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Intervista a Simone Ghelli



Simone Ghelli, classe 1975, è uno scrittore italiano di origini toscane. Dopo aver studiato cinema, ha intrapreso per un po’ di tempo la carriera del critico. Laureato in Lettere e Filosofia, si dedicò in seguito alla narrativa, arrivando finalista al Premio Loria con il libro L’ora migliore e altri racconti. Ghelli è tra i fondatori del collettivo Scrittori precari, e nel 2013 fu selezionato per l’antologia Toscani Maledetti, curata da Raoul Bruni. Molti dei suoi racconti sono apparsi su diverse riviste letterarie, come Minima et Moralia e Nazione Indiana. Inoltre, collabora attivamente con Cadillac Magazine.

Nel 2012 è uscito per CaratteriMobili il libro Voi, onesti farabutti.

Non risponde mai nessuno è la sua ultima fatica, edita da Miraggi Edizioni e uscita nel 2017.

Noi di Reader For Blind ci abbiamo scambiato due chiacchiere per voi.

Partiamo con una domanda di rito, classica ma necessaria: ogni scrittore ha, più o meno, in mente il momento in cui ha deciso di trasportare su di un foglio tutto quel mondo che aveva nella testa. Qual è stato il tuo? E come nascono le tue idee?

Devo deluderti, perché in realtà un momento vero e proprio non riesco a evocarlo nella mia memoria. Ricordo la prima volta che provai a scrivere qualcosa – un racconto ambientato a Topeka, in Kansas – ma non era che un esperimento sconclusionato di un giovane e accanito lettore di thriller e horror (un esperimento lungo un paio di pagine scritte con una vecchia Olivetti). Poi c'è stato il mio esordio con il racconto Acciaio, che venne pubblicato sulla rivista Prospektiva nell'anno Duemila. Si trattava di una storia che prendeva spunto dalla mia breve esperienza come operaio nella Magona di Piombino, ma non credo ci sia mai stata una vera scintilla. Ripeto: leggevo molto, e alla lunga penso che sia stato naturale sentire anche il bisogno di scrivere qualcosa.

Dal punto di vista di chi scrive, sulla relazione tra racconto e romanzo, tra forma breve e forma estesa, cosa cambia? E in cosa si differenzia secondo te (ammesso che lo faccia) l’approccio alla scrittura a seconda che si tratti di un racconto o di un romanzo?

Beh, le differenze sono tante e ognuno ha detto più o meno la sua sull'argomento. La questione principale è sicuramente di carattere temporale: il racconto è un condensato di mondo, una storia che si aggruma molto spesso attorno a un'immagine o a un ricordo e che procede con l'affanno di chi sente la mannaia (del tempo) sulla testa. Qualsiasi tipo di racconto, qualunque sia il suo genere, non può non fare i conti con questo “problema”, che il romanzo invece non ha. Si potrebbe dire che la grande differenza stia tutta qua: che uno (il racconto) è prigioniero del tempo, mentre l'altro (il romanzo) gode di piena libertà.

È da poco uscito per Miraggi Non risponde mai nessuno, il tuo ultimo libro. A noi non piace usare il termine “raccolta di racconti”, perché pensiamo che questo svilisca in un certo modo la forma breve e che la costruzione di un libro, nella sua linea orizzontale, sia la stessa, che si tratti di romanzi, oppure di racconti. Tu cosa ne pensi?

Se parli della presenza di uno o più elementi di raccordo (tematici o stilistici) sono d'accordo con voi. Tecnicamente, però, rimane una raccolta di racconti, nel senso che un lettore può sentirsi libero di leggerne anche uno solo senza che gli manchino degli elementi per comprenderlo.

Ti va di parlarci della stesura di Non risponde mai nessuno che, da ciò che abbiamo capito alla presentazione di Roma, è stata lunga e “dolorosa”?

Si tratta di un libro che contiene racconti scritti negli ultimi quattro anni (soltanto alcuni di quelli che ho scritto, in realtà) e che in un certo senso sintetizza il percorso che ho fatto dopo la pubblicazione di Voi, onesti farabutti. Preferirei parlare di fatica anziché di dolore – il dolore in realtà c'è, ma riguarda il contenuto delle vicende che racconto – nel senso che ho lavorato molto per limare e “semplificare” quella che era la mia lingua, che ho cercato di mettere al servizio delle storie. Il fatto è che a un certo punto ho sentito di essermi spinto un po' troppo in là nella creazione di una mia lingua – fatta di toscanismi disseminati con parsimonia – e di uno stile che risentiva molto di una punteggiatura che dettava per così dire il ritmo. Mi ero costruito una mia identità forte, una mia originalità, ma questa era diventata al contempo un peso che mi faceva sbandare continuamente – ho passato non so quanto tempo a scrivere pezzi di racconti che poi non riuscivo a finire. È stata molto dura sbarazzarsi di tutto questo armamentario perché lo scrittore (qualsiasi scrittore) è pieno di sé e non vorrebbe liberarsi mai di niente, men che mai di quello che reputa essere bello – il bello stile, quel bell'aggettivo, quel periodo così bello (ma quanto sono bravo!) anche se non c'entra niente con tutto il resto e cose così. Dunque sì, in un certo senso hai ragione tu che è stato un percorso anche molto doloroso, ma adesso mi sento davvero più leggero.

Riguardo Non risponde mai nessuno abbiamo letto «che sono racconti della commedia umana». Spesso tu, sia con il collettivo che attraverso i tuoi scritti, hai parlato di precarietà, di come questa faccia parte della vita di alcuni di noi: a chi parla il tuo libro? E che relazione c'è con la precarietà?

