• Reader for Blind

L'equazione



Mi sono voltato distrattamente, e sono scivolato giù.

La sottile membrana di ghiaccio sintetico mi ha lasciato passare per merito della gravità, e dopo ho visto grani di luce in degradamento dietro di me screziati di un verde acido, in dissolvenza, mentre affondavo.

Dovrei sentirmi preoccupato, e invece il colore della mia serenità si coniuga con la dolcezza del panorama che vibra accanto a me, in perfetta simbiosi con il destino che muta le oscillazioni in realtà.

Guardo ancora su, e la complessità della mia situazione annega con un filo d’importanza nelle screziature di quel fantastico verde, un annuncio senza soluzione di continuità di qualcosa che è mutato in me, attorno a me. Dovrei esserne spaventato a morte, eppure non provo alcun timore nell’affondare, nel continuare a respirare dove non dovrei; sento forte l’angoscia di annegare.

Guardo giù, e l’abisso si mostra a me con formicolii d’immagini in formazione che mi provocano moti di sorpresa intima; il suono del mio respiro diventa qualcosa di così recondito da non richiedere altro che dedizione esclusiva, sono così immerso in me da intravedere piccoli personalissimi ricordi che pensavo dimenticati per sempre. Tra essi spuntano ombre di dolori acuti che identificano l’estremo ricordo di una dipartita, una delle tante che ho sperimentato. Sono avvinghiato al velo posto sul reale che forse sta cadendo, mostrandomi l’intensità inaspettata del dolore che immaginavo spersonalizzato, sintetico, quasi che a morire sia un estraneo.

Quell’estraneo sono io.

Quelle immagini che riemergono dall’abisso sono mie, sono io che finalmente concepisco il passaggio estremo che ho attraversato chissà quando. Chi ero io, in quel momento?

Torno a volgere lo sguardo su, ma non sento quella lama diamantina del distacco, e allora scivolo di nuovo verso l’abisso per afferrare quelle immagini di me che sfuggono via così cruente e crude. “Non posso giudicarmi”, mi dico, “devo mantenere la serenità perché se davvero stessi morendo ora, non dovrei farlo con disperazione; devo riuscire a mantenere la calma perché non voglio più tornare a questo punto, non voglio più incarnarmi, non desidero più le dolenze dei ricordi affilati…” e così pensando respiro, ancora un’altra volta, con la bidimensionalità dei ricordi che si gonfia in scene vivide, palpabili; mi mostro lucidamente gli ultimi pensieri di ciò che ero stato. Innumerevoli porte sono di fronte a me.

Quaggiù c’è più lucore di quanto pensassi. Bioluminescenze rischiarano parzialmente estensioni di un sentiero che non c’era, o che ora è solo più vicino. In quale di questo stradello posso, devo incamminarmi? Mi guardo dentro, cercando la risposta.

«Lascia che afferri la tua caviglia».

Una voce deliziosamente femminile m’invita a poggiare i miei passi su un basolato che non avevo visto bene. Provo a scrutare attentamente per capire fin dove esso porta, ma vedo solo che viene inghiottito da delle tenebre orizzontali.

«Ho bisogno di essere altro» le replico senza sapere con chi ho a che fare, mentre arguisco che l’apparire ermetico mi può soltanto complicare le cose. In realtà vorrei soltanto dirle che, arrivato al mio punto di evoluzione in quest’esistenza, ho scoperto che la necessità di abbandonare ciò che sono stato è impellente. Comprendo all’improvviso di dovermi rivestire di altre emozioni, capisco che qualcosa mi ha trascinato via da ciò che sono stato finora, con i sensi della mia coscienza che esplorano altri lidi; qualcuno è stato così forte, abile e determinato da farmi abbandonare il binario morto su cui insistevo, ma ora come posso comunicare in modo sintetico tutto ciò? Decido di provare a trasmetterle immagini craniali.

«Hai deciso di lasciare alle spalle tutto ciò che sei stato» mi replica prontamente questa lei così volitiva, determinata, che mi scava a fondo e comprende le mie vibrazioni craniali; ne gioisco e al contempo la temo. Mi chiedo chi sia, quale volto abbia; mi volto e giro gli occhi, ma non la vedo, la percepisco soltanto. «Ora sai soltanto che devi seguire il tuo percorso, lo riconosci intimamente anche se non lo vedi, comprendi che è lo sviluppo più affine a te, ma non puoi capirne tutte le implicazioni future».

«…mi affido soltanto a ciò che sono» le rispondo asciutto, affondando i miei passi sul basolato che mi cattura, camminando verso il tunnel di oscurità che mi porta, dove?

Le immagini della mia precedente dipartita hanno un sapore obliquo che raggiunge direttamente le mie sinapsi modificate, lì dove non potrei registrare nemmeno un Angstrom della mia passata esistenza; eppure c’è qualcosa lì dentro al condotto, o forse sono tunnel quantici di realtà con cui sto entrando in contatto?

