cui ho visto Carla Gravina recitare magistralmente – avevo sedici anni o giù di lì - ho pensato, come sempre, a quanto avrei voluto essere al posto suo. Ma quando ho condiviso questo pensiero con chi era con me a teatro dandolo per scontato, ho scoperto, sorpresa, che nessuno all’infuori di me avrebbe desiderato salire sul palco, anzi. Ecco, in quel preciso momento ho capito/saputo che avrei fatto l’attrice di prosa. E così, a diciassette anni, mentre studiavo per la maturità, ho iniziato a prepararmi con grande determinazione per le selezioni per l’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico, e beh, ce l’ho fatta. Preso il diploma ho recitato in molti spettacoli fino a quando, nel 1995, ho scritto la mia prima commedia, “A cena con Woody”, commedia di cui ero anche protagonista e che sono riuscita a mettere in scena al Teatro dell’Orologio di Roma con veramente “due lire”, grazie alla passione di chi ha creduto in quel copione. Non potevo saperlo prima, ma il successo che abbiamo avuto fin dalla prima sera mi ha acceso una lampadina. Recitare mi piaceva tantissimo, ma quella sera ho “scoperto” che sentire la soddisfazione del pubblico per qualcosa che avevo scritto per gioco, sfida, curiosità, e una buona dose direi di incoscienza – scrivere era già una passione ma non certo un obiettivo – mi piaceva ancora di più. Il passaggio dal palco al “chiuso” della mia stanza china sul pc - passaggio che ancora oggi mi rende felice - è stato immediato e definitivo.

Quali sono i tuoi rituali – se ce ne sono – quando scrivi?

C’è una disciplina che ti sforzi di mantenere, un momento preciso della giornata che dedichi alla scrittura?

Non vorrei deludervi, ma i miei rituali credo siano tra i più scontati e meno originali possibili… sveglia, colazione, secondo caffè, sigaretta (ahimé)/ accensione del Mac, e via per ore ore e ore a digitare parole sulla tastiera. La piccola variante è Diana, la mia cocker bionda. All’accensione del Mac si mette a cuccia vicino a me “rassegnata” al fatto che passeranno ore prima di riavere la mia attenzione. Ma appena faccio una pausa scodinzola felice come se non ci fosse un domani approfittando come meglio può di quello spazio temporaneo rubato alla scrittura. E no, non ho un momento preciso della giornata che preferisco ad altri. In fase calda di scrittura, le mie giornate iniziano e finiscono alla tastiera senza soluzione di continuità. Tanto che a volte mi scordo anche di mangiare, per dire. Diana no. Se salto l’ora della sua cena, me lo fa capire molto chiaramente…

Nell’ultimo decennio c’è stata una crescita di serie nate da adattamenti di vari romanzi. Un fenomeno, quello dell’adattamento, che era prettamente cinematografico. Come spieghi questo cambiamento? C’è una maggiore attenzione al materiale originale oggi e quindi è più facile esser fedeli a un romanzo adattandolo a una serie più che con un lungometraggio?

Credo sia molto cambiato l’approccio del pubblico in genere. Non c’è giudizio in quello che sto per dire ma evidenzio un fatto. Il web ha modificato per sempre la modalità di fruizione delle informazioni. Usiamo gli occhi sempre più per guardare immagini che per leggere pagine scritte. E in velocità, perché la quantità di cose da poter vedere sono infinite e immesse in rete di continuo. È cambiata anche la “fisicità” della fruizione delle immagini. Grazie ai mille supporti costantemente connessi, puoi vedere un video, un film, una partita, qualsiasi cosa, in autobus, metropolitana, treno, per strada, in ogni stanza delle proprie case, ovunque e sempre. La sacralità della sala cinematografica ha perso d’appeal, “superata” sia dal Wi-Fi e i suoi costi decisamente inferiori, sia da televisioni che per qualità e prestazioni consentono una visione privata di altissimo livello. Si leggono meno storie sulla pagina scritta perché se ne possono “leggere” tantissime sui display e gli schermi tv. E siccome, per fortuna, il bisogno di leggere storie e racconti è qualcosa di connaturato nel nostro Dna, ecco che le serie tv hanno colto in pieno questa domanda dando risposte sempre più eccellenti. Quello che tiene incollato al video lo spettatore, non è solo l’originalità di un’idea forte, è, come è (stato) per i romanzi importanti (i romanzi che ti cambiano la vita, insomma) il destino dei personaggi. L’identificazione e la proiezione nelle loro storie, nel loro modo di risolvere i problemi, di vivere l’amore, la famiglia, il lavoro, di superare le difficoltà. L’adattamento di un romanzo è quindi nella serie che oggi trova la sua collocazione migliore. Perché a differenza di un lungometraggio che per quanto lungo ha una durata limitata allo spazio massimo di due ore, la serie ha la possibilità di sviluppare temi e personaggi prendendosi tutto il tempo che serve. Prendo a esempio Big Little Lies, un capolavoro di serie tratto da un romanzo. Otto puntate scritte, girate e interpretate in modo pazzesco. Certo, era possibile farne un film, la trama “gialla” lo consentiva, ma ci saremmo persi tutto il resto. Ovvero un racconto sul femminile di altissimo livello. Al di là di chi è l’assassino insomma (che per carità, ha sempre il suo perché), è quella la forza di Big Little Lies. Quella scrittura e quei personaggi. Il cinema, il buio della sala, il grande schermo, rimane e rimarrà sempre il luogo principe per vivere un’esperienza unica. Ma, anche se è un po’ triste dirlo, bisogna anche ammettere che a parte rare fantastiche eccezioni, una serata dedicata al cinema fa rimpiangere troppo spesso le comode maratone divano/serie tv. Pertanto più che per una maggiore attenzione ai materiali originali, credo che la fortuna e la crescita del racconto seriale tratto/adattato da un romanzo siano figlie, oggi, del cambiamento radicale del pubblico/spettatore.