Spero che il libro parli alla maggior parte delle persone, perché affronta delle situazioni (la malattia mentale, il lavoro, il dolore nelle sue diverse accezioni) che possono riguardare chiunque. Per quanto riguarda la precarietà, credo che sia un discorso “chiuso”, nel senso che ormai è un dato di fatto che non ha più bisogno di essere segnalato come eccezionalità. La precarietà lavorativa è diventata la normalità e ha plasmato le nostre vite nei suoi diversi aspetti, anche se le istituzioni sono colpevolmente in ritardo nell'accettarla e nel regolamentarla – ed è questo aspetto che ha creato sicuramente delle fratture tra le diverse generazioni. In Non risponde mai nessuno la precarietà è quella delle vite marginali, che si svolgono per così dire fuori campo, laddove molti non guardano o fanno finta di non guardare.

In Italia sono sempre di più le riviste letterarie; tu hai un rapporto diretto con la rivista Cadillac Magazine, con la quale collabori, e fondasti il collettivo di scrittura Scrittori precari; inoltre, hai pubblicato dei racconti su altre riviste come Minima et Moralia, Altrianimali e Poetarum Silva; a oggi sembra che la forma del racconto stia vivendo una vera e propria rinascita. Secondo te il merito va ricercato attraverso proprio queste riviste e collettivi, le case editrici, una concatenazione di tutte queste componenti, oppure è un fuoco di paglia destinato a spegnersi?

Penso che oggi ci siano diverse realtà interessanti per chi voglia pubblicare racconti: non soltanto quelle che hai citato tu, ma anche Nazione Indiana, che è stata un po' un'apripista nel campo, e poi Verde Rivista o le nuove Crapula e Tre Racconti – e sicuramente ne dimenticherò qualcuna – o una rivista come The FLR, anche se destinata a scrittori già conosciuti. Esistono poi dei progetti che sono addirittura nati recentemente per riportare l'attenzione sulla forma racconto – penso in questo senso a Cattedrale, che si propone come osservatorio sul racconto, o a una realtà come Racconti Edizioni, il cui nome è già tutto un programma – e questo significa che sicuramente si può parlare di una rinnovata attenzione. Preferirei non parlare di rinascita perché i racconti si sono sempre scritti e, nonostante la diffidenza del mercato editoriale, hanno sempre trovato (e continueranno a trovare) i loro spazi più o meno marginali, perché è da sempre la forma di narrazione principale – non ci si mette sicuramente intorno a un fuoco per narrare un romanzo, tanto per dire.

Tempo fa Vanni Santoni parlava delle riviste come di una fucina da cui attingere per scovare nuovi talenti, una sorta di scouting che le case editrici non fanno quasi più (tranne in sporadiche eccezioni). Tu cosa pensi di questo? E quanto possono essere utili per un autore, nell'ottica della pubblicazione e della visibilità?

Penso che Vanni abbia ragione – tanto è vero che lui sta facendo un lavoro simile con Tunué. Io darei lo stesso suo consiglio a un esordiente: prima di riempire la posta degli editori con il tuo manoscritto fatti le ossa con le riviste, accetta i rifiuti come un invito a migliorarti e leggi, leggi tanto – i classici ma anche quello che scrivono i tuoi contemporanei. Questo naturalmente non significa che io accetti il luogo comune dei racconti come palestra per il romanzo, perché saper scrivere i primi non significa automaticamente essere in grado di scrivere il secondo e viceversa, ma è indubbio che (anche banalmente per motivi di tempo) si cominci solitamente con lo scrivere delle storie brevi. In ogni caso, prima di mandare un racconto si dovrebbe essere sicuri che non vorremmo cambiare nemmeno una parola, nemmeno una virgola. La sciatteria è il peggior nemico della scrittura.

Spesso riviste come la nostra nascono e purtroppo muoiono per via della poca attenzione, la bassa qualità e soprattutto a causa della mancanza di fondi. Personalmente nasciamo come rivista autonoma e fra precarietà e guadagni irrisori viviamo costantemente sul filo del rasoio. Se si pensa invece alle riviste Europee e soprattutto d'oltreoceano c'è una netta differenza in questo, sia in termini di investimenti, che di appeal. Secondo te, ci può essere un cambio di marcia e un equilibrio fra le due realtà oppure è una questione di tradizione?

Penso che in altri paesi – ad esempio gli Stati Uniti – ci sia una tradizione (e di conseguenza un'attenzione) molto diversa. Credo che il problema italiano sia piuttosto un fatto culturale e strutturale, oltre che di mercato, e che non riguardi soltanto le riviste di racconti. La cosa straordinaria, però, è la grande vivacità del “sottobosco” nonostante si tratti di realtà molto spesso autoprodotte, di persone che fanno un lavoro non remunerato. Questa passione è qualcosa che non può essere spiegata coi numeri, con le statistiche, ma con una voglia di esprimersi che si scontra con una realtà impermeabile a certe richieste. Va da sé che ci sia molto spesso anche una mancanza di professionalità e che si vada un po' a tentativi, anche perché molto spesso è lo stesso mondo editoriale a disinteressarsi di questi fenomeni anziché sponsorizzarli in qualche modo. Questo per dire che purtroppo non vedo grandi margini di cambiamento.

Per concludere: tempo fa abbiamo lanciato su Twitter una campagna (tramite hashtag) dal titolo #adottaunracconto. Quali sono i tre racconti, o più, che adotteresti o che consiglieresti di adottare?

Se fosse per me credo che ci vorrebbe una comune per adottarli tutti, ma se proprio devo fare una scelta dico Lo stato di grazia di Harold Brodkey, Un giorno ideale per i pescibanana di J.D. Salinger e L'uccisione del drago di Dino Buzzati (anche se con quest'ultimo fatico molto a scegliere un singolo racconto).

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