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Gli animali che amiamo



Gli animali che amiamo di Antoine Volodine (66thand2nd, 2017)

«Il testo s’apparenta a un’invenzione xenostorica, con in più qualcosa che potrebbe far pensare a una farsa di argomento animalier; anche se, in realtà, alla base di queste sequenze, v’è l’espressione di un grande smarrimento piuttosto che un tono prettamente favolistico».

Trovo sempre sorprendente il fatto che un testo contenga parole adatte a descriverlo, mi fa pensare a un'intelligenza ordinatrice, o a qualche altissimo grado di coerenza che per forza di cose trascende la pagina. Gli animali che amiamo (66thand2nd, 2017) è il nuovo libro di Antoine Volodine, lo scrittore francese che con la creazione del nuovo genere del post-esotismo ha dato occasione alla sua traduttrice italiana di inventare da zero nuovi termini, proprio perché alcune parole di Volodine non hanno riscontro nel lessico corrente.

Iniziare a discorrere del libro a partire dalla lingua non è un caso, la forma espressiva è infatti la protagonista di queste “intrarcane” (parola inventata che definisce il genere letterario), composizioni narrative fatte ad incastri e connesse con il magico, che nella loro cesellata assurdità fanno pensare a un bestiario medioevale o alle più ardite invenzioni di un Borges.

Gli animali che amiamo è un titolo antifrastico: questi infatti sono nella realtà molto meno amabili di quelli disegnati in copertina. Si va dall'elefante Wong, che apre e chiude il testo in maniera simmetrica, alle bizzarre creature acquatiche della "Shaggå delle sette regine sirene" (la Shaggå è un altro "genere letterario" inventato da Volodine), all'entità indifferentemente maschile o femminile – forse tutt'e due – della "Shaggå del cielo penosamente infinito" (una specie di Ariel shakespeariano, superstite e testimone di una civiltà spazzata via), sino all'animale Barbuziar, dotato di organi, membra e apparati che impediscono di accomunarlo a una creatura esistente, ma nello stesso tempo descritto in maniera talmente ipertrofica da risultare una specie di inno alla corporeità.

«Il re si agitò. Le viscere gli s’annodarono nel senso delle lancette dell’orologio, poi in senso inverso, e la flora intestinale gli si fece spugnosa».

Credo di poter trattare quest'opera come uno strano caso di racconti a cornice, non perché si tratti propriamente di racconti, ma perché sono percorsi da un fitto sostrato di rimandi: i personaggi tornano, i nomi propri e le espressioni discorsive appartengono tutte alla stessa matrice, e il tono, soprattutto, questo senso pressante di disfacimento, di decadenza – immaginifica, anche umoristica a tratti, e colorata, ma pur sempre decadenza – dà forma a tutte le sezioni narrative, declinandosi di volta in volta in accenti post-apocalittici (nelle parti dedicate a Wong), in una tragica e struggente lamentazione libertaria (nella "Shaggå del cielo penosamente infinito"), o in un uno strano andamento da commentario, che ricorda L'opera al nero di Marguerite Yourcenar, nella vorticosa e politicamente connotata "Shaggå delle sette regine sirene".

«Sosoglia fu regina degli Anarchici sin dall’adolescenza. Orfana, se la faceva con i teorici del colpo di mano che la adottarono e la educarono, con Joachim Negrini e Madama Negrini, nata Amok, con le sorelle Yu, con gli Amici della Teppesca, con Matthias Bach, autore di Schifo a babordo, con Dimitri Reddecliff, noto per il romånso Macelleria equina, con Türkan Marachvili e Jean Khorassan, di cui nessuno dimentica i brillantissimi libri ed i pamphlet».

È chiaro che la sperimentazione linguistica e il divertissement abbiano un ruolo di primo piano. La lingua viene portata ai suoi limiti e si inanella attraversando ogni registro, crea dei testi e anche i filologi che li studiano. Ci sono frasi lapidarie che fanno pensare a Queneau, come Gli ultimi residui non erano decifrabili, che ho letto sullo stesso tono di I Normanni bevevan calvadòs.

Non bisogna pensare che, per l'estremo grado di fantasia presente nel testo, questo libro sia solo un divertimento letterario o una prova di virtuosismo: ogni singola bizzarria e ogni gioco di parole rivelano una preoccupante riflessione sulla fine, come a voler suggerire che «l’epoca delle scappatoie era finita, l’emergenza imponeva di non soprassedere oltre».

Non soprassediamo allora; consigliamo il libro proprio perché, ricorrendo ancora una volta alle parole dell'autore, «ne Gli animali che amiamo La bellicosa insolenza, il mascheramento, la prudenza e l’abilità si combinano e, per i simpatizzanti, si fanno immagine».

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