• Reader for Blind

Il ciclo di Ghianda



Nel bosco di * vivevano strane creature verdi dalle lunghe gambe. Per arrivare al bosco di * bisogna essere uno di loro, o essere capaci di volare; a tutti gli altri chiedo invece di rinunciare, perché quel luogo non sarebbe mai stato su nessuna mappa.

C’erano innanzitutto gli anziani alto-fusto, il Platano, il Faggio, la Sequoia e l’Abete Bianco; si diceva che fossero i primi a essere arrivati lì, anche se nessuno avrebbe davvero saputo dire come o quando.

Subito dopo venivano i sempreverdi: l’Albero Fiamma, che temeva il freddo sopra ogni altra cosa, il Frassino, la Michelia dai fiori arcobaleno, Canfora Cinnamomo, o signor Canfora Cinnamomo, e la Paulownia Tormentosa dalla pelle blu e vinaccia, a seconda di chi era a guardarla. A loro si aggiungevano i caducifoglie, come l’Acero, la Betulla, il Castagno o la Principessa Robinia, che si diceva avessero litigato con il Tempo. E a unire i due gruppi, c’era Madama Rovere, che a dire il vero non era né una sempreverde, né una caducifoglie; una quercia dalla mezza età, imponente e astuta, di linfa pregiata, seguita da una schiera di alberi dalla crescita rapida, come Tiglio, detto il Magro, la Magnolia Stellata dalla chioma bianca e Quercia Rossa, che pareva quasi una creatura irreale a *, o una guardiana della saggezza. Infine, ai confini del bosco di *, i solitari, come il Catalpa Bungei da Sigaro e l’Abete dei Nebrodi, o il Pino Strobo. Insomma, a farla breve: tutti gli alberi scoperti e classificati dai vostri biologi, biologi vegetali, esploratori, botanici sistematici, alchimisti o scienziati fisiologici, e anche quelli non ancora scoperti convivevano nel bosco di * in una segreta armonia: alberi latifoglie dalle ramificazioni monopodiali, o anche gli aghifoglie simpodiali, o i latifoglie-simpodiali, gli aghifoglie-monopodiali e i latifoglie-aghifoglie, e talvolta i simpodiali-monopodiali, secondo una mescolanza primordiale. A chi mi chiede se gli alberi sono capaci di parlare, dico solo che nel bosco di * ho sentito fare discorsi di ogni genere, che andavano dalla letteratura-vegetale alle variazioni delle stagioni, fino a tutte quelle domande a cui nemmeno le frange pioniere sanno dare una risposta, come per esempio il perché dell’esistenza, o lo scopo dell’inverno. E a essere sincero, siete ancora molto lontani nello studio del linguaggio degli alberi: benché alcuni di voi siano riusciti a comprendere che le piante sono capaci di scambiarsi informazioni, nessuno ha mai pensato di attribuire loro una coscienza, una autocoscienza o un istinto. Sopra gli apici radicali, esistono delle cellule raggruppate in una rete simile a quella del cervello umano, che sono in grado di elaborare, produrre o rispondere a determinati impulsi; ma da qui, a considerare ciascuno di questi impulsi come una nuova forma di pensiero, è sembrato troppo: gli alberi non possono avere idee.

Ma non è bastato: cercavate una conferma in più della vostra supremazia cognitiva. Così, avete deciso che gli alberi dovevano sembrare più stupidi degli stessi animali, o di un’ameba. E subito, avete diviso la vostra razza tra vegetariani e carnivori, dopo avere colmato queste parole di una morale positiva e di una negativa. Oppure gli avete concesso il dono della personificazione e della prosopopea, in quella branca della comunicazione che gli antichi saggi del vostro popolo chiamavano poìēsis, ma solo come un’immagine che proiettava le sembianze e il linguaggio umano sugli alberi.

Chi si spingeva oltre e si rivolgeva alle piante, veniva deriso e allontanato dalla società come pazzo o santo. E sempre, avete usato i corpi degli alberi come la materia prima di tutti gli orrori e della sopravvivenza della vostra razza, così che ogni creatura vegetale è stata a turno fuoco, guerra e arte, senza mai considerare che basterebbe loro trattenere il respiro per spazzarvi via. - Credo che tu stia esagerando. - Oh. Benvenuto, Elio.

