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Ti racconto un quadro: Paolo Zardi



Il contest letterario #tiraccontounquadro rappresenta per noi di Reader For Blind un traguardo importante; i racconti che sono pervenuti alla nostra redazione sono davvero tantissimi, e il risultato ottenuto a livello di partecipazione ci ha soddisfatti enormemente. Ormai siamo agli sgoccioli, prima del nuovo anno vi comunicheremo i nomi dei 6 vincitori che andranno a comporre il primo numero cartaceo di ReaderForBlind.

Ma, nel frattempo, abbiamo pensato di fare due chiacchiere con la nostra meravigliosa Giuria: oggi vi proponiamo l’intervista di Valerio Valentini fatta allo scrittore Paolo Zardi.

  • Ogni scrittore ha, più o meno, in mente il momento in cui ha deciso di trasportare su di un foglio tutto quel mondo che aveva nella testa. Qual è stato il tuo?

La prima volta che ho pensato di scrivere un romanzo è stato a 13 anni, a Copenaghen, dopo una visita allo zoo. In quei mesi ho letto moltissimi romanzi, ma l’autore che mi aveva colpito di più era stato Kafka e forse, sulla spinta delle sue suggestioni, pensai alla storia di una scimmia, Bertha, che raccontava il mondo dal suo particolare punto di vista: la gabbia di uno zoo. Scrissi una o due pagine, con la mia orribile grafia, ma nel giro di pochi giorni abbandonai il progetto. Intorno ai 25 anni mi tornò la voglia: stavo finendo gli studi di ingegneria, studiavo 12 ore al giorno, e mi venne voglia di scrivere un thriller scientifico, dove il personaggio principale, uno studente come me, scopriva un terribile traffico illegale attraverso la realizzazione di un modello matematico… Anche in quel caso non se ne fece nulla. Aveva ragione Roth quando, alla fine degli anni settanta, diceva il concepimento è nulla, rispetto alla realizzazione. Il mio punto di vista è che finché le mie “idee” […] non sono state assorbite da una strategia e da un obiettivo di tipo narrativo, queste idee non erano diverse da quelle di chiunque altro. Tutti hanno “idee” per un romanzo: la metropolitana è intasata da persone con la testa piena di idee per un romanzo che non sono in grado nemmeno di iniziare a scrivere.

Sono passati altri anni. Nel 2006 ho aperto un blog che ora non esiste più e ho scoperto il piacere della scrittura “in piccolo”: non grandi progetti ma piccole conquiste quotidiane. Ho iniziato a parlare dei miei ricordi, senza alcun progetto in testa; quando li ho finiti, ho scritto racconti; e quando mi sono sentito pronto, ho realizzato il mio primo romanzo, “Post coitum”, mai pubblicato. Era il 2008.

  • Dal punto di vista di chi scrive, sulla relazione tra racconto e romanzo, tra forma breve e forma estesa, secondo te cosa cambia? E in cosa si differenzia (ammesso che lo faccia) il tuo approccio alla scrittura a seconda che si tratti di un racconto o di un romanzo?

C’è la stessa differenza che esiste tra una gara di 100 metri e una maratona: si tratta pur sempre di una corsa, ma gli obiettivi e il risultato sono completamente diversi. Dal mio punto di vista, ci sono storie che richiedono la forma breve – epifanie, piccole rivelazioni, istanti che vengono catturati – e altre che invece hanno bisogno di uno svolgimento approfondito per essere considerate compiute. Il racconto è perfetto per cogliere l’essenza di qualcosa; il romanzo, invece, è un trapano che perfora il terreno per chilometri, in cerca di una qualche verità. Il racconto usa la velocità e la compattezza; il romanzo usa la complessità delle relazioni per generare significato. Il mio approccio alla scrittura, dunque, differisce in partenza: è la storia a comandare la forma attraverso la quale verrà raccontata; io, semplicemente mi adeguo.

  • Quali sono gli elementi che un racconto deve avere? E quali fanno la differenza tra un racconto davvero riuscito e uno mediocre?

Ognuno sviluppa una propria personale teoria del racconto, che vale tanto quella di chiunque altro. Dal mio punto di vista, credo che un racconto parte bene se dietro c’è chiaro il motivo per il quale si sta raccontando proprio quella particolare storia, avvenuto in quel determinato momento: a volte mi capita di leggere dei racconti che divagano senza mai arrivare al punto. Semplificando, credo che un racconto funziona se il suo nocciolo può essere raccontato agli amici, mentre ci si beve qualcosa insieme al bar.

Un altro aspetto fondamentale riguarda lo scorrere del tempo e la struttura dello spazio. Sono arrivato al punto di credere che l’intreccio di un racconto abbia il solo scopo di garantire un corretto fluire del tempo, e che sia questo il nocciolo che conta. È un po’ come con la musica. Un discorso analogo vale per lo spazio. Nabokov, durante le sue lezioni di letteratura su Kafka, costringeva i suoi allievi a disegnare su un foglio di carta millimetrata l’appartamento di Gregor Samsa. Quello che spesso succede in un racconto mediocre è di trovarsi di fronte a uno spazio vago, etereo, instabile, dove tutto traballa.

Ma sopra ogni cosa, deve esserci una qualche visione del mondo, unica e sincera. Cechov, Carver, Flannery O’Connor, perfino Bukowski, che sono tra i più grandi autori di tutti i tempi, hanno scritto dopo aver elaborato una teoria del mondo – un modo originale di considerare le relazioni tra gli esseri umani. E devo dire che in pochissimi dei racconti che mi capita di leggere trovo la consapevolezza di questo sguardo.