Sono davvero io quello che vedo attorno a me, oppure è solo un ricordo indotto o peggio, una vibrazione mai collassata di me stesso? “Penetrare nel kernel iconico di una fine è mostrare a sé stessi la crudezza dell’incarnazione, il limite estremo di una pratica vitale così inutile”, penso in quel frangente, spaventato dal mio stesso ricordo e dall’evocazione mortale che si porta appresso.

Un evento karmico mi è addosso.

«Non temere» mi dice la donna, con un soffio di dolcezza che mi scuote l’anima.

«Non temo» le rispondo, «ma i ricordi fanno male».

«Lascia che ti guidi qui».

Mi prende la mano, e mi trovo a riemergere sopra la fossa ghiacciata.

Il ghiaccio che ho attraversato nel riemergere è a scaglie ed è addosso a me, quasi liquido. I miei vestiti sono la connessione stessa ma la implementano solo a tratti, la schermatura verso la conoscenza è causata da qualcosa che non riesco a riconoscere e mi ritrovo perplesso a ragionare sulle cause del parziale isolamento cognitivo.

«Non pensarci troppo».

Mi giro e trovo un volto piantato su di me, quegli occhi sono ecoscandagli psichici che sondano il continuum interiore e io ignoro cosa rilevino; il potente senso di dislocazione che provo mi rende sospeso su un vuoto informe, dove guardando giù non individuo alcuna forma intelligibile di vita: credo di essere annegato poco fa nella luce schiacciante che isola sensorialmente.

«Sei sempre tu». Mi rivolgo a lei sapendo intimamente che è la guida che mi ha tirato fuori da quell’abisso così oscuro, che poco prima mi stava schiacciando.

«Sei sicuro che sia sempre io?»

Lo sfasamento che s’innesca in me dopo quelle parole mi risuona dentro come una melodia inversa, mi sembra di precipitare di nuovo seguendo il ritmo camuso di alcune afasie sensoriali.

«Non v’è nulla di sicuro» replico come se fossi stordito da alcune manifestazioni dimensionali che non riesco a comprendere.

«Osservami bene…»

Si piega su di me e ostenta un profumo di organza che mi porta a cerimonie d’altri tempi, in altri luoghi. Mi sento avvolto da qualcosa che mi scuote i ricordi fino al più profondo consapevole momento vitale.

«Non essere così esclusiva» le dico mentre il mio punto di vista è spostato verso la trequarti da terra.

«Guarda dentro la mia bocca», insiste lei.

Una teoria senza soluzione di continuità si forma autonomamente nel mio inconscio; al suo interno si muovono concezioni assai bizzarre e mal collegate tra loro, per me che sono alla continua ricerca del senso ultimo delle cose risulta difficile non cadere stremato dal disorientamento. Eppure, qualcosa mi tiene e non mi fa precipitare nell’obliquità di cui quel demonio femminile sembra essere l’unica detentrice, un demiurgo che ha la fucina semantica tra le sue peculiarità intrinseche.

«Non vedo nulla». Mento.

«Ne sei certo?»

È in questo momento che comprendo la mia stoltezza, in un modo così cristallino che per la seconda volta, in poco tempo, penso di aver già inteso che la corposità complessa e inaspettata dei miei pensieri rappresenta un istante infinito di ottusità; ne divento di nuovo cosciente e la sensazione di essere sopravvissuto alla mia estinzione si affaccia alle considerazioni che stimano me come un impresario bidimensionale della mia stessa esistenza.

Decido di non rispondere.

«Osserva bene dove sei, e cosa sei», mi dice lei con un filo di voce, mi sento ipnotizzato.

«Tu non dovresti essere qui con me» le rispondo, infine, come se mi fossi riavuto solo in quegli istanti da un senso infamante di stupido torpore.

«Tu non dovresti essere con me…» assente prontamente lei, il suo senso carnale aumenta vistosamente a ogni respiro, a ogni gonfiarsi del suo petto che punta continuamente me; i suoi seni mi si mostrano in un alternarsi ritmico di elevazioni e simbiotiche promesse se solo avessi… fatto cosa?

«Siamo le stesse contraddizioni, e queste ci rendono affidabili» dico infine, convinto di aver declamato una verità così unica e incontrovertibile da poter sfidare ogni sistema dimensionale che si palesi a me, a tutti noi poveri limitati postumani.

Ogni mossa si porta appresso una reazione, e se ciò è vero nell’ambito di un regime dimensionale definibile come miserabile, perché composto di verità bieche e insignificanti da non essere espandibili, allora il paradigma che si srotola all’interno di un sistema di relazioni surreali diventa un attrattore di caos incomprensibile ai postumani, tanto da farli trascendere verso la pura magia rituale. Sperimento ciò con quella briciola d’incoscienza leggera che sorprende chiunque decida di osare atti pericolosi, sfidando la stupidità che s’inerpica su per l’orgoglio incarnato di chi subisce bovinamente il fascino dell’illusione.

Sono abbacinato dalla visione matematica del continuum, qualcosa che non pensavo esistesse e che mi richiama alla mente la percezione che avevo avuto, poc’anzi, di una delle mie morti precedenti.

“Le coincidenze non esistono”, penso istintivamente.