- Sembra che gli alberi abbiano dimenticato che il colore delle loro foglie rappresenta la speranza, Catalpa Bungei. Sai bene che questa non è la storia degli uomini. - Ma Arimane… - Arimane che distrugge, Marici, Chup Kamui, Apollo, Shapash… caro Bungei, credi ancora a certe sciocchezze, dopotutto. Frassino vive ancora? - Vive, signore. Ogni giorno, riceve l’acqua attraverso le radici della foresta. L’albero è la foresta, la foresta è l’albero. Siamo ancora molto preoccupati. - Bravo, Bungei. Forse un giorno diventerai davvero una narrazione. Che la Primavera possa coglierti preparato. Lascia che prenda la parola, adesso.

- Che la Primavera viaggi con te, mio signore. Il bosco di * brama sempre la luce: addio. (Catalpa Bungei da Sigaro esce di scena) - Arrivederci, Bungei. C’è un tempo preciso in cui la coscienza si manifesta in ogni albero: questa è la storia di Frassino. La Primavera regnava nel bosco di *, gli alberi caducifoglie risplendevano di vita propria, la magia dei colori si faceva ovunque presente di febbre, armonia; la parola circolava tra i tronchi, i sempreverdi salutavano la Foresta e giù, sotto terra, le radici si moltiplicavano, l’acqua stava arrivando. E pure, la voce degli stormi giganti, quegli uccelli che lasciavano ora la terra degli uomini, che venivano, venivano anche loro assieme alle nuvole bianche. C’era di nuovo posto per tutti, sotto una coperta di azzurro, sotto la visibilità delle stelle: l’albero è la foresta, la foresta è l’albero. E nessuno, nessuno sarebbe rimasto solo di nuovo. Quella Primavera, da qualche parte nel bosco di *, ecco che un tronchetto di tan aprì gli occhi per la prima volta: sembrava che la vita lo avesse preso per mano. Quella era la vita allora? La voce che nel buio gli ripeteva se stessa, della meraviglia, della realtà comune; la precisa sensazione dell’esserci. Frassino, questo significava esistere: essere Frassino, finalmente. E sopra di lui, erano quelle le foglie, le foglie che gli appartenevano, che sempre gli sarebbero rimaste amiche. Le foglie verdi, si diceva così? Le foglie verdi, ora ricordava. La vita aveva scelto per lui proprio quel verde, la vita aveva scelto lui. E tutto intorno, uno specchio: c’erano creature simili a Frassino, che comprendeva, che come Frassino erano carezzate da… come si chiamava, vita?, che erano carezzate dal vento. Ognuna, anzi, galleggiava nel vento.

Era successo: avevano cambiato colore; c’erano delle foglie rosse adesso, altre gialle. Crof… crof. Ecco che gli epidermidi si frantumavano, si aprivano in due, tre parti.

La Principessa Robinia non comunicava più, Acero e Betulla tacevano. E laggiù, troppo lontani dalla rete di radici, gli altri alberi, i sempreverdi e gli anziani sembravano non accorgersi di nulla. Che cosa abbiamo? Ma la vita, anche la vita non rispondeva.

C’era come uno sbattere d’aria, tutto soffiava: il vento feriva Frassino, colpiva, gelava. Il tronco era diventato duro, via, via sempre più scuro. Le foglie rumoreggiavano, l’una contro l’altra. E che cosa cresceva, che cosa mutava assieme a lui, tramite una parte di lui? Funghi, quegli esseri (o creature?) colorati di mutazione, che succhiavano, succhiavano… la moltiplicazione, la scissione binaria: dopo pochi giorni, avevano ricoperto tutto il bosco di *.

Vita! E presto, la voce dimenticò anche Frassino. Era una chiusura, il silenzio del corpo: la distruzione della Foresta. Dalla corteccia marcia, la ninfa rugolava attraverso le aperture, oltre le ferite che lasciavano vedere l’esistenza minorata, una riga nera – l’unica età possibile di Frassino. La prima foglia lasciò il ramo, seguita da tutte le altre. Vita! Poteva solo pensare, pensare. A che cosa? Non era ancora finita: dal cielo, scivolavano meraviglie pallide – lentamente. Sulla cima della collina di *, gli anziani alto-fusto erano ricoperti da chiome bianche. C’era un tremolio sommesso che coglieva Frassino, come l’attesa di un’esaltazione: era la fine?