  • La nostra rivista ha un occhio di riguardo per i racconti brevi. Lei afferma “Nell’ottobre del 2010 è uscita la mia prima raccolta di racconti dal titolo Antropometria. Una delle più belle emozioni della mia vita”. Vuole raccontarcela?

La scrittura, pur avendomi accompagnato per tutta la vita, è sempre stata un affare personale tra me e me. È stato solo dopo l’apertura al mondo avvenuta con il blog che ho iniziato a considerare la possibilità di una pubblicazione. I momenti emozionanti sono stati due: il primo è stato quando la Neo mi ha comunicato che intendeva pubblicare la raccolta; il secondo il giorno in cui sono entrato al Salone del Libro, nel maggio del 2010, sapendo che in uno stand c’erano le copie del mio libro. Mi sono avvicinato con le lacrime agli occhi per la commozione, ma la prima cosa che ho fatto, ancora prima di prendere in mano una copia di Antropometria, è stato scrivere un messaggio ai miei genitori: ho riconosciuto che quel risultato era merito di tutto quello che avevo ricevuto nel corso della mia vita, ed è stato emozionante.

  • Sul nostro sito, invece, abbiamo recensito: Il giorno che diventammo umani, dei racconti sono scritti in maniera lucida e semplice, schietta e senza troppi giri di parole. I personaggi non sembrano fittizi, sono così familiari da farci pensare di averli già incontrati da qualche parte. Come trai ispirazione per la creazione di personaggi così reali?

I racconti iniziano quasi sempre dall’osservazione del mondo che mi circonda: persone che intravedo per strada, negli autobus, al lavoro. Se colgo un gesto che mi pare rivelare qualcosa di nascosto, o di trattenuto, immagino cosa si muove dietro, cosa potrebbe significare essere quella persona, fino in fondo. Ad esempio una volta, con dei colleghi si scherzava su una cameriera non particolarmente avvenente; il titolare, però, era il padre e forse aveva colto qualcosa. Così è nato il racconto “Fiat Duna”. Dalla scintilla iniziale alla realizzazione finale c’è molto lavoro, ma il punto di partenza è sempre la realtà. Poi nello sviluppo del racconto, nella sua scrittura, mi domando sempre: ma io, potrei mai fare una cosa del genere, provare un simile sentimento? Cerco di essere onesto con me stesso. Non mi piacciono le storie in cui persone complicatissime provano emozioni ancora più complicate. Ci può essere originalità anche senza stravaganza. In fondo siamo mossi dall’amore, dal desiderio, dalla paura della morte, e ancora dall’amore. Tutte le espressioni di un essere umano non sono altro che differenti combinazioni di queste forze.

  • In Italia sono sempre di più le riviste letterarie, molte di queste sono rivolte al racconto. Tempo fa Vanni Santoni ne parlava come di una fucina da cui attingere per scovare nuovi talenti, una sorta di scouting che le case editrici non fanno quasi più (tranne sporadiche eccezioni) Tu cosa ne pensi di questo? E quanto possano essere utili per un autore, nell'ottica della pubblicazione e della visibilità?

Credo che scrivere e condividere siano operazioni sempre importanti e tutto ciò che promuove queste due attività è per definizione “positivo”. Le riviste letterarie, in questo senso, vanno a stanare gli scrittori che magari non hanno ancora trovato il modo, o il coraggio, per uscire dal loro guscio. Non so se gli editori cerchino nuovi autori sfogliando le riviste letterarie, ma sicuramente queste sono uno spazio di condivisione importante, dove è possibile misurarsi con il mondo, ricevere feedback di lettori, vedere come si stanno muovendo altre persone appassionate come noi. Scrivere è una forma di comunicazione solitaria: se si vuole risolvere questo paradosso, la condivisione è indispensabile.

  • Come è stata l’esperienza di: Ti racconto un quadro?

Partecipare a un concorso di racconti in qualità di giurato è sempre una bella esperienza perché permette di entrare in contatto con autori non ancora conosciuti. Ho rispetto per la scrittura di chiunque – trovo che sia bellissimo che una persona dedichi del tempo nel tentativo di creare una piccola opera d’arte. Allo stesso tempo, è sempre emozionante trovare un racconto capace di farti battere il cuore, di farti venire la pelle d’oca. E anche per “Ti racconto un quadro” il miracolo dell’emozione che ti lascia senza parole si è verificato in due o tre casi; allora, succede che ti venga voglia di sapere di più sull’autore che ci sta dietro – che tipo di vita vive, come è arrivato a creare qualcosa di così bello, che esperienze ha fatto. Questo concorso è stato caratterizzato da un livello alto, in termini di qualità – probabilmente ciò è dipeso dal tema, che richiedeva uno sforzo artistico non banale.

  • Per ultimo: Tempo fa abbiamo lanciato su twitter una campagna (tramite hastag) che si intitolava #adottaunracconto. Quali sono i tre racconti, o più, che adotteresti o che consiglieresti di adottare?

Scelta difficile, ma non mi tiro indietro e adotto con un racconto per secolo: “La signora con il cagnolino” di Cechov, “Greenleaf” di Flannery O’Connor e “Incarnazioni di bambini bruciati” di David Foster Wallace.

Paolo Zardi è nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con Neo Edizioni, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet edizioni e nel 2013 una seconda raccolta di racconti, ancora per Neo, "Il giorno che diventammo umani", arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi Editore, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo Edizioni (finalista a Il Premio Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad Edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua. Cura il blog grafemi.wordpress.com

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