Rimanendo in tema di adattamenti, una delle critiche maggiori fatte da appassionati dell’opera letteraria sono proprio i cambiamenti, a volte anche piccoli. Cambiamenti che sono, il più delle volte, funzionali al minutaggio del film o della serie, oppure perché alcuni elementi potrebbero distrarre lo spettatore dalla storia principale. Come ti poni, da sceneggiatrice, lettrice e spettatrice rispetto a questo punto?

Proprio quest’anno mi è capitato per la prima volta di adattare un romanzo per il cinema. E vi posso assicurare che è un’esperienza molto molto impegnativa. Nel mio caso ho letto e riletto e riletto il romanzo cercando di frenare al massimo la mia personale visione delle cose per favorire solo e soltanto pensiero e punto di vista della giovanissima autrice. Sospendendo non solo il giudizio ma reprimendo la tentazione di farlo un po’ più mio, di ascoltare le mie corde. Il lavoro che ho quindi fatto è stato quello di creare come prima cosa una struttura forte attingendo alla tecnica, e, laddove ho inventato scene e situazioni che non erano nel libro ma necessarie a trasformare pagine e pagine di riflessioni in azioni e inquadrature, cercando di pensare e immedesimarmi nel pubblico giovane e ai numerosissimi giovanissimi fan dell’autrice. Spero ovviamente di esserci riuscita ma ecco, per rispondere alla domanda, oggi posso dire che è davvero difficile sapere prima se un adattamento funzionerà o meno. Da spettatrice sono rimasta a volte contenta a volte meno nel “vedere” un romanzo che ho amato, al cinema o in tv. Tutti, leggendo un romanzo, ci facciamo il nostro film in testa, diamo addirittura un volto tutto nostro a un personaggio scritto sulla carta. Basta un attore scelto come protagonista che non corrisponda per nulla a quello che ci eravamo costruiti nell’immaginazione, per farci disamorare di un film tratto da un romanzo. La fedeltà o meno con la pagina scritta contiene in sé tali e tante variabili che è complicato stabilire delle regole che ne assicurino la riuscita.

È ancora possibile fare lo scrittore di professione?

Che domanda difficile! Come posso rispondere? Posso solo riportare il mio “caso”… non sono figlia d’arte, non ho santi in paradiso e vivo in affitto da sempre. Ma, prima attrice, poi autrice, è questo che volevo fare. Lo volevo così tanto che nonostante abbia vissuto, penso come tutti, periodi difficili e momenti di vero sconforto, non ho ceduto. Il nostro è un tipo di lavoro che ti può dare tantissimo ma è precario, tanto tanto precario. E se non hai le famose spalle coperte, che io non ho, può essere davvero dura. Però io non ho ceduto, e non so se chiamarla incoscienza o fatalismo. So che non dimentico mai che di vita ne abbiamo una sola e che provare a viverla facendo quello che ti rende veramente felice, mi sembra l’unica cosa per cui valga davvero la pena mettersi in gioco, e se talvolta significa arrivare a fine mese con l’incubo che se arriva una qualunque spesa extra sono cavoli, è un rischio che personalmente ho corso e ricorrerei. Col mio primo romanzo credo di aver guadagnato abbastanza per… invitare a cena un po’ di amici. Meglio una pizza, va… Eppure proprio quel romanzo, un po’ come in una favola, qualche anno dopo la pubblicazione mi ha catapultato nel mondo nel cinema. Quindi credo di sì, credo che si possa ancora vivere di questa professione, ma mettendo in conto che ogni tanto sarà probabilmente più un sopravvivere, ecco.

Come è stata l’esperienza di: Ti racconto un quadro?

Bellissima. Innanzitutto perché mi è piaciuta da subito l’idea del concorso, ovvero proporre un quadro a scelta come spunto per costruire un racconto (mi è piaciuta così tanto che alla vostra richiesta di scrivere un racconto anche noi giurati, ho accettato con entusiasmo). E quindi che mi abbiate scelta come giurata mi ha reso davvero felice e anche parecchio onorata. Mi è già capitato di dover “giudicare” dei lavori di scrittura, ma mai dei racconti. È stato un lavoro che ho fatto con grande piacere, passione e molto impegno. Ho letto e riletto tutti i racconti selezionati più e più volte per essere certa dei miei giudizi finali. Last but not least… voi due siete proprio due perle di persone. Due perle di persone che sono contenta di aver conosciuto grazie a questo concorso.

Per ultimo: Tempo fa abbiamo lanciato su twitter una campagna (tramite hashtag) che si intitolava #adottaunracconto. Quali sono i tre racconti, o più, che adotteresti o che consiglieresti di adottare?

Gli occhi dei poveri, un brevissimo raccontino che fa parte della raccolta Poemetti in prosa Di C. Baudelaire;

Il fucile da caccia, racconto lungo di Inoue Yasushi;

Il budino del povero e Le briciole del ricco, di Herman Melville, in Billy Budd e altri racconti.

Paola Mammini è la nostra terza giurata per il contest #tiraccontounquadro. Una giuria di grande prestigio che continueremo a conoscere meglio nelle prossime settimane.

Stay tuned…

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