Poi, caddero e caddero e caddero: la neve ammutoliva l’albero, Frassino scomparve dimenticato. Gli stormi erano arrivati. Da tutte le parti si gracchiava, si disegnava nel cielo, sudore animale si mischiava alla linfa. Lo stormo si smembrava, ogni singolarità si separava dalla comunione: bisognava deporre le uova, creare il nido. Alberi e uccelli, uccelli e alberi: tutti cercavano una casa, tutti diventavano una casa. Ecco gli uccelli cogliere i rametti, la pagliuzza, gli spini, scegliere tra le immensità di verde, i cespugli di muschio; la sospensione del volo, la planata – la pace del calore. La Primavera era tornata! Frassino apriva gli occhi: che cos’era quella seconda circonferenza dentro di lui?

Foglie, foglie! Erano ancora le stesse foglie? Non importava: erano di nuovo loro, erano tornate. Oh, e c’erano tutti: Platano, Abete Bianco, Betulla!, e Quercia Rossa, Tiglio!

La foresta risplendeva: la vita, la vita! Craaack… craaack. E gli uccelli! Ma quanti erano? Venivano a stare con loro, eccone uno che si posava sopra Madama Rovere. Non era la fine, allora? Una coppia tendeva a Frassino, volteggiava intorno alla chioma giovane, tutto era una melodia di linguaggio: sentiva come un pizzicore leggero, la saldezza dei piccoli artigli che si arrendeva sopra di lui. Torneranno! Era depositato solo nel nido: una stonatura, piangeva. L’uccellino non sapeva volare, non ancora. Dov’erano gli altri uccelli? Avevano lasciato il bosco di mattina, masse nel cielo grigio. A gruppi di cinque, di cento, di migliaia. Ma torneranno! Quando, quando? Frassino non lo sapeva. Perché allora lo avevano lasciato là? Perché il bosco di * era un posto meraviglioso, magico anzi. Era stato anche il suo uovo; ora sarebbe diventato il suo primo amico: Ghianda! Cominciava a fare freddo. Ghianda tremava, nel nido. Frassino gli aveva già portato tutti gli insetti che poteva. Ma Ghianda rimaneva fermo, non mangiava più. Ghianda! Le foglie perdevano verde, di nuovo. Una, solo una, con l’aiuto del vento, era riuscita a coprire il piccolo uccello: una coperta di secchezza. Ma Ghianda non voleva aprire gli occhi, tra le fessure si appoggiava la vita, che si reggeva forte. Non doveva guardare giù. Ghianda! Cinguettava, ma dormiva. Dormiva ogni giorno sempre di più – immagini, immagini terribili della terra degli uomini. Il nido gelava, gli aghi si arricciavano, si arricciavano, e poi si spezzavano: diventava sempre più misero, inutile. Il vento aveva posato ora tre grandi foglie, poi pezzi di corteccia che tagliava da Frassino. Ma le foglie cadevano, cadevano… Ghianda! L’inverno, la neve. Frassino era riuscito a trattenere il calore. Ma non bastava, non bastava nemmeno per lui. L’immobilità: l’albero è la foresta, la foresta è l’albero. E anche Ghianda, l’uccellino sarebbe stato parte della Foresta.

Frassino ormai non poteva fare nulla, ripeteva solo: torneranno. E sapeva che sarebbero tornati, come la fine della neve: la primavera, il sole.


Antonio Merola, classe 1994, è laureato in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma con una tesi sulla recezione della critica italiana rispetto all’opera di F. Scott Fitzgerald.

Sue poesie inedite sono apparse su Atelier, Poetarum Silva, PageArte, Euterpe e nel Poetico Diario (LietoColle, 2017).

Ha collaborato con con Altri Animali, (Racconti Edizioni), Flanerì, Lavoro Culturale, Carmilla e Culturificio.

È cofondatore di YAWP: giornale di letterature e filosofie, per il quale ha curato inoltre la raccolta poetica: L’urlo barbarico (A. V., Le Mezzelane, 2017).

Si occupa dei Quaderni Barbarici su Patria Letteratura. Ha pubblicato sotto pseudonimo assieme a Iuri Lombardi la raccolta di racconti: Il Vice Presidente venne dopo sette secondi, (2016).

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