Sono colpito da una forza che mi porta verso lo stato orizzontale, con le mie gambe che lottano furiosamente come quando non si sa nuotare, e lo stare parallelo nell’acqua appare come una postura che porta rapidamente all’annegamento.

Riemersi dal buco nel ghiaccio da cui inizialmente entrai; una sorta di movimento a ritroso, come se una forza impensabile mi abbia dato un colpo di reni per farmi riemergere dall’abisso.

Mi guardo intorno, il panorama imbiancato mi riporta alla coscienza del gelo crudo che stringe e s’insinua inumano nelle carni; mi viene incontro uno strano tipo, agghindato con boccole da connessione su ogni brandello dei suoi vestiti. Vedendolo ho la sensazione di sgargiante, quasi un Mods che riempiendo di orpelli singolarmente utili la sua moto, così da garantirne una funzionalità eccessiva e pacchiana, indossa allo stesso modo il kitsch di tutte quelle connessioni inutili.

«Posso accenderti di calore?» mi dice con uno stano accento eschimese.

«Immagino debba connettermi a uno dei tuoi punti di accesso: trasferisci calore dalla tua motherboard craniale?»

«Trasmetto punti di vista» mi dice con una profondità dello sguardo che mi lascia interdetto.

«Sei un diffusore quantico?»

«Sono molto di più: sono un attrattore caotico, ogni mia connessione è realizzata verso un punto di vibrazione del reale sempre diverso; a volte mi connetto con la semplice necessità di sfumare i miei orizzonti per decantare me stesso, per rimanere in solitudine col continuum di me stesso».

«Ah, sei un poeta, quindi…»

«Molto di più: un cantore epico».

«Che cosa hai da trasmettermi di tanto leggendario?»

«L’inumano siderale».

Dicendo così, mi dà una spinta tale da farmi voltare distrattamente e cadere giù, nell’abisso nascosto dal ghiaccio. Affondo, vedo nuovamente dal basso verso l’alto il lucore verdastro che illuminava la banchisa, sopra di me, svariati metri di vertiginoso aumento sopra di me.

Ho danzato a lungo con il fitoplancton di quel mondo alieno del fondale; sarei dovuto morire per asfissia, o forse per assideramento, ma riesco a mantenermi in vita come se avessi le branchie, mi sento fortificato da quella sensazione d’invincibile mutazione strutturale.

Mentre danzavo, tutti quei microrganismi intorno a me si alternavano in un ballo frenetico e ipnotico dotato di sue regole sintattiche che comprendevo nel più intimo significato; il dolore di una consapevolezza incarnata mi lasciava lentamente e mi permetteva di vedermi distante, come se la rifrazione di me stesso costituisse un ologramma della mia stessa persona. Il mio universo rifrangeva come un microcosmo l’infinità della vitale consistenza dell’energia, e io ero semplicemente quella vigoria stessa che si identificava con il resto delle altre esistenze.

«Lascia che t’illustri il significato di tutto ciò» dico alla donna di prima che ho trovato di nuovo lì, come a fare da anfitrione fisso a tutti i viaggiatori passati di lì quasi per caso.

Lei mi guarda con uno sguardo interrogatorio, l’intercalare di tutte quelle dimensioni evidenti ha la stessa densità semantica di una droga psichedelica; ne prende un assaggio sperimentale e la osservo con brama mentre trangugia, senza troppo sforzo, interi lotti di continuum e dimensioni aliene segnalate dalla sequenza di Fibonacci.

Mi trovo a riemergere in uno strano luogo, dove la connessione con altre parti di me è così evidente da essere io stesso il luogo, me stesso, la connessione e le altre percezioni di me. Penso di essere anche il Mods e la ragazza, insieme a un’altra mezza dozzina di evidenti stati quantici che affondano e riemergono, proprio quando il collage olografico racconta d’inequivocabili momenti di eterno presente lungo quanto la percezione del vitale.

«Ho con me la potenza del mio cruccio d’esser vivo soltanto a metà», dico mentre un sorriso più che accennato disegna sul mio viso l’esemplificazione visiva dell’equazione di Dirac.

«Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti ma, in qualche modo, diventano un unico sistema. In altri termini, quello che accade a uno di loro continua a influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce».

Paul Dirac

Sandro Battisti, nato a Roma nel maggio del 1965, scrive poesie, racconti e romanzi da più di venti anni. Affascinato dal gothic-rock, dai romanzi horror e paranormali, dalla fantascienza - cyberpunk principalmente - e dalle suggestioni psichedeliche, ha da sempre composto versi crepuscolari; ma ha il pallino della tecnologia e cerca, quindi, di sposare bizzarramente la cibernetica con i sensi, sfociando così nel Connettivismo. Programmatore di computer, navigatore assiduo di Internet, ha scritto sette romanzi, cinque raccolte di racconti e uno sterminato numero di versi. In passato ha pubblicato un racconto sui Mille Lire di Stampa Alternativa, e da allora ha deciso di prediligere il web come strumento di diffusione.

Nel 2014 vince il Premio Urania con il romanzo L'impero restaurato.

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